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Capsule di caffè: e se non tutte le compostabili fossero in grado di essere smaltite nell’organico? Inchiesta di GDONews allarmante

Il tema del momento è Plastic Free: lo è nei tavoli governativi dove le diverse anime della maggioranza di Governo stanno litigando per inserire o meno una tassa sui prodotti di plastica, è lo è soprattutto nella società civile che, oggi, ha scoperto gli enormi danni che tonnellate di plastica provocano al ambiente ed al suo ecosistema.

In una recente puntata della trasmissione televisiva Report, che in verità parlava prevalentemente del gusto e della qualità di alcuni caffè messi a confronto tra loro, per qualche minuto un inviato della trasmissione si è recato in un inceneritore facendo agli operai dell’impianto delle domande relative alla massa di capsule di caffè che ricevono quotidianamente e che non riescono a smaltire.

In effetti oggi questo è un problema enorme, e la GDO sta iniziando ad interessarsi seriamente al problema ma concentrandosi prevalentemente in quei prodotti cosiddetti “usa e getta”, come piatti, bicchieri e posate di plastica, senza aver, erroneamente, messo debitamente a fuoco un problema se vogliamo più grave: quello delle capsule di caffè.

L’industria, dal canto suo, è invece già sul mercato con una offerta eterogenea di capsule denominate “compostabili”, quindi in grado di essere smaltite nei rifiuti organici, però anche noi di GDONews abbiamo svolto una piccola inchiesta facendo una importantissima scoperta; il mercato delle capsule compostabili è molto variegato e complicato, i materiali chimicamente sono diversi uno dall’altro ed in conseguenza di ciò, a seconda di quelli usati, è possibile:

  1. Che il materiale compostabile che avvolge il caffè al posto della plastica non garantisca allo stesso la stessa durata nel tempo 
  2. Che la capsula compostabile, a causa del materiale utilizzato, abbia una durata molto limitata (aging) e che quindi si possa rompere durante l’utilizzo da parte del consumatore (o addirittura prima) nell’utilizzo delle macchine del caffè.
  3. Che la capsula, a seconda del materiale utilizzato, si composti in tempi più lunghi rispetto a quelli medi dettati dagli attuali macchinari adibiti ad esso nei vari Comuni Italiani complicando, di fatto, i processi di compostaggio.

In definitiva se il buyer non possiede alcune basiche e fondamentali informazioni relative ai materiali utilizzati rischia inserire a scaffale prodotti che si dichiarano compostabili, ma che di fatto producono rifiuti che, al contrario, non sono per nulla idonei ai processi di compostaggio industriale, vanificando l’intento originario e posizionando lo scaffale con prezzi più cari per i consumatori ma soprattutto ingannandoli.

In questa pubblicazione, che si divide due parti, si spiegheranno tutti gli accorgimenti necessari affinché il buyer di categoria possa agire sullo scaffale, in favore di una oggettiva svolta “green”, senza fare danni all’ambiente, al consumatore e soprattutto alla reputazione della propria azienda.

Il dato oggettivo è che le capsule del caffè ormai sono una realtà nelle nostre case e tra i vari sistemi il leader Nespresso ha trovato una sua soluzione,  arrivando ad un accordo con il Cial, Consorzio italiano alluminio, per riciclare le capsule, mentre tutte le altre compatibili tradizionali attualmente in commercio, oltre agli altri marchi, vanno in discarica (o in inceneritori).

Il problema è, però, che le capsule in alluminio della Nespresso (le originali per capirci) non sono presenti in GDO.

L’accordo con Cial si chiama “The Positive Cup”, attivo dal 2011 e rinnovato nel Luglio 2018, ha raggiunto interessati risultati ma anche in questo caso non è “tutto oro quel che luccica!”. Questo protocollo impone un certo impegno da parte del consumatore che, per rendere davvero efficace il processo di compostaggio, è obbligato a separare l’alluminio dai residui di caffè, oppure deve conferire le capsule raccolte ad un impianto di lavorazione dotato dell’opportuna tecnologia per il trattamento e la separazione delle due frazioni (alluminio e caffè). Altro caso è quello di consegnare le stesse ai Negozi Nespresso che, in teoria, dovrebbero conferirli come sopra spiegato.

Non sarebbe più logico e più facile buttare tutto nei rifiuti organici in casa e basta?

Oggi in Italia molti torrefattori, protagonisti del mercato delle compatibili Nespresso, Dolce Gusto e A Modo Mio, ovvero le più vendute, si sono già attivati per immettere su mercato un prodotto compostabile in alternativa all’alluminio. 

Il problema è che i materiali utilizzati sono moltissimi e la maggior parte non assolvono al loro ruolo, ecco la ragione di questo articolo nella funzione di guida all’acquisto per i buyer della GDO.

Esistono sostanzialmente due metodi di produrre una capsula compostabile di caffè: con un materiale che si chiama PLA ed uno che si chiama Compound. La differenza è semplice: il primo è un MONO materiale, unito ed unico, l’altro sono miscele di materiali, hanno una parte di PLA poi altre molecole che servono per permettere dare la compostabilità alla capsula.

Qual è la differenza in termini pratici?

Semplice: il secondo rischia quello che viene denominato “aging della capsula”, ovvero un invecchiamento veloce dell’intera capsula che, nel giro di pochi mesi, si può infragilire e uindi rompersi. Infatti mischiando materiali la loro compatibilità non può essere la stessa rispetto ad una capsula che è composta solo da uno. In pratica il materiale compound ha una vita più breve ed è a rischio disgregazione del materiale nel momento in cui il prodotto è nel magazzino del fornitore, del retailer oppure nella casa del consumatore che già l’ha acquistata e non l’ha ancora usata.

Ciò accade per una semplice ragione che bisogna accettare: il materiale compostabile è molto meno idoneo rispetto alla plastica tradizionale all’utilizzo della capsula da caffè.

Pertanto il primo accorgimento che un buyer deve avere nell’acquistare un prodotto come una capsula compostabile (che sia o meno autoprotetta) è che sia in materiale PLA (Acido Polilattico), un materiale derivato dalla trasformazione degli zuccheri presenti in mais, barbabietola, canna da zucchero e altri materiali naturali e rinnovabili e non derivati dal petrolio, a differenza della plastica tradizionale.

Nella prossima pubblicazione scopriremo altri incredibili rischi che questo nuovo mercato comporta e che la GDO deve conoscere a tutela del proprio consumatore e della sua reputazione.

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