Costi dell’energia e caldo record mandano in tilt la filiera del pomodoro da salsa

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“Il comparto è letteralmente in ginocchio a causa dei costi di produzione del tutto fuori controllo”. La sintesi, lapidaria, è di Anicav (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali, Confindustria). Quanto accaduto negli ultimi mesi – con la siccità record e la difficoltà a reperire manodopera – lasciava presagire che la campagna di trasformazione del pomodoro 2022 sarebbe stata caratterizzata da grandi difficoltà, ma la realtà che si sta presentando è di gran lunga peggiore, secondo l’associazione di categoria. “L’incremento vertiginoso dei prezzi dell’energia è quello che balza subito all’occhio – dice Anicav -. Il costo del gasolio ha fatto lievitare quello del trasporto, ma più di tutto il resto stanno causando gravi problemi i rincari esponenziali, addirittura oltre il 1000%, del gas metano, il più utilizzato negli stabilimenti di produzione delle conserve di pomodoro. E ancora, l’acciaio, necessario per la produzione delle scatole che rappresentano il principale contenitore dei nostri prodotti, il vetro, la carta e le vernici per le etichette, cartone, plastica e legno per gli imballaggi secondari. Tutto sta registrando aumenti a doppia cifra”. Questo stato di cose ha portato ad un livello di tensione che non si era mai registrato prima nella filiera del pomodoro. Il direttore generale di Anicav, Giovanni De Angelis, ha chiesto un intervento a sostegno delle imprese, soprattutto per contenere i costi delle bollette, spiegando che “questa situazione è impossibile da sostenere soprattutto se si considerano le evidenti difficoltà che avremo nel trasferire questi aumenti alla grande distribuzione”. Come se questo non bastasse, secondo il DG di Anicav gli agricoltori del Sud ci stanno speculando sopra.

“Un quadro che sta mettendo a rischio uno dei comparti più rappresentativi e importanti dell’industria alimentare italiana”. L’Italia infatti è il secondo Paese trasformatore a livello globale dopo gli Stati Uniti e rappresenta il 15,6% della produzione mondiale e il 53% del trasformato europeo. La filiera del pomodoro da industria rappresenta la più importante filiera italiana dell’ortofrutta trasformata e, con un fatturato, nel 2021, di 3,7 miliardi di euro, di cui circa 2 miliardi derivanti dall’export, riveste un ruolo strategico e nell’economia nazionale impiegando circa 10.000 lavoratori fissi e oltre 25.000 lavoratori stagionali, cui si aggiunge la manodopera impegnata nell’indotto. Secondo Anicav, per questa campagna di trasformazione, in Italia sono stati messi a coltura 65.180 ettari – con una riduzione dell’8,5% rispetto all’anno record 2021 – di cui 37.024 nel Bacino Nord (-4,1% rispetto alla scorsa campagna) e 28.156 nel Bacino Centro Sud (- 13,6% sul 2021). Sulla base di questi dati e considerando quanto fatto in media negli anni scorsi, Anicav prevede una produzione tra 5,2 e 5,4 milioni di tonnellate.

“I rincari, che hanno raggiunto livelli senza precedenti non solo in termini di quantità ma soprattutto per la generalità degli elementi di costo interessati, hanno fatto lievitare enormemente i costi di produzione. – ha dichiarato Marco Serafini, Presidente di Anicav – Il comparto sarà messo a dura prova, ma restiamo fiduciosi confidando nelle capacità di resilienza dei nostri imprenditori che cercheranno, almeno in parte, di attutire le conseguenze di tali aumenti incidendo sui propri margini”.

L’impennata dei prezzi ha generato inevitabili tensioni con i produttori, parte dei quali sono stati tacciati dai rappresentanti dell’industria di trasformazione di speculare sulle difficoltà: “Ci preoccupa l’atteggiamento speculativo di una parte del mondo agricolo, che si è palesato fin dall’avvio di questa campagna, che rischia seriamente di mettere in discussione la sopravvivenza della filiera, in particolare nel bacino centro meridionale”, ha detto il direttore generale di Anicav Giovanni De Angelis. “E’ il caso di ricordare – continua De Angelis – che l’industria, dopo mesi di trattative, ha riconosciuto un prezzo di riferimento del pomodoro al Nord e, ancor di più, al Centro Sud che non ha precedenti nella storia della contrattazione del pomodoro da industria e che rimane il più alto pagato al mondo.” L’accordo sul prezzo del pomodoro da industria è stato raggiunto per il Centro Nord nel mese di aprile – molto in ritardo rispetto agli anni precedenti – e soltanto all’inizio di luglio per il Centro Sud. Un livello di tensione e stallo perdurante delle trattative che non si era mia verificato nella storia: ancora a maggio la distanza fra richiesta e offerta era di 10-15 euro alla tonnellata. Per il Nord alla fine sono stati riconosciuti 108,5 euro a tonnellata, il 18% in più rispetto al 2021. Per il Sud – dove di fatto l’accordo è stato chiuso all’avvio della campagna di raccolta, che ha dovuto essere anticipata per via del caldo anomalo – sono stati infine riconosciuti 130 euro alla tonnellata per il tondo e 140 euro per il lungo ed è stato previsto un sovrapprezzo di 30 euro alla tonnellata per la produzione biologica. Tuttavia, secondo Anicav, alcuni produttori del centro sud stanno continuando a chiedere ulteriori aumenti.

“Quello che sta accadendo nel bacino centro-sud ci lascia davvero attoniti – ha detto il presidente Marco Serafini -. Siamo costretti a subire le pressioni del mondo agricolo che, nonostante l’elevato prezzo medio della materia prima riconosciuto, con incrementi senza pari nella storia della nostra filiera, continua ad avanzare ingiustificate ed immotivate richieste di ulteriori aumenti che stanno mettendo a rischio l’intero comparto alimentando una spirale inflazionistica a tutto danno del consumatore finale. Non si riesce davvero a comprendere perché nel Nord Italia si possa rispettare per il pomodoro tondo il contratto a 108 euro per tonnellata, malgrado la gravissima siccità che ha colpito quella zona, mentre al Sud, nonostante un prezzo medio di riferimento di 130 euro per tonnellata, si continua imperterriti a chiedere ulteriori aumenti di giorno in giorno. Tutto ciò non è accettabile”.

I produttori di pomodori, ovviamente, hanno fin dal principio respinto al mittente le accuse di speculazione e snocciolano i rincari che le aziende agricole stanno fronteggiando. Ha detto Coldiretti che le aziende agricole si trovano a gestire “aumenti che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio, il vetro costa oltre il 30% in più rispetto allo scorso anno, ma si registra un incremento del 15% per il tetrapack, del 35% per le etichette, del 45% per il cartone, del 60% per i barattoli di banda stagnata, fino ad arrivare al 70% per la plastica. Rincarato anche il trasporto su gomma del 25% al quale si aggiunge la preoccupante situazione dei costi di container e noli marittimi, con aumenti che vanno dal 400% al 1000%”. Secondo gli agricoltori, in questo scenario “drammatico” è annidato anche un paradosso per cui si paga più la bottiglia che il pomodoro in essa contenuto: “In una bottiglia di passata da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà (53%) è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità”. Va aggiunto, come se non bastasse, che la siccità e le temperature roventi quest’anno hanno tagliato dell’11% il raccolto del pomodoro dal salsa. Il conto se lo ritroveranno le famiglie italiane che ogni anno mettono nel carrello della spesa 20 chili tra passate, polpa, pelati e pomodorini.