Coop, Brisigotti: «La sfida è trovare l’equilibrio tra scala e territorio»

Il dossier mette in evidenza come sotto il sistema Coop convivano imprese differenti per dimensione, organizzazione, sviluppo della rete e presenza territoriale. Come si è arrivati a questa configurazione?

Coop è il frutto di un percorso molto lungo. Le cooperative nascono sul territorio nazionale nel Novecento, ma il cambiamento avviene soprattutto a partire dagli anni Settanta, con la decisione di sviluppare i supermercati. Da quel momento è iniziato un processo continuo e progressivo di aggregazione. Se guardiamo al numero delle cooperative di quarant’anni fa, di vent’anni fa e a quello di oggi, vediamo un percorso costante di integrazione. Questi processi hanno dato vita a imprese sempre più grandi, che hanno operato su territori e realtà differenti. Nel corso degli anni sono quindi nate organizzazioni aziendali diverse, che hanno affrontato anche fasi di sviluppo della rete differenti e hanno operato in contesti sociali ed economici diversi.

In che cosa il modello Coop si differenzia dai sistemi distributivi più integrati?

Mettere a confronto Coop con realtà perfettamente integrate significa confrontare due percorsi evolutivi differenti. Pensiamo ai sistemi tedeschi, statunitensi o francesi: in quei casi si parte da un modello di business e da un’organizzazione unica che progressivamente si espandono sul territorio. Il processo Coop è opposto. Si parte da realtà territorialmente distinte, nate in maniera autonoma, che nel tempo si integrano. La fotografia di oggi è il risultato di questo percorso: abbiamo imprese più grandi e meno numerose rispetto al passato. Sei grandi imprese rappresentano oggi quasi il 90% del giro d’affari del sistema.

Questa storia spiega anche le differenze di performance e di presenza territoriale che emergono dai dati?

Abbiamo realtà che occupano posizioni molto diverse nei rispettivi mercati. In alcune aree geografiche abbiamo quote di mercato più rilevanti, in altre inferiori al 10%. Ci sono territori nei quali siamo molto presenti e altri, anche rilevanti per il Paese, nei quali la nostra posizione è minoritaria. Penso, per esempio, alla Lombardia. Le imprese hanno avuto percorsi differenti e questo ha contribuito a determinare la situazione che osserviamo oggi.

È in corso un processo di maggiore integrazione tra le diverse Coop?

Il mercato è in trasformazione e anche Coop lo è. Siamo in una fase di passaggio e credo che sia in corso un processo in questa direzione. Più che di omologazione, però, parlerei della progressiva messa a fattor comune di quelle leve che necessitano di scala. Anche le esperienze degli operatori francesi hanno mostrato che il retail alimentare in Italia deve, da una parte, consolidare tutto ciò su cui è possibile fare scala e, dall’altra, mantenere la capacità di restare legato al territorio. È questo l’equilibrio da trovare.

Quindi maggiore integrazione non significa necessariamente maggiore centralizzazione?

Non credo che possa funzionare soltanto un sistema perfettamente integrato e guidato dal centro. Allo stesso modo, non credo che in Italia possano funzionare soltanto imprese esclusivamente locali. Nel secondo caso manca la scala, nel primo può mancare la capacità di restare agganciati alle esigenze del territorio. Il modello cooperativo cerca di trovare una sintesi tra questi due aspetti. La nostra prospettiva è essere più capaci di mettere insieme le leve per le quali la scala ha un valore, mantenendo invece a livello locale quelle per le quali ha senso che le decisioni vengano prese sul territorio. Questa è la sfida.

In questo equilibrio quale ruolo può avere la marca privata Coop?

La marca privata può essere letta innanzitutto come una leva del retail, utilizzata da tempo a livello internazionale. Coop ha una posizione costruita molto tempo fa. Oggi la MDD può essere utilizzata per raggiungere obiettivi differenti e, soprattutto, per generare differenziazione tra le imprese. In un mercato nel quale esiste una presenza molto elevata di punti vendita e nel quale gli operatori tendono continuamente a inseguirsi, la private label rappresenta un elemento di differenziazione. Svilupparne una presenza limitata è relativamente semplice. Più complesso è costruirla in modo esteso e differenziato. È su questo che si gioca una parte del suo valore.

Irene Marchetti
Irene Marchetti
Analista GDOData e responsabile del team di analisi. Si occupa di interpretare le dinamiche della Grande Distribuzione attraverso lo studio delle performance economiche, dell’evoluzione della rete vendita e degli assetti competitivi nei diversi territori. Nei suoi articoli unisce lettura dei dati, osservazione del mercato e analisi strategica delle insegne, con particolare attenzione allo sviluppo dei punti vendita e delle reti distributive, alla concorrenza locale e ai trend del retail alimentare. Interviene in eventi e fiere di settore in Italia e all’estero.

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