All’inizio del nuovo anno, in collaborazione con NielsenIQ, l’Ufficio Studi di GDO Data pubblicherà un importante manuale dedicato all’evoluzione delle vendite dei prodotti healthy, un lavoro che analizzerà con profondità un’area sempre più centrale nelle strategie dei retailer e nelle abitudini alimentari degli italiani.
In questo quadro il mercato del senza glutine rappresenta uno dei segmenti più interessanti da osservare, perché pur rimanendo una nicchia in termini numerici, mostra dinamiche di crescita, trasformazione e ridefinizione dei comportamenti d’acquisto che lo rendono un laboratorio anticipatore di tendenze e un indicatore sensibile dei cambiamenti culturali legati alla salute e al benessere alimentare.
Il mercato del senza glutine in Italia continua a crescere con una velocità che sorprende, perché nonostante rimanga una nicchia del largo consumo, presenta dinamiche di penetrazione e di domanda che ormai travalicano i confini del bisogno medico.
I dati mostrano un’espansione reale: i volumi aumentano del 6,8% e il valore dell’8,6%, raggiungendo quota 371 milioni di euro, un risultato che dimostra quanto questa categoria stia diventando rilevante nei comportamenti di acquisto di molte famiglie.
Il Sud Italia traina la progressione del mercato con un incremento su anno del 15,4% a valore e del 12,2% a volumi, mentre Nord e Centro crescono in modo più costante ma meno esplosivo, segno che la penetrazione nei territori meridionali è ancora in forte sviluppo.
I supermercati restano il canale più performante con un +9,9%, seguiti dai discount che avanzano del 6,6% grazie a una politica di prezzi estremamente aggressiva, mentre gli ipermercati mostrano una crescita più moderata e un ruolo sempre meno centrale nell’evoluzione della categoria. Il prezzo medio mostra un aumento limitato all’1,7%, segnale di una normalizzazione post-inflazione ma anche della pressione competitiva generata dal posizionamento dei discount. In questo scenario la MDD avanza soprattutto nel Sud e nei formati medi, diventando un driver strategico nella costruzione di assortimenti accessibili e convincenti.
All’interno di questa fotografia oggettiva si inserisce la riflessione personale di chi scrive, perché oltre ai dati esiste un vissuto concreto che permette di cogliere ciò che le statistiche non raccontano: il senza glutine è una nicchia sì, ma è una nicchia che modifica radicalmente la vita delle famiglie che ne fanno parte. La scoperta della celiachia di mio figlio ha rivelato anche la mia intolleranza, trasformando completamente le nostre abitudini alimentari e costringendoci a rivedere non solo ciò che acquistiamo, ma anche i luoghi in cui scegliamo di fare la spesa.
Prima di questa diagnosi convivevo con fastidi digestivi che attribuivo al ritmo di vita e che mi avevano portato, come molti manager del settore, all’uso quotidiano di gastroprotettori. Solo il percorso di analisi dedicato alla diagnosi di mio figlio ha fatto emergere la vera causa e da quel momento la nostra alimentazione è cambiata: niente più pane, pasta di grano duro o pizza, tutti sostituiti da riso, mais, polenta e dai prodotti senza glutine disponibili nella grande distribuzione.
Questa esperienza personale, pur appartenendo a una minoranza, evidenzia una domanda destinata ad amplificarsi perché molte persone convivono con disturbi legati al glutine senza avere una diagnosi formale e spesso trovano come unica risposta una prescrizione di farmaci che risolvono il sintomo ma non la causa.
L’ingresso nel “mondo del reparto senza glutine” ha cambiato anche il mio modo di vivere il retail: oggi sono più fedele a quelle insegne che presidiano la categoria in modo approfondito e con MDD di qualità, ma è innegabile che il principale limite rimanga il prezzo. La ragione non è un mistero: lo Stato eroga un contributo mensile, variabile tra 90 e 150 euro, destinato ai celiaci certificati. Questo beneficio, pur essendo una conquista importante, altera profondamente il meccanismo economico della domanda e dell’offerta, garantendo margini molto elevati all’industria e, in parte, anche al distributore, e generando differenziali di prezzo enormi tra discount e supermercati. Il fatto che tutti i celiaci, indipendentemente dal reddito, ricevano la stessa sovvenzione crea un sistema distorto che non incentiva efficienza né competitività e che in Paesi come la Spagna, dove il contributo non è così esteso, produce livelli di prezzo molto più bassi e coerenti.
In questo quadro, i dati NielsenIQ testimoniano sì un mercato in crescita, ma anche una categoria condizionata da un sistema di incentivi che rende i prezzi più alti rispetto a quanto accade in altri mercati europei e che allo stesso tempo influenza le abitudini di acquisto dell’intero nucleo familiare, perché è la famiglia, e non il singolo individuo, a dover modificare completamente la propria dieta.
Nonostante ciò, molte insegne non hanno ancora compreso il potenziale strategico del gluten free, soprattutto sul fronte della MDD, che potrebbe realmente determinare le scelte di migliaia di famiglie che vivono questa esigenza ogni giorno e che rappresentano una numerica tutt’altro che trascurabile.
Il mercato può crescere ancora molto, ma serviranno maggiore consapevolezza da parte dei retailer, sarebbe auspicabile una revisione del sistema degli incentivi statali e un approccio più tecnico alla costruzione dell’assortimento. È difficile per un non celiaco comprendere fino in fondo questa dinamica, ma il futuro della categoria sarà scritto proprio da chi conosce bene la materia, perché ciò che oggi appare una nicchia è destinato a emergere con più forza man mano che i controlli aumenteranno e le diagnosi si faranno più frequenti. La raccomandazione finale è semplice: lasciate sviluppare questa categoria a chi la vive davvero, perché solo così il mercato potrà raggiungere il suo reale potenziale.







