Un mercato in affanno, che sconta anni di “cattiva reputazione” e fa fatica a risalire la china anche se nell’ultimo anno le vendite complessive sono cresciute del 5%. Lo spaccato che emerge analizzando i più recenti dati di vendita dei succhi di frutta nella Gdo italiana – aggiornati allo scorso mese di aprile – conferma uno scenario di debolezza del comparto, messo a dura prova dalle battaglie salutiste contro gli zuccheri e dalla ricerca di prodotti maggiormente genuini da parte dei consumatori. Il settore, come spieghiamo nell’editoriale di apertura di questo focus, sta investendo molto per riorganizzarsi, puntando proprio su un maggior contenuto di frutta fresca nei prodotti, un minor impiego di zuccheri, sulla ricerca di nuove tipologie di bevande alternative al classico succo o nettare. Probabilmente sarà questa la strada per uscire dalle secche, ma al momento grandi risultati non se ne vedono, anzi: le uniche voci positive in termini di vendite vanno riferite alle bevande meno “nobili”, proprio quelle a minor contenuto di frutta, che trovano la chiave del successo nella leva del prezzo. In questo articolo – con l’aiuto di grafici e tabelle - analizzeremo nel dettaglio i dati di vendita in termini di ricavi, sotto categorie, aree di distribuzione di una categoria di prodotto dove domina saldamente la marca (70%) rispetto al private label (30%). Il perimetro esaminato comprende ipermercati e supermercati italiani, lasciando fuori i discount.
Come si vede nella tabella seguente, dall’aprile 2021 all’aprile 2022 in Italia sono stati venduti quasi 331 milioni e mezzo di confezioni di succhi di frutta, per un controvalore complessivo che sfiora i 430 milioni di euro. Il trend di vendita è negativo su tutto il territorio nazionale (-0,6%): l’area che fa peggio è il Sud (Area 4, -1%), quella che fa meno peggio è il centro (Area 3, -02%).
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