giovedì 23 Aprile 2026

Inchiesta sulla pasta di semola: aumenterà di prezzo e lo scenario è ancora destinato a cambiare. Riflessioni con i protagonisti del mercato

Uno tsunami si sta abbattendo sulla pasta di semola, alimento base della dieta italiana, fondamentale soprattutto per le famiglie di reddito medio-basso. La forza dell’onda non risparmia nessuno: industrie di produzione, rivenditori e consumatori devono fare i conti con un rialzo dei prezzi mai visto prima, determinato da un mix di fattori che davvero era difficile immaginare. La conseguenza, pesante, è che alla fine dell’estate un chilo di pasta costerà almeno 50 centesimi in più rispetto ad un anno fa.

La cifra minima per consentire al sistema di non implodere. L’esplosione dei prezzi ha messo a dura prova anche le relazioni tra industria e retail che in questo momento pare abbiano ritrovato la serenità del dialogo e stanno lavorando insieme per cercare di ammortizzare la “botta”, che comunque si farà sentire per tutti. Le industrie di produzione di pasta secca lavorano avendo ormai l’obiettivo di fare margini, ma con l’unico proposito di salvare i conti.

La GDO si trova a dover fare da cuscinetto tra l’industria che deve rimanere in piedi e i consumatori che assistono ad una progressiva erosione del potere d’acquisto, con i redditi contratti (in alcuni casi falcidiati) dal Covid che adesso rischiano di svanire per effetto dell’inflazione.

Secondo un buon numero di produttori dell’industria del settore, interpellati per la redazione di questo articolo, dall’autunno ad oggi il costo di produzione della pasta secca di semola è praticamente raddoppiato, passando da circa 70 centesimi a quasi 1 euro e 20 centesimi. In una prima fase l’industria ha assorbito i rincari, ma adesso non ha più margine per farlo. Ha quindi iniziato a chiedere alla GDO di riconoscere aumenti di listino: nella fase iniziale questo ha creato tensioni in relazioni consolidate da decenni, finché il retail non ha accolto almeno in parte le richieste e ha iniziato, inevitabilmente, a riversarle sui consumatori, pur procedendo per gradi.

Ad oggi, in media, il prezzo di un chilo di pasta per il consumatore finale è aumentato di circa 20-25 centesimi, con aumenti di circa 10 centesimi alla volta. Ma, secondo i produttori, alla fine dell’estate si dovrà arrivare ad aumentare il pacco di pasta di almeno 50 centesimi. E, secondo i retailer, è ragionevole pensare che si ridurranno molto le vendite promozionali che nel settore della pasta di semola sono tradizionalmente molto forti, con valori che arrivano anche al 40% del venduto.

Per capire dove nasca il problema è sufficiente dare un’occhiata all’andamento delle principali fonti di costo di aziende energivore come molini e pastifici.  Il gas ad agosto 2021 costava alle aziende 16 centesimi al metro cubo, oggi si è stabilizzato attorno a 1,15 euro dopo aver raggiunto in alcune giornate picchi di 2,90 euro al metro cubo, con un incremento pari a circa il 95%. Il costo dell’energia elettrica è cresciuto del 130%. Gli imballaggi, che sono legati al prezzo del petrolio, sono aumentati del 35%.  La carta che serve per gli imballi costa il 60%. La logistica è salita del 30%.

E poi c’è la materia prima per eccellenza, il grano duro: gli operatori sperano che il prossimo raccolto italiano, atteso in un paio di settimane, vada bene perché altrimenti la crisi si farà ancora più dura. L’Italia che è il primo produttore ed esportatore di pasta secca di grano duro al mondo, produce quantitativi pari al 60% del fabbisogno, importando il restante 40% prevalentemente dalle Americhe che lo scorso anno hanno patito una forte siccità, dimezzando la produzione. Questo ha fatto salire il prezzo a circa 550 euro la tonnellata, il doppio rispetto all’anno precedente.

Per questa ragione, nell’arco di 5 mesi le aziende hanno chiesto alla GDO incrementi di listino compresi tra il 15 e il 30%, con aumenti maggiori per i prodotti con prezzi di listino più bassi. Secondo i produttori, aumentare i prezzi è una questione di vita o di morte. Le contrattazioni al rialzo sono continue: un tempo si fissavano i prezzi e andavano bene almeno per un anno, adesso i listini vengono aggiornati ogni due – tre mesi. Una politica che pare inevitabile ma che, però, cela numerose insidie delle quali potrebbero avvantaggiarsi i discount.

Dice Nicolò Salmaso, buyer di Italbrix: “I brand più importanti e rappresentativi del comparto come Barilla, De Cecco, Rummo, Garofalo, Divella, Molisana, Agnesi e altri, già a fine 2021 avevano presentato listini in aumento a doppia cifra, per poi presentarne altri nella prima parte dell’anno in corso subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, bloccando di fatto la chiusura degli accordi nazionali. Oggi, dopo 5 mesi si stanno sbloccando i primi accordi, ma direi che inizialmente il 100% dei fornitori hanno creato, per motivi noti e anche comprensibili, tensioni in trattativa nazionale”.

