Le emergenze hanno riposizionato i prezzi di salumi e la crisi della materia prima è destinata a durare ancora

In un contesto generale che continua a risentire di tutto ciò che è accaduto negli ultimi tre anni con pandemia, guerra in Ucraina e conseguenze del conflitto, la categoria dei salumi – “Gioiello del made in Italy” e protagonista dell’ultimo Cibuslab – continua a soffrire in modo particolare la crescita dei listini. Questo nonostante la decisione comune della GDO di bloccare gli incrementi per tutelare i consumatori che sta causando inevitabili frizioni.

“In questo momento – spiega Nicola Martelli, sales and marketing manager di Martelli Salumila criticità più grande riguarda la materia prima, lo sappiamo noi produttori e ne sono pienamente consapevoli anche i retailer. La tensione maggiore riguarda la crisi dei suini vivi, non avremmo mai potuto prevedere una disponibilità così ridotta, sia in Italia che in Europa. Noi non possiamo che farci carico di questi costi maggiori ma non potremo aspettare ancora molto prima di dover rinegoziare nuovamente, pur comprendendo benissimo anche la non facile posizione degli stessi retailer alle prese con la riduzione dei consumi. Purtroppo dobbiamo tutti prendere atto della realtà: per molto tempo ancora dovremo convivere con la crisi della materia prima”.

Gianluca Bergonzoli, direttore vendite di Clai, osserva: “Pur essendo avvantaggiati dalla filiera corta con i nostri allevamenti, viviamo questo problema quotidianamente. Il punto della questione non è che il prezzo della materia prima è aumentato ma che di fatto, non ha mai smesso di farlo, quindi anche quando ci si trova di fronte un retailer collaborativo bisogna mettere in conto che nel giro di qualche mese ci si dovrà confrontare nuovamente. In questo momento siamo tutti sulla stessa barca: noi impegnati a fronteggiare un incremento altissimo della materia prima e loro a vedersela con l’inflazione rilasciata ai consumatori. Non è assolutamente facile e penso che la parola d’ordine per tutti debba essere “collaborazione”, non vedo altre soluzioni”. Importanza della sinergia a cui aggiunge un aspetto ulteriore Alberto Piturru, responsabile vendite di Salumificio San Vincenzo: “Per noi dell’industria del suino la situazione è ancora più delicata perché, di fatto, la crisi è iniziata nel 2019 con la diffusione della peste suina alla quale, successivamente, si sono aggiunti tutti gli altri fattori ben noti. Da quel momento in poi abbiamo cominciato a subire fortissimi aumenti di riposizionamento che non siamo più riusciti a riversare in totale. Da quattro anni – ricorda – fronteggiamo una fase complicata nata ben prima del conflitto in Ucraina. La collaborazione è fondamentale ma aggiungo anche la necessità di equilibrio fra le nostre necessità di vendita e volumi e quelle del distributore che non può perdere consumi e consumatori”.

Così invece Paolo Tramelli, marketing manager del Consorzio Prosciutto di Parma: “Sinceramente non è facile dire quando si arresterà questo processo evolutivo del prezzo della materia prima. Abbiamo fatto previsioni e proiezioni ma, per quanto riguarda noi, la coscia ha raggiunto una cifra record mai vista prima e questi prodotti che oggi vengono pagati così tanto saranno poi rivenduti fra un anno e mezzo o due, quindi la situazione non si sbloccherà nel giro di qualche mese. È difficile – sottolinea – capire quando il prezzo smetterà di crescere, in ogni caso i costi che stiamo pagando adesso si riverseranno sul prodotto finale entro i prossimi due anni. C’è bisogno di un approccio diverso verso una problematica che riguarda produttori e retailer”. Invita infine a cambiare punto di vista sulla questione Luca Albertini, direttore commerciale di GranTerre: “A mio parere non siamo più di fronte a una questione di rincari ma di riposizionamento. Sappiamo tutti benissimo che un suinetto da ingrasso nei paesi europei viene venduto intorno ai cento euro e inevitabilmente affinché la filiera sia sostenibile è necessario che il maiale una volta ingrassato venga venduto intorno o sopra ai due euro al chilo. Rispetto al passato dobbiamo interpretare questo tipo di carne riposizionata e di conseguenza tarare tutti i listini di trasformazione, il tutto in uno scenario in cui ogni aumento è motivo di frizione e conflittualità con i retailer”.

 

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