L’incontro organizzato da Delfort alla Cibus Link Hall durante la recente manifestazione del TuttoFood 2026, dedicato all’evoluzione del packaging alimentare, ha avuto il merito di spostare il dibattito da una contrapposizione ormai sterile – carta contro plastica – a una domanda molto più rilevante per il manifatturiero europeo: chi guiderà la trasformazione imposta dalle nuove regole ambientali e chi, invece, si limiterà ad adeguarsi?
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Per anni il packaging è stato valutato quasi esclusivamente attraverso tre variabili: protezione del prodotto, costo ed efficienza industriale: oggi ne esiste una quarta, destinata a incidere quanto le altre: la conformità ambientale.
Il Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) non rappresenta soltanto un nuovo regolamento europeo, segna il passaggio da un mercato nel quale erano le imprese a decidere le soluzioni migliori a un sistema nel quale anche il legislatore entra direttamente nella progettazione del prodotto. Non sarà più sufficiente che un imballaggio protegga gli alimenti e sia economicamente competitivo: dovrà dimostrare di essere progettato secondo criteri di riciclabilità, riduzione del materiale utilizzato e sostenibilità dell’intero ciclo di vita.
È probabilmente questo il messaggio più forte emerso durante la tavola rotonda, perché una credenza generalizzata ma non vera è che la sostenibilità entra nei conti economici. Nel dibattito comune, infatti, la sostenibilità si è spesso contrapposta l’etica all’economia. Ma l’evento di TuttoFood ha raccontato invece un’evoluzione diversa: secondo Gregor (Delfort), la carta sta vivendo oggi una fase molto simile a quella attraversata dall’auto elettrica dieci anni fa: una tecnologia inizialmente adottata da pochi innovatori che, grazie alla convergenza tra innovazione, regolamentazione, infrastrutture e domanda, è destinata a superare il punto di svolta verso il mercato di massa.
La tesi non si fonda soltanto su considerazioni ambientali, il punto centrale riguarda il Total Cost of Ownership. Secondo l’analisi presentata, in diversi mercati europei il packaging in carta risulta già oggi competitivo – e in alcuni casi economicamente preferibile – considerando non soltanto il prezzo del materiale, ma anche gli oneri ambientali, i contributi EPR e il costo complessivo di gestione lungo l’intero ciclo di vita: è un cambio di paradigma. La sostenibilità smette di essere un costo aggiuntivo e diventa progressivamente una variabile economica.
Dalla competizione alla filiera
Un altro elemento emerso con forza riguarda il modello industriale: la trasformazione del packaging non appare affrontabile da un singolo operatore.
Delfort, Sacchital ed Esseoquattro hanno descritto un processo nel quale ricerca sui materiali, tecnologie di trasformazione, stampa, progettazione e competenze normative diventano parti di un’unica filiera. Persino il richiamo rivolto ai concorrenti affinché investano nello sviluppo di soluzioni analoghe riflette una logica poco frequente nel manifatturiero: senza una massa critica di fornitori affidabili, i grandi gruppi alimentari difficilmente accelereranno la transizione.
La competitività, in questo scenario, non nasce dall’isolamento ma dalla capacità dell’intero ecosistema industriale di offrire alternative credibili.
Il packaging diventa comunicazione
Ma il tema più interessante emerso durante l’incontro riguarda probabilmente il rapporto con il consumatore. Per molti anni il packaging è stato considerato un semplice supporto grafico oggi, invece, assume un ruolo completamente diverso.
Secondo Alberto Palaveri, il packaging rappresenta il mezzo di comunicazione più letto dagli italiani: ogni acquisto diventa un momento di lettura, interpretazione e costruzione del valore del marchio. Per questo motivo, la coerenza tra il contenuto del prodotto e il materiale che lo avvolge assume un’importanza crescente nella percezione del consumatore. Il messaggio è semplice ma di grande impatto industriale: non basta che un alimento sia sostenibile, anche il suo imballaggio deve esserlo, o almeno deve essere percepito come coerente con i valori dichiarati dal brand.
Innovare prima dell’obbligo
Tra gli interventi più concreti, quello di Silvia Ortolani (Esseoquattro) ha portato l’attenzione sull’anticipazione normativa. L’azienda ha scelto di sviluppare soluzioni prive di PFAS e prodotti riciclabili prima che i nuovi obblighi europei entrassero pienamente in vigore, affrontando inevitabili difficoltà tecniche e commerciali. Una scelta motivata non soltanto dalla prospettiva regolatoria, ma dalla convinzione che l’innovazione richieda tempo, sperimentazione e collaborazione lungo tutta la filiera.
È una posizione che fotografa bene il momento attraversato oggi dall’industria del packaging, chi aspetta l’entrata in vigore delle norme rischia di arrivare tardi, invece chi investe oggi, invece, sta acquistando tempo. L’impressione che resta al termine dell’incontro è che il settore non stia vivendo una semplice sostituzione di materiali, ma che stia cambiando il modo stesso di progettare gli imballaggi. Peso, riciclabilità, sicurezza alimentare, efficienza logistica, costo complessivo, comunicazione e conformità normativa diventano elementi di un’unica equazione.
In questo scenario, il packaging smette definitivamente di essere una componente accessoria del prodotto, per diventare una leva strategica di competitività industriale. Ed è probabilmente questa la sfida più impegnativa che il manifatturiero alimentare europeo sarà chiamato ad affrontare nel prossimo decennio.







