Maxi Dì (2.056 mln di euro) è Alì, seguita da Aspiag, che ottiene il miglior margine puro (grafico 1). La terza azienda è Unicomm, ed a seguire proprio quella che fattura maggiormente.
Detto ciò esaminiamo qual è il risultato in termini percentuali, per comprendere meglio l’azienda con la miglior performance nella costruzione della propria marginalità. Ed ecco la prima importante sorpresa: l’azienda con la miglior marginalità è Alì che realizza un margine commerciale puro del 28,5%.
Decisamente rilevante anche il margine commerciale puro di Despar con il 28,1%. Inferiori di circa 3 punti quelli di Unicomm e di Maxi Dì. Se si considera il margine commerciale allargato, quello in cui molte aziende inseriscono anche i premi fine anno, il risultato è leggermente differente: Aspiag è l’azienda con la miglior marginalità (30%) ed Alì a seguire con il 29%.
Il margine commerciale allargato di Unicomm è 26,7% e quello di Maxi Dì è del 25,8%. Tra Aspiag e Maxi Dì corrono 5 punti di differenza, tradotto in denaro si parla di 60 milioni di euro che avvantaggiano Aspiag dall’azienda veronese.
Il margine commerciale allargato di Aspiag è quindi 589 milioni di euro, quello di Maxi Dì è 530 milioni di euro, a scendere Unicomm 349 ed Alì 300 milioni di euro. In questo benchmark la media che si ottiene per il margine commerciale allargato è del 27,9% (tabella 1). Alì ed Aspiag sopra la media mentre Unicomm e Maxi Dì sotto di essa. I costi per servizi La prima voce di costo che tutti i Bilanci incontrano è quella relativa ai servizi: dentro questa grande voce si nascondono una somma di costi rilevanti ed assolutamente fondamentali come: logistica, trasporti, costi di energia che sono strettamente legati alla conduzione del business. Ma anche spese di consulenza, assicurazioni, spese di rappresentanza e di viaggio ed infine, “the last but not the least” le spese di pubblicità che, in GDO, assumono una importanza strategica e rilevante in termini di peso.
Una prima constatazione è questa: tutte le aziende di questo benchmark oltre ad incrementare il fatturato hanno anche incrementato il valore dei costi per i servizi nell’ultimo anno (2018), ma la vera questione è un’altra: l’incremento dell’incidenza dei costi per i servizi in tre casi su quattro è superiore all’incremento in termini percentuali del fatturato.
Nel dettaglio il Gruppo Alì è cresciuto nel 2018 del 3,3% nei ricavi, ma i costi per servizi sono incrementati del 5,6%. Aspiag incrementa del 4,2% il fatturato ed i costi per servizi del 5,6%. Il caso Unicomm è uguale: è vero che incrementa del 15,5% il fatturato nel 2018, ma incrementa l’incidenza dei costi per i servizi del 19,1%.
L’unica azienda che incrementa il fatturato diminuendo i costi per i servizi è Maxi Dì che passa da una incidenza del 9,2% a quella del 9%. La media dell’incidenza dei costi per servizi in questo benchmark è del 7,7% del totale ricavi. Il costo del personale Passiamo ad un'altra importantissima voce di costo: quello dei dipendenti (il lavoro). Qui, spesso, il Retailer si gioca la partita dell’efficienza ed è uno degli aspetti in assoluto più delicati per ogni azienda, sia per la complessità della materia, che per la rigidità delle regole imposte dallo Stato e infine anche per l’ingente costo (cuneo fiscale) rispetto a molti altri Paesi europei e non solo.
Partiamo da una prima considerazione: l’incidenza media del costo del lavoro sui ricavi, in questo benchmark, è piuttosto alta: 11,5%. Il frutto di questa media è il seguente: nel grafico 7, indicante il costo in valore assoluto, Aspiag nel 2018 ha indicato a Bilancio un costo del personale pari a 264 milioni di euro, molto più alto rispetto ai 177 milioni di Maxi Dì, con fatturati non così lontani, ed ovviamente più alto delle aziende Unicomm (142 milioni) ed Alì (135 milioni).
Analizzando l’incidenza di detto costo sul fatturato di ogni azienda scopriamo che 2 aziende su 4 hanno un costo del personale superiore al 13%, ed una sola sotto il 10%. Nel dettaglio Aspiag è l’azienda con il costo più alto (13,5%) ma anche Alì presenta una incidenza rilevante (13,1%). Bene Unicomm con una incidenza pari al 10,9% e benissimo Maxì Dì con una incidenza del 8,9%.
La crescita del volume d’affari dal 2017 al 2018 non sempre ha provocato effetti benefici anche sul costo del lavoro, non tutte le aziende hanno, quindi, incrementato le vendite lasciando intatta l’incidenza di detto costo. In valore assoluto tutte le imprese hanno incrementato il valore dell’investimento sul personale, però anche in questo caso 3 aziende su 4 hanno incrementato l’incidenza in maniera più che proporzionale rispetto alla crescita del fatturato.
