Export Italia: intervista a Giulia Angoscini, manager del colosso americano Atalanta Corp.

Il mondo dei salumi rappresenta una fetta consistente nel fatturato annuo di Atalanta Corp, il più importante importatore di prodotti alimentari italiani negli Stati Uniti a livello privato, che ha alle spalle una storia lunga ormai 75 anni e che acquista prodotti in oltre sessanta paesi del mondo. Posseduta dalla famiglia Gellert è la più importante fra quelle dell’omonimo Global Group ed è interamente focalizzata sul mondo sul cibo.

“Gli americani adorano la carne e ne consumano una grande quantità, e all’interno di questa categoria i salumi hanno un peso rilevante” ha esordito Giulia Angoscini, business development manager di Atalanta, intervenendo nella sezione export del workshop di Cibus Lab “Salumi: prospettive post Covid dei diversi segmenti. Banco taglio, libero servizio e take away”.

“Il 2020 è stato un anno particolare – ha proseguito – ma i dati IRI del 2019 dicono che la categoria vale 7,9 miliardi di dollari, quindi è molto rilevante all’interno del panorama americano. Categoria che in Atalanta è cresciuta del 21% dal 2017 ad oggi e per noi è particolarmente strategica. Parliamo prevalentemente di prodotti spagnoli e italiani, con questi ultimi che pesano fra i 16 e i 18 milioni in un fatturato delle “carni” che per noi vale oltre 40 milioni. Nello specifico si tratta di prosciutti crudi, Prosciutto di Parma, San Daniele e prosciutto toscano. La categoria dei crudi è centrale per quanto riguarda i salumi”. In proposito Angoscini ha evidenziato: “Abbiamo altri 3-4 milioni di dollari di altri salumi di specialità che è la voce che sta crescendo maggiormente, quest’anno abbiamo avuto due prodotti che ci hanno dato tantissime soddisfazioni come la Culatta, alla quale il New York Times ha dedicato addirittura un articolo, e il guanciale. Stiamo andando sempre più verso prodotti autentici, legati al territorio e all’alta specialità”.

Peculiarità facilmente riscontrabili nei prodotti importati dal nostro Paese: “Nello specifico l’offerta italiana è molto legata al territorio e di solito cerchiamo di spiegare agli americani proprio il legame strettissimo fra prodotto e luogo di provenienza. Caratteristica tipica anche di quelli europei. Abbiamo grossi clienti – ha spiegato la manager – che coprono tutti gli Stati Uniti con la distribuzione e ci chiedono le origini dettagliate delle materie prime. Quando presentiamo un gelato al pistacchio ad esempio vogliono sapere se è di Bronte, se è I.g.p. oppure D.o.p. perché l’indicazione geografica sta diventando sempre più importante per consumatori e buyer per diversificare l’offerta. Le realtà americane legate alla piccola salumeria stanno infatti crescendo molto – ha concluso – ed è quindi necessario diversificare il prodotto locale da quello importato che ha come elemento di competitività l’origine, l’indicazione geografica e tutto ciò che i consorzi fanno per proteggerle”.

 

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