sabato 14 Febbraio 2026

Industria della pasta: non tutte le imprese fornitrici hanno sofferto nel 2022. Ecco i sorprendenti risultati dei loro bilanci

Sono stati pubblicati i bilanci del 2022 almeno per il 35% delle imprese che producono pasta (di semola e fresca) all'interno del codice Ateco 10.73. L'analisi nell'articolo mette in evidenza come alcune imprese (suddivise opportunamente per classi di fatturato) abbiano davvero sofferto lo scorso anno, mentre altre, pur lamentando una diminuzione dei margini commerciali, hanno incrementato molto i loro ricavi abbassando così l'incidenza dei costi fissi.

Il 2022 è stato forse l'anno più difficile per il mondo dell'industria di produzione alimentare e dei suoi rapporti con la Grande Distribuzione. Criticità relazionali fra i due attori scaturite in particolare dalla complicata comprensione di quelle che sarebbero state le vere ricadute degli effetti inflattivi nella filiera dei costi di produzione.

Tutte le aziende che operano in un medesimo settore merceologico, infatti, hanno dei punti di contingenza come l'acquisto e la trasformazione di materie prime o, ad esempio, le spese energetiche. Le cose però si complicano quando, nel pieno di un periodo con inflazione ascendente, i fornitori si presentano proponendo incrementi diversi.

L'aspetto primario diventa allora quello di capire (il buyer della GDO) da dove derivano i prezzi diversi, spesso determinati da approvvigionamenti differenti sulla filiera oppure da strategie ben determinate di tipo commerciale. Da un lato quindi l'industria deve capire in che percentuale riversare l'incremento dei suoi costi – dato che come abbiamo visto non si possono cambiare i listini tutti i giorni – dall'altro la GDO è chiamata a comprendere quali sono i veri incrementi. Ogni settimana GDONews pubblicherà un articolo portando in evidenza "tutti gli altarini" del 2022, categoria per categoria, cercando di capire chi ha davvero sofferto cali di marginalità, chi li ha dichiarati senza soffrirli e chi invece si è comportato con più trasparenza guadagnandosi il rispetto della controparte.

La prima categoria che verrà presa in esame è quella della pasta (cod. Ateco 10.73, comprende sia la fresca che la secca) e, sulla base dei bilanci 2022 già depositati nelle Camere di Commercio, si darà una lettura generale e di ampio respiro su quali sono state le conseguenze della crescita dei costi delle imprese di produzione e trasformazione, cercando di comprendere se - a conti fatti - i loro conti economici hanno davvero sofferto. L'analisi si preoccuperà di clusterizzare le imprese a seconda delle loro dimensioni perchè, chiariamolo subito, queste influiscono nelle negoziazioni: più un attore dell'industria è grande, più ha potere negoziale. Ma l'Italia è il paese delle PMI, ed è quindi evidente che è necessario svolgere uno studio che distingua i risultati degli uni e degli altri. Come si vedrà, il mercato della pasta è costituito da chi, nonostante la crescita dei costi, ha guadagnato di più e chi invece ha oggettivamente sofferto.

Entriamo nel dettaglio:

Nel mondo della pasta fresca e secca, gli effetti di quanto accaduto l'anno scorso, si sono fatti sentire soprattutto alla voce dei costi delle materie prime, incrementi che non sono stati compensati dagli aumenti di listino della grande distribuzione. Nonostante ciò il settore ha retto, avvertendo un crollo solo nella fascia di aziende con fatturato fra i 50 e 100 milioni mentre l'aumento di fatturato consistente ha abbassato tutte la altre incidenze delle grandi aziende salvando il salvabile.

 

E quindi, per inquadrare meglio la situazione, dobbiamo mettere a fuoco il contesto complessivo di un settore – identificato dal Codice Ateco 10.73 – e costituito da 483 aziende di società di capitali (sopra i 100 mila euro) che producono pasta fresca o secca. Fra queste, a fine agosto momento della pubblicazione, sono state 167 quelle che hanno depositato il bilancio relativo al 2022, ovvero circa il 35% del totale, un numero comunque sufficiente per un'analisi dell'andamento del comparto, che possiamo dividere per classi di fatturato da piccole (da 0 a 10 milioni di euro) a grandi (oltre 100 milioni).

Le più numerose, fra le 167 osservate, sono le aziende piccole, passate da 118 a 112, che confermano come un grosso numero di esse produca una bassa percentuale di fatturato che si attesta al 5%. Troviamo poi le aziende medie (da 10 a 50 milioni) che sono passate da 35 a 37, mentre le medio grandi (da 50 a 100milioni) erano otto e sono rimaste tali. Sono infine cresciute da sei a dieci le realtà produttive grandi, quelle cioè che valgono più di cento milioni, e che insieme producono il 75% del fatturato totale. Prima riflessione: l'impatto dell'inflazione ha spinto i fatturati verso l'alto facendo così aumentare il numero delle aziende che a fine anno hanno visto crescere il loro giro d'affari oltre i 100 milioni.

