Succhi e Nettari: industrie al giro di boa dopo la “battaglia degli zuccheri”

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Il mercato dei nettari e succhi di frutta è in cerca della strada giusta per uscire dalle secche, pare aver capito la direzione da imboccare ma si trova a fare i conti con l’impennata dei costi di produzione proprio quando iniziavano a comparire i primi, deboli, segnali di inversione di tendenza. L’Italia non ha mai fatto la fortuna di questo tipo di bevande, al contrario di altri Paesi dove, ad esempio vengono impiegati in modo abituale per la prima colazione.

Si aggiunga la battaglia contro gli zuccheri aggiunti che negli ultimi anni ha messo nel mirino numerosi prodotti industriali, fra i quali anche i succhi di frutta e i nettari, categoria vastissima all’interno della quale si possono trovare prodotti con pochissima frutta (anche meno del 30%) e quindi tanti zuccheri aggiunti, così come opzioni di gamma molto alta che contengono soltanto frutta al 100%. Ecco, la strada da imboccare per rivitalizzare il comparto è proprio quella che punta sulla qualità, per consegnare all’archivio della Storia l’immagine del succo di frutta come nocivo per la salute e costruire un’identità nuova di prodotto benefico e naturale. Un’indicazione chiara in tal senso è questa: secondo IRI, nel 2021 le vendite di prodotti senza zucchero aggiunto – che oggi rappresentano il 12% del giro d’affari complessivo – sono cresciute di oltre il 30%. I “freschi”, quelli che si trovano nel banco frigo, percepiti come ancora più “salutari”, sono cresciuti dell’11%. I nettari (33% del mercato), utilizzati prevalentemente come merenda per i bambini, hanno mostrato un lieve incremento in valore (+0,2%).

Le bevande con percentuali di frutta tra il 30% e il 99%, che rappresentano la parte più importante del mercato (41,5%), hanno registrato una crescita del +7,3% e le bevande contenenti fino al 29% di frutta hanno raggiunto un incremento del +6,7%.

E’ su questo andamento che hanno iniziato a scommettere i principali player, nel tentativo di intercettare (forse con un po’ di ritardo rispetto ad altri segmenti della produzione di cibo e bevande) il nuovi trend attenti al benessere fisico e anche alla sostenibilità dell’ambiente. Leggendo i più recenti dati IRI – relativi all’anno che si è concluso nell’agosto del 2021 – emerge che la categoria della “frutta da bere” ha sviluppato un fatturato di quasi 748 milioni di euro nella distribuzione moderna (iper e supermercati, libero servizio e discount) grazie alla vendita di quasi 605 milioni di litri: il dato è superiore del 4% in termini di valori e del 3,5% in termini di volumi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Va ricordato che proprio nel 2020, durante la pandemia di Covid, la categoria aveva iniziato ad invertire il trend negativo: pur registrando un calo del 2,2% in valore e del 2,1% in volume, si era registrato un miglioramento rispetto al – 3,5% del 2019. Questi numeri hanno alimentato la speranza di un’inversione del trend avviato con la demonizzazione degli zuccheri, lasciando gli operatori confidenti in un incremento stabile delle vendite.

