venerdì 1 Maggio 2026

Agroalimentare italiano: 707 miliardi di fatturato, ma la vera sfida è crescere insieme

La filiera agroalimentare, composta dal comparto agricolo, dall’industria alimentare e delle bevande, nonché dalle attività di intermediazione, distribuzione e ristorazione, ha superato i 707 miliardi di euro di fatturato complessivo, registrando una crescita del 34% rispetto al 2015 e impiegando complessivamente 5,8 milioni di lavoratori. I dati elaborati da TEHA in occasione della 9ª edizione del Forum Food&Beverage di Bormio confermano il ruolo dell’agroalimentare come prima filiera produttiva per contributo al PIL nazionale: considerando le attività a monte (come, ad esempio, la produzione di macchinari o la fornitura di energia) e a valle (come il packaging o l’imballaggio), il comparto rappresenta il 19,8% del PIL italiano.

Nel 2023 il settore ha generato 74 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, una cifra che equivale a 2,5 volte il valore della moda Made in Italy e a oltre 5 volte quello dell’industria chimica. L’Italia si posiziona anche come il terzo Paese tra i maggiori membri dell’Unione Europea per valore aggiunto dell’agroalimentare, con un’incidenza pari al 3,9% sul PIL nazionale. Tuttavia, il comparto si caratterizza per un tessuto produttivo estremamente frammentato, costituito da una miriade di microimprese.

 

NUMERI RECORD, MA UN MODELLO INDUSTRIALE FRAMMENTATO
Oltre otto aziende su dieci sono microimprese, eppure queste realtà contribuiscono solo per il 9,9% al valore aggiunto complessivo del comparto food & beverage. A distinguersi per produttività sono le grandi imprese, che rappresentano appena lo 0,3% del totale: la loro produttività media è pari a 105.200 euro per addetto, un dato superiore di una volta e mezza (1,4) rispetto alla media dell’UE-27, e ancora migliore se confrontato con quello di altri grandi Paesi: 1,6 volte la Spagna, 1,5 la Germania, 1,2 la Francia.

«La struttura di un’impresa incide profondamente sulla sua capacità di affrontare cambiamenti geopolitici, nuove normative e richieste di mercato in rapida evoluzione, come quelle che stiamo vivendo» – ha commentato Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di TEHA. «Nel settore food & beverage, una nostra ricerca ha rilevato che il 36,5% delle aziende è attualmente preoccupato per la sostenibilità operativa, un dato in crescita di 1,4 punti percentuali rispetto al 2024».

 

I PRODOTTI TIPICI CERTIFICATI SPINGONO L’EXPORT
Con 891 prodotti a denominazione di origine protetta (DOP) e indicazione geografica protetta (IGP), l’Italia si conferma al primo posto in Europa per numero di certificazioni. Questo segmento ha generato nel 2023 un fatturato di 20,2 miliardi di euro, con il vino come prodotto leader per valore generato, seguito da formaggi e prodotti a base di carne. Complessivamente, le produzioni certificate rappresentano il 10,8% del fatturato del settore food & beverage e contribuiscono per il 19,9% all’export alimentare nazionale.

«Le certificazioni – ha aggiunto Benedetta Brioschi, partner di TEHA – non solo supportano l’export, ma rafforzano anche il posizionamento globale del Made in Italy. Un chiaro indicatore di questo valore è il prezzo medio delle esportazioni dell’agrifood italiano, pari a 254,5 euro ogni 100 chilogrammi: il più alto tra i principali Paesi europei».

«Durante la nona edizione del Forum Food & Beverage di Bormio definiremo proposte di policy che coinvolgano l’intero sistema agroalimentare esteso» – dichiara Valerio De Molli, CEO e Managing Partner di TEHA. «Le misure che proponiamo puntano a sostenere l’innovazione e la digitalizzazione, semplificare l’accesso al credito, valorizzare le filiere certificate, promuovere la sostenibilità lungo tutta la catena del valore, attrarre giovani talenti attraverso percorsi formativi più qualificanti e garantire un quadro normativo stabile e favorevole all’impresa.

In un momento storico in cui il futuro del Paese si gioca sulla capacità di affrontare con strumenti nuovi i profondi cambiamenti in corso, l’agroalimentare italiano può – e deve – diventare un modello di crescita resiliente, digitale e inclusivo. Per raggiungere questo obiettivo è necessario un piano strategico condiviso, fondato su dati affidabili, che coinvolga l’intera filiera e sia orientato al lungo termine».

 

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