Marcone (Granoro): preghiamo che il prossimo raccolto di grano duro sia buono, situazione critica. 50 centesimi in piu’ a pacchetto oppure saltano le aziende

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Giandomenico Marcone è responsabile Acquisti e Sviluppo prodotti del Pastificio Granoro, fondato nel 1967 a Corato da Attilio Mastromauro.  Tra le più importanti realtà produttive italiane nel settore della pasta secca di grano duro, Granoro ha una fatturato medio di circa 80 milioni di euro l’anno, conta su 11 linee di produzione ed è presente in 180 Paesi del mondo. In questo colloquio con GDONews, Marcone spiega in che modo l’azienda stia attraversando la “tempesta perfetta” che si è creata con il sommarsi dei lockdown ancora presenti in molte parti del mondo, della guerra in Europa e della crisi climatica.

A cosa è dovuta l’esplosione dei costi per le aziende che producono pasta di semola?

Ovviamente subiamo come tutto l’impennata dei costi dell’energia, dei trasporti, degli imballi in plastica e cartone: ma per le imprese che producono pasta di semola il problema più serio, cruciale, è quello della nostra materia prima di base, grano duro che ha subito un incremento del 100%, è raddoppiato. Il grano duro l’anno scorso costava 280 euro a tonnellata, oggi ne costa 560: questo dignifica un aumento di 40 centesimi per chilo di pasta dovuto solo al costo della semola. Gli imballaggi, che sono legati al prezzo del petrolio, sono aumentati del 35%. E non bisogna dimenticare che i molini e i pastifici sono aziende energivore che assorbono molto gas ed energia elettrica: ad una situazione già tesa a causa delle conseguenze della pandemia si è aggiunto il fattore geopolitico della guerra in Ucraina. L’incremento dei costi dell’energia pesa 6 centesimi per ogni chilo di pasta.

Di quanto dovete aumentare il prezzo di un chilo di pasta per ammortizzare i costi?

Se non aumentiamo i prezzi da 50 a 55 centesimi al chilo diventa veramente dura: non stiamo parlando di marginalità, ma della sostenibilità economica dell’azienda. Questi prezzi delle materie prime comportano per noi un esborso doppio e dobbiamo esporci finanziariamente.

Questi aumenti sono dovuti a fattori reali o gioca un ruolo anche la speculazione?

L’incremento del costo del grano duro è assolutamente giustificato dai fondamentali ed è determinato principalmente dalla carenza di produzione dell’ultimo anno. L’Italia è il maggior produttore di pasta al mondo ed è il secondo produttore mondiale di grano duro: la produzione domestica, però, copre solo il 60% del fabbisogno e il restante 40% deve essere importato. Le principali fonti di approvvigionamento sono sempre stati paesi come il Canada e l’America Centrale (Arizona) che lo scorso anno sono stati colpiti da una forte siccità che ha dimezzato la produzione. Di conseguenza il prezzo del grano duro è esploso e dallo scorso agosto si è arrivati ad un raddoppio. La quotazione di riferimento è quella di Chicago valida a livello globale: il prezzo del grano duro è quello, valido per l’Italia come per gli altri Paesi acquirenti. Il fattore speculativo esiste, ma è marginale. Sono i fondamentali a rappresentare il problema: da 4 anni consecutivi la produzione mondiale grano duro è inferiore ai consumi. Se anche significasse che nel mondo si consuma più pasta – dato positivo per noi produttori ed esportatori – resta il fatto che la produzione di grano duro è inferiore ai consumi. La prossima campagna di raccolta del grano duro in Italia è fra 20 giorni, le scorte in Italia sono vicine allo zero, c’è carenza e quindi tensione sui prezzi. Preghiamo a mani giunte che il raccolto italiano vada nel verso giusto, altrimenti saranno guai.  E’ il caldo degli ultimi giorni non aiuta.

Secondo Coldiretti in Italia negli ultimi anni sono molto diminuiti i campi coltivati a grano duro e bisognerebbe aumentare le superfici: questo aiuterebbe a risolvere il problema?

L’estensione geografica dell’Italia è quella che è, non possiamo aumentarla.  Oggettivamente parlando, pur volendo liberare ettari da riconvertire a grano duro, non credo che l’Italia sarà mai in grado di coprire l’intero fabbisogno con la produzione interna. Serve una politica europea, è l’Europa che come sistema deve pensare ad essere autosufficiente.

Di fronte a questa situazione, le banche che atteggiamento hanno? Vi sostengono?

Il sistema bancario resta a sostegno delle imprese sane, le sostiene con le classiche aperture di credito ma non c’è una misura specifica che oggi ci aiuti a fronteggiare lo squilibrio finanziario che si è determinato. Negli ultimi 6-7 mesi gli aumenti sono stati assorbiti dalla filiera e non sono stati riversati sui consumatori perché sappiamo che a valle ci sono altri problemi, a partire dalla diminuzione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

Qual è lo stato delle vostre relazioni con la GDO?

E’ ottimo perché, al di là di una prima fase tipica del gioco delle parti, immediatamente successiva allo choc per il prezzo del grano duro nell’autunno scorso, quello che stava avvenendo sui mercati agricoli è diventato oggettivo e condiviso ed abbiamo trovato un atteggiamento collaborativo. Con la GDO abbiamo concordato aumenti per step, perché da parte loro veniva giustamente osservato che impattare in modo negativo sui consumatori con un aumento importante dei prezzi avrebbe depresso i consumi. Noi però gli aumenti li abbiamo dovuti fronteggiare subito e questo ha portato le imprese in una situazione di squilibrio economico-finanziario. Con la GDO abbiamo condiviso degli step di aumento per spalmare il rincaro il più possibile: ancora oggi stiamo cercando di recuperare quello che abbiamo già perso, ma il rapporto è molto collaborativo. In sostanza alla GDO abbiamo detto ‘dateci gli aumenti come volete, anche gradualmente va bene’ ma dateci una mano altrimenti rischiamo il default.

Siete riusciti a recuperare i maggiori costi?

Non ancora, stiamo cercando di arrivare al traguardo. Il maggior costo pesa mediamente fra i 50 a 55 centesimi al chilo per il sistema di produzione della pasta. Il prezzo al chilo per il consumatore finale è aumentato di 20-30 centesimi a pacchetto. Siamo quindi circa alla metà del percorso, attraverso step intermedi dal valore di 10 centesimi ciascuno. E’ un piccolo riposizionamento che speriamo di completare a pieno entro l’estate: ne va della tenuta delle imprese e del settore ormai da un anno in forte sofferenza.