Cosa che effettivamente è accaduta nell’anno successivo ma che adesso rischia di infrangersi sulle tensioni generate dall’impennata dei costi di produzione che sta polverizzando i margini di distributori e industrie. Alle difficoltà ormai divenute comuni per ogni tipologia di azienda produttrice – il rialzo folle del costo dell’energia e della logistica – vanno aggiunte alcune difficoltà specifiche di questo comparto, che aggravano ancora di più la situazione attuale. E’ difficile, ad esempio, procurarsi ananas e pesche. Il costo degli imballi è andato alle stelle: soprattutto è carissimo il vetro – perché le vetrerie sono, a loro volta, imprese pesantemente energivore che faticano a stare in piedi per via del prezzo del gas – e i consumatori vogliono sempre di più contenitori ecosostenibili e riciclabili, come il vetro appunto. Anche la frutta che si riesce a reperire sul mercato nazionale è aumentata di prezzo perché gli agricoltori devono fare i conti non solo con maggiori costi ma anche con la siccità che quest’anno sta mettendo a rischio interi raccolti. Questo stato di cose ha comportato tensioni tra produttori e Gdo. Le industrie presentano listini con aumenti che vanno dal 5 al 20%, situandosi mediamente attorno al 15%. La Gdo fino ad oggi ha ribaltato sui clienti percentuali variabili tra il 5 e il 10%, procedendo per step. Il guaio è che i succhi di frutta sono un prodotto molto influenzato dalla stagionalità, ragion per cui durante i mesi estivi non possono mancare le promozioni. Decurtare le promozioni è l’alternativa al ribaltamento pieno sullo scaffale degli aumenti riconosciuti all’industria. Succhi e nettari hanno un prezzo medio di 1,22 euro al litro – con ampie variazioni in relazione alla qualità – nel 2021 l’incidenza promozionale è stata del 26,8% (- 1,7% rispetto al 2020). I succhi freschi che hanno un prezzo triplo della media (3,66 euro al litro) hanno registrato un’incidenza promozionale molto inferiore, con tagli di prezzo pari al 15,6% dei volumi. E’ quindi ragionevole ipotizzare che la Gdo stringerà i denti durante la stagione estiva per poi aumentare i prezzi, gradualmente ma in modo più consistente, a partire dall’autunno.

Fatto salvo lo scenario contingente e allargando lo sguardo alle prospettive del settore, a trainare le vendite di succhi di frutta sono oggi i discount: nel 2021 i supermercati – dove si genera il 54% del fatturato – hanno registrato un incremento di appena l’1%; gli ipermercati hanno perso oltre il 5% mentre i ricavi dei discount sono cresciuti del 18,5%. Anche i discount però iniziano a chiedere alle industrie prodotti di alta qualità e non più soltanto dal basso prezzo, perché è ormai chiaro che per rivitalizzare le vendite bisogna puntare sulla qualità, così da intercettare le rinnovate esigenze dei consumatori: chi compra chiede tanta frutta e pochi zuccheri, è attento alla provenienza della materia prima, alla coerenza tra ciò che beve e il proprio desiderio di salute e benessere. Infatti i succhi freschi – le cui vendite nel 2021 sono cresciute in tutte le aree geografiche – in termini di incremento di spesa sono cresciuti del 33% nei discount, solo del 6,4% nei supermercati, del 7,7% negli ipermercati e del 2,5% nel libero servizio.

Quello dei nettari e succhi è uno scaffale piuttosto “affollato”: Iri individua 10 tipologie diverse di prodotto (che si differenziano sostanzialmente in base alla quantità di zucchero aggiunto) e questo fa sì che in media un supermercato proponga 102 referenze di succhi e nettari Uht a cui si aggiungono 14 referenze di freschi nel banco frigo. Come ultima conferma della direzione in cui si stanno muovendo i consumatori abbiamo l’andamento delle vendite in base ai contenitori: il formato più diffuso, quello da un litro, è calato se di plastica mentre il brik è cresciuto dell’8,4% (volumi); il vetro – terza tipologia di confezionamento dopo birk e plastica, che ha l’11% del mercato – è cresciuto del 9,5% in valore e del 7,3% in volume. Eppure, il prezzo medio del vetro è triplo rispetto alla media di questa categoria merceologica.

Come ultima conferma della direzione in cui si stanno muovendo i consumatori abbiamo l’andamento delle vendite in base ai contenitori: il formato più diffuso, quello da un litro, è calato se di plastica mentre il brik è cresciuto dell’8,4% (volumi); il vetro – terza tipologia di confezionamento dopo birk e plastica, che ha l’11% del mercato – è cresciuto del 9,5% in valore e del 7,3% in volume. Eppure, il prezzo medio del vetro è triplo rispetto alla media di questa categoria merceologica