sabato 7 Febbraio 2026

Rincari fino al 25% per la pasta degli italiani. Vince chi punta su export e innovazione

L’Italia tiene salda la leadership mondiale di produzione di pasta (3,6 milioni di tonnellate, un quarto della produzione mondiale, davanti a Turchia e Usa) e si conferma il Paese con il più alto consumo procapite al mondo con 23 kg l’anno, davanti a Tunisia (17), Venezuela (15), Grecia (12,2). Nel 2021 l’Italia ha esportato 2,2 milioni di tonnellate di pasta esportata (soprattutto in Europa, dove due piatti di pasta su tre sono Made in Italiy) e secondo le elaborazioni di Unione Italiana Food su dati Istat nei primi sei mesi del 2022 l’export ha registrato un’ulteriore crescita del +9% in valore e del 43% in volume.

La pasta però è anche uno dei prodotti di base della dieta delle famiglie italiane che ha subito i maggiori rincari, fino al 25% secondo Assoutenti. Nella prima parte dell’anno ha pesato molto anche l’impennata del prezzo del grano duro che è arrivato a superare i 500 euro a tonnellata dopo l’invasione dell’Ucraina e a causa delle forti emergenze climatiche che hanno colpito alcune aree strategiche per la produzione: l’impennata del giugno scorso ha toccato un + 57% rispetto al prezzo medio degli ultimi 5 anni. Nelle scorse settimane il grano duro ha ripiegato in picchiata, con le quotazioni scese di quasi 100 euro alla tonnellata: una buona notizia per trasformatori e (forse) consumatori, pessima per i coltivatori .

Nel 2022 la produzione di grano duro in Italia è calata di 1,5 milioni di quintali rispetto all’anno scorso a causa soprattutto del cambiamento climatico, del caro energia e del conseguente aumento dei costi dei concimi, come certificano i Consorzi Agrari d’Italia (Cai). In Italia, segnala Coldiretti, ci sono 200mila aziende agricole impegnate a fornire grano duro di altissima qualità a una filiera che conta 360 imprese e circa 7.500 addetti, per un valore complessivo di circa 5 miliardi di euro. Secondo chi coltiva grano duro i prezzi conferiti dall’industria agli agricoltori compensano solo in parte i costi di produzione proibitivi e mettono a dura prova la filiera della pasta made in Italy.

Secondo Cia-Agricoltori Italiani non è la terra a mancare alle aziende agricole che vogliono produrre grano duro, ma interventi seri su gasolio agricolo (schizzato a 1,45 euro/lt.) e fertilizzanti -spesso di provenienza russa- più che raddoppiati. L'Italia è anche primo importatore mondiale di grano duro indispensabile a soddisfare la domanda dell’industria pastaria, che ammonta a circa 6,5 milioni di tonnellate. Con costi di produzione così alti e nessuna garanzia sul prezzo di mercato futuro, Cia segnala i forti i dubbi degli agricoltori italiani nella scelta della semina di grano duro, che si effettua abitualmente nel periodo che va da novembre a gennaio. Un problema annoso che però è diventato ancora più scottante negli ultimi mesi, quando alle tensioni “storiche” fra i coltivatori diretti e l’industria si sono aggiunte quelle recenti fra industria e retail, con i produttori di pasta che chiedono aumenti di listino e la Gdo che tenta di parare i colpi per proteggere i propri clienti messi a dura prova da un’inflazione trasversale che non accenna a rientrare.

La speranza è che ci mettano una pezza i mercati esteri, dove il Made in Italy continua ad essere apprezzato e il potere di spesa dei consumatori regge meglio rispetto al mercato domestico: l’Italia esporta ogni anno il 60% della pasta che produce in quasi 200 Paesi. Nel corso del tempo sono aumentati esponenzialmente anche i formati della pasta che sono ormai arrivati a quota 300, mentre alle varietà tradizionali si sono aggiunte quelle fatte con l’integrale, il gluten free, quelle con farine alternative e legumi. Ancora una volta, le chiavi del successo sono innovazione e internazionalizzazione.

 

 

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Silvia Ognibene
Silvia Ognibene
Giornalista professionista, collabora stabilmente con agenzie di stampa e quotidiani nazionali e internazionali dedicando particolare attenzione ai temi di finanza, economia e lavoro.

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