mercoledì 17 Giugno 2026

Crisi energetica: scenari e possibili evoluzioni secondo l’economista Fabio Scacciavillani

Il Professor Fabio Scacciavillani, economista ed ex membro della BCE, esperto di energia con una conoscenza internazionale sul tema – grazie anche ad un’esperienza professionale pluriennale in Medio Oriente – è intervenuto alla tavola rotonda del recente Cibus Lab dedicato ai prodotti da forno dal titolo “Biscotti, frollini, merendine”, per offrire un punto di vista più approfondito su cause e possibili evoluzioni dell’attuale crisi energetica.

In primis Scacciavillani chiarisce subito un punto: i problemi legati all’energia tendenzialmente non si risolvono in tempi brevi poiché il mercato degli idrocarburi, su cui si basa la maggior parte dell’approvvigionamento energetico mondiale, è estremamente complesso e si poggia su infrastrutture che sono state realizzate nel corso di due secoli a fronte di enormi investimenti.

Basti pensare al petrolio: ci vogliono molti anni per trovare un giacimento e, nel momento in cui si individua bisogna analizzare se sia economicamente conveniente estrarlo. Una volta appurato è necessario costruire la relativa infrastruttura e considerare che su un impianto petrolifero operano almeno una mezza dozzina di imprese diverse, ognuna specializzata in una determinata funzione. A questo punto il petrolio va trasportato alla raffineria e, infine, immesso sul mercato. Va da sé che, oltre alla spesa importante, il tutto implica una programmazione pluriennale. E questo vale anche per gas e carbone.

L’esempio illustrato intende mostrare come la situazione attuale non sia solo figlia di quanto accaduto negli ultimi mesi ma, come chiarisce Scacciavillani, di un sotto investimento nel settore iniziato già nel 2014, quando i prezzi sono scesi dai 100 ai 35/40 dollari al barile generando di conseguenza un’offerta insufficiente.

A questo si è aggiunta l’enfasi politica relativa alla transizione energetica, affrontata probabilmente in maniera troppo semplicistica, senza considerare quindi che per passare da un paradigma energetico ad un altro occorrono tempo e capacità di gestire il cambiamento e che le ripercussioni economiche sui consumatori, sia a livello di individui che di aziende, sono inevitabili.

Cliccando sull’immagine si può riascoltare l’intervento dell’economista al recente Cibus Lab

Un contesto molto difficile in cui si è inserito anche Putin con una strategia avviata ben prima dell’inizio del conflitto con l’Ucraina. Vedendo le difficoltà autoinflitte dalle economie dei Paesi occidentali e con la consapevolezza di essere il maggior fornitore dell’Europa, in una prima fase ha ridotto gli approvvigionamenti e poi ha aumentato i prezzi fino a minacciare i consumatori europei di utilizzare l’arma energetica per perseguire i suoi scopi, mandando così il mercato in tilt.

In conclusione, il problema – secondo l’economista – non si esaurirà nel momento in cui questa guerra dovesse finire perché ha in realtà radici più lontane e richiede politiche lungimiranti che potranno dipanare i loro effetti soltanto nell’arco di due, tre o addirittura cinque anni, considerando anche la rinuncia di molti dei Paesi europei al nucleare e all’estrazione di petrolio e di gas, come dimostrano il caso delle trivelle dell’Adriatico, considerate un tabù, o le risorse di Shell oil e Shell gas nel Regno Unito che il governo, seppur conservatore e quindi idealmente vicino alle esigenze delle aziende, ha deciso di lasciare nel sottosuolo.

E sul futuro Scacciavillani ipotizza che il petrolio rimarrà intorno ai 100 dollari al barile, che è il prezzo che oggi il mercato richiede per ricavare il milione di barili quotidiano necessario in un contesto in cui i giacimenti dove è più facile estrarre il petrolio si stanno esaurendo e occorre quindi ricorrere a tecniche estrattive sempre più costose o a giacimenti in zone difficili (vedi Artico), dove i costi di estrazione sono maggiori.

Sul fronte del gas, aggiunge l’esperto, per gli europei si gioca una partita strategica e politica. Non vi è una ragionevole speranza di poter sostituire l’offerta di gas proveniente dalla Russia con fonti alternative trasportate via nave poiché al momento la capacità di liquefazione, rigassificazione e trasporto nel mondo è infinitesimale. Non ci sono navi adatte né infrastrutture nei porti o equipaggi adeguati. Secondo l’economista, l’unica strada percorribile per assistere ad una riduzione dei costi, seppur in tempi difficilmente prevedibili, è quella di fare un cartello europeo degli acquirenti di gas russo imponendo un tetto massimo. Un accordo a cui la Russia dovrebbe conformarsi, non avendo un adeguato canale di vendita alternativo rispetto al nostro mercato: prima di fornire gas alla Cina, per esempio, dovrebbe costruire i relativi gasdotti. Una soluzione né semplice né rapida.

Un’altra misura che potrebbe essere concepita, aggiunge infine, potrebbe essere quella di far pagare dei prezzi a scaglioni, stabilendo un prezzo sussidiato per i primi metri cubi che vada ad aumentare all’incremento dei livelli di consumo: questo potrebbe ridurre l’impatto sul costo medio dell’energia e indurre al contempo una maggiore efficienza energetica o una transizione verso le energie rinnovabili per le imprese che possono farlo.

 

 

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