Luca Ferrara, Amministratore della Pastificio Guido Ferrara Spa

Luca Ferrara, a capo del pastificio omonimo, il più antico d’Italia, quinta generazione di pastai è netto: “La GDO fa da sorda, ovviamente, recita la sua parte e chi come noi lavora con grandi gruppi e su grossi volumi viene messo con le spalle al muro. L’industria non sta speculando, l’industria sta perdendo”. Il Pastificio Ferrara, spiega il suo amministratore, ha “quasi raddoppiato i prezzi di vendita e ancora non ci siamo: alla GDO vendevamo 1 chilo per 60 centesimo, oggi siamo a 1 euro e 10 centesimi e non ci basta.

A noi servirebbero almeno altri 10 centesimi e non sappiamo di quanto in più avremo bisogno quando usciranno i nuovi prezzi della semola, dopo il prossimo raccolto”. Luca Ferrara è stato l’unico imprenditore italiano del comparto a scegliere il fermo produttivo nel periodo compreso tra febbraio e marzo: “Se non sto nei costi, mi fermo. Se devo distruggere l’azienda, preferisco fermarmi”. Avete messo gli operai in cassa integrazione? “No. Non lo abbiamo mai fatto nella nostra storia e non lo faremo. Li abbiamo mandati in ferie”.

Ferrara e Pallante concordano sulla necessità di un intervento del Governo, almeno per calmierare i prezzi dell’energia. E il sistema bancario che ruolo sta giocando? Sostiene le aziende sane con strumenti tradizionali. Nulla di più. I budget delle imprese sono saltati. “Tra le imprese della Campania avevo il rating più alto e oggi l’ho perso – dice Luca Ferrara -.  Così si distrugge un’azienda sana. E in Italia ce ne sono tantissime”.

Maurizio Schiraldi, Direttore Generale di Multicedi

Una battaglia lunga e tutta giocata sui prezzi. E’ l’unica strategia ad oggi messa in campo dagli attori del sistema, imprese e GDO, nell’assenza dello Stato a fare da ombrello e da calmiere. Ma è una strategia che non convince tutti e che potrebbe portarsi dietro grossi rischi. Maurizio Schiraldi, direttore generale di Multicedi, avverte gli attori del rischio di rompersi l’osso del collo: “Se l’industria di marca aumenta i prezzi e la GDO, a sua volta, aumenta i prezzi, la conseguenza immediata è che cresce il delta con i discount che assorbono continuamente volumi. Perdere volumi importanti come quelli generati dalla vendita di pasta, significa avvantaggiare i discount e portare alla morte sia la GDO che, di conseguenza, le stesse industrie.

Il problema vero è che industria e GDO sono prigioniere dei costi fissi e sanno fare solo due cose per sopravvivere: aumentare i listini e licenziare i dipendenti. Ma il ritocco dei listini e la compressione dei costi non possono essere le uniche leve”. E quindi, cosa dovrebbero fare? “Reinventarsi. Chi non segue l’evoluzione dei tempi muore per responsabilità propria, non per i fattori esterni. Le aziende e il retail devono innovare, verticalizzare: il grossista di pesce che fa ristorazione meglio degli altri, la GDO che apre negozi specializzati solo nel pet food, questi sono alcuni esempi di successo”.

“Perché in Sicilia qualcuno ha mollato e Fratelli Arena macina utili nelle aree abbandonate da SMA? Perché la Ferrochina Bisleri è morta e l’Amaro del Capo è diventato un must? Perché a parità di scenario qualcuno vince e qualcuno perde?” prosegue Schiraldi. “ Vince chi innova, chi ha visione e si reinventa. E bisogna anche fare molta attenzione agli elementi speculativi: chi mi chiede un aumento me lo deve motivare e mi deve dimostrare, numeri alla mano, quali costi sono aumentati e di quanto, mi deve portare le prove, non può semplicemente chiedermi di essere pagato di più. Qual è la giustificazione per il fatto che alcuni operatori attivi sullo stesso mercato chiedono aumenti del 6% e altri del 35%?”.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mercato della pasta di semola rischia davvero di stravolgere lo scenario al quale eravamo ormai abituati da decenni, ridisegnando ogni anello della filiera, dalla produzione al consumo, passando per il commercio. Nessuno avrà diritto a sconti e c’è da scommettere che le vittime non saranno poche.

 

 

 

 

 

Silvia Ognibene
Silvia Ognibene
Giornalista professionista, collabora stabilmente con agenzie di stampa e quotidiani nazionali e internazionali dedicando particolare attenzione ai temi di finanza, economia e lavoro.

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