L’olio extravergine d’oliva è l’oro verde dell’Italia, simbolo della dieta mediterranea e ambasciatore del Made in Italy nel mondo. Ma dietro questo patrimonio identitario si nasconde un grande paradosso: il consumatore lo ama, lo acquista, lo considera insostituibile, eppure fatica a comprenderne davvero la qualità. È quanto emerso a Roma, nella cornice prestigiosa di Palazzo Montemartini, durante l’evento organizzato da UNIFOL dal titolo “La qualità dell’extra vergine tra percezione e realtà”. Una giornata di confronto che ha visto riuniti alcuni dei nomi più autorevoli dell’industria olearia – Zefferino Monini, Giampaolo Farchioni, Giovanni Desantis, Nicola Pantaleo – e della grande distribuzione – Massimo Lucentini (Todis) e Roberto Romboli (D.it) – per riflettere su un prodotto che è insieme eccellenza e sfida.
La ricerca presentata da UNIFOL ha messo in luce alcuni aspetti decisamente interessanti sul rapporto tra il consumatore e l’olio extravergine. Da sempre uno dei pilastri dell’identità alimentare italiana: l’extravergine è salute, è cultura, è tradizione familiare. Eppure, l’indagine condotta da UNIFOL nel 2025 racconta un paradosso: il consumatore italiano, pur riconoscendone il valore simbolico, fatica a distinguere la qualità reale dei diversi oli che affollano gli scaffali della GDO. Prezzi percepiti come sproporzionati, etichette giudicate incomplete e poca chiarezza informativa alimentano diffidenza e confusione.
Il consumatore si affida a pochi indicatori semplici – il prezzo, l’origine italiana, la spremitura a freddo – ma manca di strumenti culturali per comprendere davvero cosa significhi qualità in un prodotto così complesso. I claim nutrizionali, scritti in linguaggio scientifico, finiscono per allontanare più che rassicurare; gli attributi sensoriali, come amaro e piccante, sono spesso fraintesi, talvolta percepiti addirittura come difetti. Solo il termine fruttato gode di consenso diffuso, ma anch’esso resta un contenitore generico, che nasconde una ricchezza di sfumature ancora tutta da raccontare.
Questa ricerca porta a una riflessione necessaria: se vogliamo che l’olio extravergine d’oliva continui a essere non solo un caposaldo della dieta mediterranea ma anche un prodotto competitivo e riconosciuto, dobbiamo dare al consumatore più cultura e più strumenti. Serve un linguaggio semplice, diretto, accessibile, capace di trasformare la complessità in chiarezza. Serve trasparenza nelle etichette, valorizzando l’origine delle olive, le varietà, i periodi di raccolta, i benefici nutrizionali e sensoriali. Serve, soprattutto, una narrazione nuova che sappia coniugare rigore scientifico e immediatezza comunicativa.
In un mercato globale che corre veloce e in cui la concorrenza è sempre più agguerrita, l’Italia non può permettersi che il suo oro verde resti vittima di incomprensioni. L’olio extravergine d’oliva ha tutte le carte in regola per essere protagonista non solo sulle nostre tavole, ma anche nelle strategie di valorizzazione internazionale. Per farlo, però, occorre che produttori, distributori e istituzioni parlino con una voce univoca, chiara e rassicurante. Perché il futuro dell’EVO non dipende soltanto dalla sua straordinaria qualità, ma dalla capacità di raccontarla nel modo giusto.






