giovedì 23 Aprile 2026

Olio extravergine, il rilancio parte dal campo: più impianti, più ricerca, più futuro

Di Nicola Pantaleo, Presidente della Nicola Pantaleo Spa

L’Italia vanta una delle tradizioni olivicole più antiche e pregiate al mondo, ma oggi il settore si trova a un bivio: da una parte il prestigio del prodotto, dall’altra la necessità di rilanciarne la produzione per affrontare le sfide del mercato globale e dei cambiamenti climatici.

Le differenze produttive rispetto ad altri Paesi, come la Spagna, sono note e spesso radicate in modelli agricoli differenti. Ma per restare competitivi, è necessario un cambio di passo. Aumentare la produzione nazionale è una priorità, e per farlo servono politiche mirate: piani olivicoli strutturati, incentivi per il reimpianto di olivi là dove la Xylella ha devastato intere distese – in particolare nel Salento – e interventi per il recupero degli oliveti abbandonati.

Anche l’adozione di nuove tecniche agricole, come l’olivicoltura superintensiva, può rappresentare una via da percorrere, a patto di non rinunciare alla qualità e alla sostenibilità. La ricerca agronomica gioca un ruolo centrale: servono varietà resistenti alla Xylella, ma adatte a coltivazioni moderne e intensive. In questo senso, il futuro dell’olivicoltura italiana si giocherà anche negli Istituti di ricerca, oltre che nei campi.

La crisi produttiva dell’ultimo anno, segnata da un drastico calo dei volumi e da scorte ormai esaurite, ha avuto conseguenze dirette sul mercato: i prezzi dell’olio italiano sono schizzati alle stelle, distanziandosi nettamente da quelli degli altri oli comunitari. Un’offerta limitata, unita a una domanda costante, ha creato un contesto in cui l’extravergine italiano è diventato un bene raro e costoso.

Ma dietro a questa crisi si cela anche un’opportunità. L’olivicoltura può tornare ad essere un settore attrattivo, soprattutto per i giovani. Riprendere in mano le redini delle aziende agricole familiari non è solo un ritorno alle radici, ma una scelta imprenditoriale con grandi potenzialità, anche in termini economici.

C’è poi una questione culturale da affrontare: l’olio d’oliva, in tutte le sue forme, è ancora sottovalutato rispetto al suo valore reale. Eppure, a livello globale rappresenta solo il 3% degli oli vegetali consumati: un dato che evidenzia non un limite, ma un’enorme possibilità di crescita. Per coglierla, serve lavorare su una maggiore differenziazione delle categorie di prodotto, rendendo più chiara e accessibile l’offerta per i consumatori.

L’olio extravergine d’oliva è un super-prodotto italiano, simbolo di territorio, qualità e benessere. Rilanciarne la produzione e valorizzarne la cultura non è solo un dovere per chi opera nel settore, ma una sfida strategica per l’agroalimentare italiano nel suo complesso.

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