Così nel caso di Maxi Dì se da un lato il fatturato è incrementato del 3,5%, il costo del lavoro è nell’ultimo anno di Bilancio incrementato del 5,1%. Anche Aspiag ha visto una crescita del fatturato del 4,2% ma anche un incremento dell’incidenza del costo del lavoro del 4,9%. Alì, esempio più eclatante, ha da un lato incrementato il fatturato del 3,3%, ma dall’altro lato ha incrementato il costo del personale del 8,6%.
Un altro rilevatore molto interessante è dato dal fatturato per dipendente. Maxi Dì è l’azienda in cui ogni dipendente produce 342 milioni di euro di fatturato. Anche Unicomm, il cui modello di business si sta distinguendo molto rispetto agli altri, produce un ottimo risultato di fatturato per dipendente (306 milioni di euro). Alì ed Aspiag invece non riescono ad arrivare alla soglia dei 300 milioni di euro per ogni dipendente. Nel dettaglio nel primo ogni dipendente produce 287 milioni di euro, mentre Aspiag risulta ultima di questa graduatoria con quasi 252 milioni di euro.
Un altro indicatore importante è il coefficiente di rendimento dei dipendenti (tabella 4), ovvero il fatturato per dipendente diviso il costo medio per dipendente, dove la qualità del rendimento va considerata nella seguente maniera: il più basso il coefficiente rivela l'inferiore rendimento. Maxi Dì si conferma, così, anche la migliore azienda per rendimento dei dipendenti con un coefficiente molto alto (alto fatturato per dipendente e basso costo medio). Unicomm gode di un valore in equilibrio con la media del benchmark, mentre sia Aspiag che Alì sono sotto la media. L’azienda italo austriaca, rispetto alle altre, sopporta costi decisamente rilevanti per il fatturato prodotto, Alì, che gode di una miglior performance nel fatturato per dipendente, soffre l’alto costo medio per dipendente. Ebitdar e Ebitda: le aziende con le migliori gestioni caratteristiche nel 2018 Superato il costo del lavoro abbiamo sempre spiegato che è molto utile, nel settore Retail, la valutazione del Ebitdar, escludendo dalla valutazione quello che consiste nel “costo della rete di vendita”, i negozi.
Tutte le aziende, pur con alcuni margini di miglioramento, generano in ogni caso ottime performance. La media degli Ebitdar è del 7,8% ed il migliore è quello del Gruppo Alì (8,9%) ed il più basso quello di Unicomm (7,4%). Molto bene quello di Aspiag con 8,1% dei ricavi e Maxi Dì bene con il 7,4%.
Portando nella voce dei costi anche quelli che contemplano gli affitti e noleggi (quindi una parte della rete), si arriva al calcolo dell’Ebitda. Nel confronto dei Bilanci del 2018 la media che il benchmark riporta è del 5,9%. Il Gruppo Alì gode di un altissimo Ebitda (8,5%), molto distante dal resto delle aziende che si attestano su valori tra il 4,3% (Unicomm) ed il 5,7% (Maxi Dì). Aspiag nel 2018 ha prodotto un Ebitda del 5,1%.
Ma proprio questi risultati danno ancor più certezza alla tesi che abbiamo sempre sostenuto nell’analizzare i Bilanci del mass market retail: l’Ebitda è un valore che falsa le analisi perché la rete di negozi assume una valenza strategica molto importante. La loro ubicazione è uno dei punti chiave nelle strategie del fare Retail, e questa caratteristica spesso comporta scelte differenti: qualche volta l'immobile è in vendita, altre no. Aziende che prediligono costruire un business nel campo immobiliare costruiscono strategie differenti che trovano ristoro nel medio lungo periodo, coloro che prediligono investimenti immobiliari limitati vedranno appesantire i risultati della gestione caratteristica in senso stretto, pertanto il valore dell'Ebitda nel mercato Retail assume una valenza inferiore rispetto al Ebitdar.
L’Ebitda non tiene conto degli ammortamenti e delle svalutazioni e quindi si determinerà sempre un Ebitda basso, quindi penalizzante, per quelle aziende che utilizzano più la leva degli affitti dei locali, rispetto alle aziende che sono attive soprattutto nel campo del mercato immobiliare. Un esempio lampante è Alì.
Nessuno toglie che è una azienda che porta a fine anno un risultato eccellente, gode del miglior Ebitdar e del miglior Ebitda, ma la forbice con le altre aziende nel primo caso è talvolta minima, nel secondo caso esiste una distanza straordinaria. Ovviamente sarà l’Ebit, e poi il profit margin, a sancire quale di loro è la migliore però è un dato di fatto che attraverso l’Ebitdar la valutazione di benchmark assume un valore più equo.
Sarà interessante verificare se la parte più bassa del Bilancio, quella che comprende gli investimenti a medio e lungo termine, confermerà questo stato dell’essere oppure sancirà una azienda differente come leader dell’attuale confronto. Lo scopriremo nell’ultima pubblicazione.