La pasta però è anche uno dei prodotti di base della dieta delle famiglie italiane che ha subito i maggiori rincari, fino al 25% secondo Assoutenti. Nella prima parte dell’anno ha pesato molto anche l’impennata del prezzo del grano duro che è arrivato a superare i 500 euro a tonnellata dopo l’invasione dell’Ucraina e a causa delle forti emergenze climatiche che hanno colpito alcune aree strategiche per la produzione: l’impennata del giugno scorso ha toccato un + 57% rispetto al prezzo medio degli ultimi 5 anni. Nelle scorse settimane il grano duro ha ripiegato in picchiata, con le quotazioni scese di quasi 100 euro alla tonnellata: una buona notizia per trasformatori e (forse) consumatori, pessima per i coltivatori .
Nel 2022 la produzione di grano duro in Italia è calata di 1,5 milioni di quintali rispetto all’anno scorso a causa soprattutto del cambiamento climatico, del caro energia e del conseguente aumento dei costi dei concimi, come certificano i Consorzi Agrari d’Italia (Cai). In Italia, segnala Coldiretti, ci sono 200mila aziende agricole impegnate a fornire grano duro di altissima qualità a una filiera che conta 360 imprese e circa 7.500 addetti, per un valore complessivo di circa 5 miliardi di euro. Secondo chi coltiva grano duro i prezzi conferiti dall’industria agli agricoltori compensano solo in parte i costi di produzione proibitivi e mettono a dura prova la filiera della pasta made in Italy.

Secondo Cia-Agricoltori Italiani non è la terra a mancare alle aziende agricole che vogliono produrre grano duro, ma interventi seri su gasolio agricolo (schizzato a 1,45 euro/lt.) e fertilizzanti -spesso di provenienza russa- più che raddoppiati. L'Italia è anche primo importatore mondiale di grano duro indispensabile a soddisfare la domanda dell’industria pastaria, che ammonta a circa 6,5 milioni di tonnellate. Con costi di produzione così alti e nessuna garanzia sul prezzo di mercato futuro, Cia segnala i forti i dubbi degli agricoltori italiani nella scelta della semina di grano duro, che si effettua abitualmente nel periodo che va da novembre a gennaio. Un problema annoso che però è diventato ancora più scottante negli ultimi mesi, quando alle tensioni “storiche” fra i coltivatori diretti e l’industria si sono aggiunte quelle recenti fra industria e retail, con i produttori di pasta che chiedono aumenti di listino e la Gdo che tenta di parare i colpi per proteggere i propri clienti messi a dura prova da un’inflazione trasversale che non accenna a rientrare.
La speranza è che ci mettano una pezza i mercati esteri, dove il Made in Italy continua ad essere apprezzato e il potere di spesa dei consumatori regge meglio rispetto al mercato domestico: l’Italia esporta ogni anno il 60% della pasta che produce in quasi 200 Paesi. Nel corso del tempo sono aumentati esponenzialmente anche i formati della pasta che sono ormai arrivati a quota 300, mentre alle varietà tradizionali si sono aggiunte quelle fatte con l’integrale, il gluten free, quelle con farine alternative e legumi. Ancora una volta, le chiavi del successo sono innovazione e internazionalizzazione.