Tabano (Federolio): sulla quantità l’Italia ha già perso contro la Spagna. Servono ricerca e sviluppo per vincere la sfida della qualità

Francesco Tabano è presidente di Federolio (Federazione Nazionale del Commercio Oleario) che riunisce circa 200 aziende, rappresentative di gran parte dell’olio d’oliva commercializzato sui mercati italiani ed esteri, oltre che all’ingrosso. Giunto al suo terzo mandato, in questa intervista Tabano fa il punto su un’annata difficile e sulle prospettive future per il settore.

Presidente, com’è andata l’ultima campagna di raccolta?

Quella 2022-23 è stata un’annata difficile, ma ormai è così da dieci anni. Solo che quest’anno si sono aggiunti elementi ulteriori che hanno creato la tempesta perfetta: oltre alle questioni di qualità e quantità del raccolto, ci sono i rincari dell’energia. Per questo motivo la determinazione del prezzo finale del prodotto è solo parzialmente dovuta alla materia prima e dipende principalmente da altri elementi. Inoltre si è prodotto uno scenario in cui non sempre la Gdo è disponibile a sostenere gli aumenti di costo: talvolta le motivazioni addotte dalla Gdo sono condivisibili, ad esempio perché cerca di evitare troppa inflazione per il consumatore; ma di fronte a condizioni oggettive ci aspetteremo reazioni diverse, va tenuto presente che se blocchiamo il prezzo finale questo a ritroso indice su tutti gli anelli della filiera. Il fatto che non ci sia una giusta remunerazione della filiera è tra le cause dell’abbandono di oltre un milione di ettari di oliveti. Da tempo sollecito la creazione di un tavolo di filiera al quale siedano tutti gli attori ovvero produttori, frantoiani, distributori e soprattutto la Gdo per condividere le problematiche del comparto. Sarebbe un passo in avanti per condividere i problemi. Il paradosso, che riguarda soprattutto il prodotto italiano, bisognoso di sempre maggiore valorizzazione, è che il prezzo finale non è quasi mai correlato alla qualità, ma dipende da tutt’altri aspetti: l’anno scorso c’era maggiore qualità e l’olio costava meno, quest’anno la qualità è inferiore e il prezzo è più alto. Questo meccanismo non aiuta a far crescere il sistema.

Nello scorso settembre Monini e altre aziende importanti sono uscite da Federolio per dare vita ad Unifol, una nuova associazione di categoria. Qual è la sua posizione?

Dividersi è una baggianata clamorosa. Io sono al terzo mandato e nel corso dei miei anni da presidente ho tentato addirittura una fusione tra Federolio e Assitol: anche mettendo tutto insieme saremmo sempre piccoli rispetto al mondo, ma sempre meglio che dividersi e far prevalere interessi particolari. Se non si condividono alcune politiche di un’associazione si prova ad agire dall’interno, non se ne fa un’altra. E’ il tipico nanismo italiano. No parliamo sia con Assitol che con Unifol e questa frammentazione non ha senso: io parlo di tavoli di filiera e noi per primi siamo divisi, mentre anche di fronte alle istituzioni mostrarsi compatti significherebbe pretendere una risposta univoca, in questo modo la politica ha buon gioco a fare melina.

E’ favorevole all’introduzione in Italia di coltivazioni intensive sul modello di quanto è stato fatto in Spagna?

Per far questo servono terreni pianeggianti e la possibilità di attingere a risorse idriche. In Italia di spazi così ce ne sono pochi, ce ne sono ad esempio in Emilia Romagna dove sono impiegati per la frutta, in Trentino per le mele, produzioni che non hanno nessun problema qualitativo. Neppure l’olivo ne avrebbe, il problema del superintensivo è geografico e culturale. La nostra battaglia sulla quantità è già persa, l’hanno vinta Spagna, Tunisia, Marocco. Possiamo ancora dire la nostra sulla qualità, ma serve un’agricoltura colta, professionale e moderna. Dobbiamo lavorare su tre fronti: recuperare i campi abbandonati; fare nuovi impianti moderni e investire in ricerca e sviluppo; ampliare i consumi che sono in calo. Noi non abbiamo fatto ricerca, quindi nel superintensivo si usano cultivar spagnole: le banche danno i finanziamenti se si usano le cultivar spagnole e non se si usano quelle italiane perché non sono sperimentate. Abbiamo cultivar adatte, serve la sperimentazione nella quale devono lavorare assieme aziende e associazioni di categoria. A noi interessa bene della categoria, non lo spostamento di fatturati da un’azienda all’altra.