Il trend a valore delle dieci grandi aziende è cresciuto del 27,6%, ma attenzione perchè le otto medio-grandi (50-100 milioni) lo hanno invece diminuito dello 0,7%. Le trentasette aziende di media grandezza hanno avuto un incremento del +5%, con le piccole che hanno perso -0,8%.

Grandi aziende che, se da un lato hanno incrementato il trend a valore, dall'altro hanno perso alla voce “primo margine” o margine commerciale, ovvero la sottrazione fra fatturato e costo delle materie prime (compreso tutto ciò che è necessario alla produzione). Il primo margine è in forte calo soprattutto per quelle aziende che non sono riuscite a scaricare a valle gli incrementi dei costi, argomentazione che ha sempre sostenuto l'industria nei confronti dell’atteggiamento della GDO quando si siede al tavolo della negoziazione. La voce di costo della materia prima è dunque quella che ha sicuramente aggravato i bilanci del 2022 nella categoria della pasta: tale calo è stato pari al -5,5% (dal 53,4% medio ponderato al 47,9%) ed è stato decisamente significativo nelle grandi aziende che lo hanno visto diminuire del 12%.

Per quanto riguarda l’indicatore dei costi per servizi – voce di bilancio che include logistica, energia, consulenze, provvigioni dei venditori, assicurazioni ed emolumenti degli amministratori, etc. – nonostante il forte incremento dell'energia (prima della crisi al 2%) assistiamo ad una diminuzione dell'incidenza per le grandi aziende sopra i 100 milioni, che passa dal 28,7% al 23,4%. Un calo dato sostanzialmente dal forte incremento dei ricavi (fatturato) e da una diminuzione dei volumi di vendita (e quindi di movimentazione delle merci).

Per quanto riguarda gli effetti dell'inflazione, nel mondo della pasta essi sono molto evidenti nella voce relativa al costo del lavoro: meno pezzi venduti comportano quantomeno il mantenimento dei costi fissi (lavoro) dell’anno precedente ma fatturato maggiore.

Passiamo ora all'analisi dell'EBITDA, indicatore che racchiude l'andamento di un intero anno nella sua gestione caratteristica. Per le 167 aziende in esame nel 2022 questo è calato in maniera significativa passando da 11,5% a 8,7% nel caso delle grandi aziende, mentre sono scese dal 10,9% al 6,9% le medio-grandi. Hanno avuto un piccolo ribasso le medio-piccole da 10 a 50 milioni, mentre si è più che dimezzato per le piccole scese da 8,7% a 4,2%. Il totale ponderato è comunque in diminuzione di circa due punti e mezzo.

Ma cosa ha determinato la discesa dell'EBITDA?

Sostanzialmente il margine commerciale: il mondo della pasta non è riuscito a girare in pieno gli incrementi dei costi. Su tutte le classi di fatturato del mondo della pasta si nota anche una riduzione degli ammortamenti più o meno generalizzata.

Nonostante il cuscino degli ammortamenti però l'EBIT – o utile prima delle tasse e della gestione finanziaria – segue un andamento negativo già visto anche per l'EBITDA. Il totale ponderato è infatti quasi dimezzato per le aziende da 50 a 100 milioni di fatturato mentre le piccole hanno un EBIT negativo medio.

Per quanto riguarda infine l'utile di profitto (tasse pagate e oneri finanziari assolti) c'è una diminuzione consistente per le aziende medio-grandi che passano da 4,1% a 1% perché hanno chiaramente sofferto il minor potere negoziale con la Grande Distribuzione, mentre le dieci grandi aziende hanno tenuto pur scendendo da 4,6% a 3,5%. L'industria medio-piccola è passata da 0% a  +0,6% con la piccola che è andata in negativo per un ponderato che prevede comunque una diminuzione da 3,5% a -2,3%.

In conclusione, le grandi aziende hanno sofferto gli accadimenti che hanno caratterizzato il 2022 ma il loro incremento di fatturato è stato tale da sopperire ai costi fissi che si sono ridotti in percentuale. Le aziende medio-grandi hanno invece sofferto palesando un impatto negoziale decisamente più debole che non ha permesso di frenare il calo sul primo margine.  Il calo di fatturato delle aziende medie spiega infine come la categoria della pasta sia stata sostanzialmente a due facce con le grandi che hanno tenuto botta e le più piccole che hanno sofferto notevolmente.

 

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