Camion fermi, penali in arrivo: così la GDO (sbagliando) rischia di aggravare la crisi dei suoi fornitori

Il camion non arriva ed il supermercato aspetta la merce. L’industria, a sua volta, aspetta la materia prima necessaria per produrla o cerca di evadere la merce dal suo magazzino. In questa catena interrotta dai blocchi dell’autotrasporto, arriva anche la minaccia di una penale da parte della GDO per mancata consegna. È quanto ci viene segnalato dal fronte industriale.

Una reazione che solleva una domanda: quale comportamento tutela davvero la continuità degli approvvigionamenti?

La distribuzione ha un problema concreto: uno scaffale vuoto significa vendite perse, clienti insoddisfatti, promozioni compromesse. Nel fresco può significare anche un reparto che perde attrattività e trascina verso il basso il valore dell’intera spesa. Chi gestisce una rete di supermercati deve trovare prodotti e dare risposte ai punti vendita, ma soprattutto pretendere informazioni attendibili e impegni seri dai fornitori.

Ma proprio questa responsabilità dovrebbe indurre a distinguere l’inadempienza commerciale dall’impossibilità operativa.

Un produttore che non consegna perché ha organizzato male le spedizioni si trova in una condizione diversa da quello che non riceve materie prime o imballaggi a causa dei blocchi. E un’azienda con prodotto disponibile, ma senza possibilità concreta di far uscire i camion, presenta ancora un’altra situazione.

Applicare a tutti la stessa pressione significa rinunciare a capire dove si trovi il problema e quale intervento possa risolverlo.

La testimonianza dei fornitori, prime vittime di questo caos, rende evidente la dimensione industriale dell’emergenza. Quando manca la materia prima, l’ordine resta da evadere mentre continuano a maturare costi. La scadenza concordata con il cliente si avvicina, ma la possibilità di rispettarla dipende da collegamenti che l’impresa non controlla.

La minaccia di una penale può aumentare la pressione sul fornitore. Non aumenta, da sola, la sua capacità di consegnare.

Occorre chiedersi quale effetto economico produca. L’industria può trovarsi a sostenere contemporaneamente il costo della fermata, quello della ripartenza e quello delle spedizioni straordinarie. Aggiungere una penalizzazione significa assorbire altra liquidità proprio quando servono risorse per ricostituire le scorte, recuperare i turni e riorganizzare le consegne.

Il danno rischia così di tornare alla distribuzione. Un fornitore finanziariamente più debole avrà meno margine per affrontare le urgenze successive. Potrà ridurre la disponibilità a sostenere promozioni, chiedere condizioni economiche diverse o riconsiderare le priorità commerciali. La relazione si deteriora mentre entrambi avrebbero bisogno di una maggiore capacità di coordinamento.

Questo non autorizza l’industria a usare l’emergenza come una giustificazione indistinta. Il retailer ha diritto di sapere quali stabilimenti siano coinvolti, quali prodotti siano disponibili e quali alternative siano state valutate. Ha diritto a ricevere aggiornamenti tempestivi e a conoscere il criterio con cui vengono ripartite le quantità limitate. Un fornitore che continua a confermare consegne improbabili impedisce al cliente di organizzarsi e aggrava il problema.

La responsabilità del produttore, durante una crisi, comprende anche la qualità delle informazioni che fornisce. Comunicare un ritardo quando è già diventato una mancata consegna lascia al buyer pochissime possibilità di intervento. Dichiararlo subito, spiegandone le cause e proponendo un piano credibile, permette almeno di gestirne una parte.

La responsabilità della distribuzione sta invece nel trasformare quelle informazioni in decisioni operative. Accettare consegne parziali, rivedere temporaneamente gli assortimenti, concordare sostituzioni, riprogrammare le promozioni e rendere più flessibili gli appuntamenti di scarico sono strumenti concreti.

Nei casi in cui il blocco renda inevitabile il ritardo, sospendere le penali direttamente collegate all’impedimento documentato sarebbe una scelta commercialmente ragionevole.

Il criterio dovrebbe essere verificabile: che cosa era effettivamente possibile fare, quali iniziative sono state prese e come sono stati informati i clienti. È su questi elementi che si misura la gestione del fornitore.

La questione diventerà ancora più importante alla fine della protesta. La riapertura delle strade farà ripartire i flussi, ma troverà ordini arretrati, scorte da ricostituire e stabilimenti impegnati a recuperare produzione. Tutti cercheranno camion e disponibilità nello stesso momento. Le richieste della distribuzione dovranno confrontarsi con una capacità fisica limitata.

In quella fase, pretendere il recupero immediato di ogni consegna e minacciare penalizzazioni potrebbe generare nuove promesse irrealistiche. Serviranno invece priorità condivise: quali referenze rifornire per prime, quali ordini frazionare, quali iniziative commerciali rinviare.

La forza contrattuale del retailer può essere usata anche per organizzare questa ripartenza. È una scelta che tutela il suo interesse economico: mantenere fornitori capaci di produrre, investire e garantire servizio.

Gli scaffali dipendono dalla salute della filiera che li rifornisce. Quando un impedimento documentato ferma quella filiera, scaricarne il costo sull’anello precedente può migliorare un conteggio nel breve periodo. Ma rischia di rendere più difficile la consegna successiva.

Dott. Andrea Meneghini
Dott. Andrea Meneghinihttp://www.gdonews.it
Analista ed esperto di Grande Distribuzione alimentare. E’ un attento osservatore delle dinamiche evolutive dei diversi format in Italia ed in Europa. Collabora con alcuni Gruppi della GDO italiana nelle aree di crisis communication management e news management. Affianca la Direzione Generale di alcuni Gruppi della GDO nella gestione delle strategie aziendali. Collabora anche con aziende del Mass Market Retail all'estero come assistant manager sull'italian food. Si può contattare scrivendo a meneghini@gdonews.it

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