Il mercato del vino negli Stati Uniti, primo sbocco extraeuropeo per le cantine italiane e francesi, si trova a un nuovo punto di svolta con l’annuncio dell’aumento del dazio ad valorem sulle importazioni dall’Unione Europea, che dal 10% introdotto lo scorso aprile passerà al 15% a partire dal primo agosto.
Si tratta dunque non di un’imposta ex novo, ma di un irrigidimento di una misura già in vigore, che grava ulteriormente su una filiera chiamata a rivedere listini, politiche commerciali e strategie di posizionamento.
La dinamica è resa ancor più rilevante se si osservano i prezzi medi registrati alle dogane statunitensi: i vini italiani si collocano attorno ai 6,3 dollari al litro, sostanzialmente in linea con la media complessiva di circa 5,3 dollari, mentre i vini spagnoli e cileni oscillano poco sotto, confermando un posizionamento competitivo basato sulla convenienza.
Diverso il discorso per i francesi, che raggiungono valori oltre i 13 dollari al litro, più del doppio della media: ciò significa che, a parità di incremento tariffario percentuale, l’impatto in valore assoluto colpisce con maggiore violenza le etichette transalpine, che rischiano di vedere più minacciata la loro accessibilità presso il consumatore americano (sebbene sia alto spendente).
In questo scenario, il made in Italy, pur penalizzato dall’aumento del dazio, si trova in una posizione intermedia: i volumi sono rilevanti e il prezzo medio è tale da non rendere il differenziale insostenibile, soprattutto laddove si giochi sulla forza di marchi già consolidati e su denominazioni forti come Prosecco e Pinot Grigio.
Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, le associazioni di categoria stimano il danno potenziale per il vino italiano in circa 317 milioni di euro in un anno, che potrebbero salire a 460 milioni in caso di svalutazione del dollaro, e a essere coinvolti non sono solo i produttori ma anche distributori e importatori americani, che rischiano un impatto cumulato da 1,7 miliardi di dollari.
La vera sfida si gioca quindi su due fronti. Da un lato, la capacità dei produttori europei di difendere le proprie quote di mercato attraverso strategie condivise con importatori e distributori americani, valorizzando la distintività e lavorando su strumenti promozionali mirati.
Dall’altro, la necessità di un intervento politico e diplomatico che non si limiti alla denuncia del danno ma che si traduca in una negoziazione concreta con Washington, evitando che l’inasprimento tariffario diventi strutturale. Il vino resta un asset strategico dell’export europeo e, per l’Italia, il settore simbolo del made in Italy agroalimentare.
A nostro parere in questo contesto, invece, il made in Italy rimane in una posizione che non consideriamo così grave, perché ad essere più penalizzato è il nostro principale competitor (e forse la vera vittima di Trump), ovvero il vino francese: per noi i margini, pur erosi, restano sufficienti ad assorbire il colpo e l’ampiezza del portafoglio denominazioni consente di presidiare più segmenti di consumo.
La capacità di fare sistema con distributori e operatori americani, di raccontare il valore aggiunto del prodotto e di mantenere la pressione diplomatica a Bruxelles saranno gli elementi decisivi per trasformare una barriera commerciale in un banco di prova che può rafforzare la competitività del vino italiano a livello globale.






