La capsule di caffè compostabili che non si compostano. Un plastic free falso? Attenti alle regole

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La scorsa settimana abbiamo spiegato che il tema delle capsule compostabili è piuttosto complicato e non è per nulla facile per il buyer.

Premesso che le capsule in plastica, soprattutto le compatibili, sono e saranno per lunghissimo tempo top seller perché, comunque sia, l’attenzione al prezzo da parte del consumatore e la concorrenza dell’offerta on line sono tutti fattori che la GDO deve tenere presente nella gestione delle vendite e dei margini di categoria, va però affermato che:

  1. La capsula di caffè da segmento si sta trasformando in categoria
  2. Che la capsula compostabile deve essere considerata, a tutti gli effetti, un segmento e che deve essere assolutamente presente in tutti gli assortimenti

Nella scorsa pubblicazione avevamo lanciato un allarme: attenti ad acquistare le capsule compostabili solo perché si chiamano così, perché approfondendo il tema  si deve sapere che ridurre il problema essenzialmente ad un prezzo di acquisto e uno conseguente di vendita, senza entrare minimamente nel merito dei materiali usati può rivelarsi un grosso errore. Nella precedente pubblicazione abbiamo spiegato che esistono sostanzialmente due tipi di capsule compostabili di caffè: quelle realizzate interamente in PLA, che è un materiale di origine vegetale, oppure quelle realizzate con miscele di materiali, il cosidetto compound.

Il primo è un MONO materiale, l’altro è un mix eterogeneo di materiali, tra cui compare anche il PLA in percentuali variabili. Ciò che è certo è che il Compound, mischiando i materiali, determina una compatibilità differente rispetto ad un monomateriale, da qui il rischio di invecchiamento precoce. Nella precedente pubblicazione si è spiegato che la durata di vita del compound (aging) è normalmente inferiore con il rischio che si possa rompere durante il processo di utilizzo della macchina del caffè da parte del consumatore.

Questo evento sarebbe quanto mai pericoloso per chi ha compiuto una attività di buying senza aver verificato questo aspetto, perché ad un sovrapprezzo rispetto ad una capsula compatibile di plastica non solo non avrebbe il vantaggio del riciclo, non avrebbe nemmeno il diritto all’utilizzo da parte del consumatore che, di conseguenza, si potrebbe lamentare dell’efficienza del prodotto acquistato e lamentarsi della qualità dei prodotti di quel determinato supermercato.

Non è però l’unico rischio che si corre: un altro, ben peggiore, è che la capsula si composti in tempi più lunghi rispetto a quelli medi dettati dagli attuali macchinari per la produzione di compost nei vari Comuni Italiani complicando, di fatto, i processi di compostaggio. Sarebbe a dire che il consumatore acquista, ad un prezzo più caro, una compostabile ma questa, dopo il suo utilizzo e dopo essere stata gettata nell’organico, non venga compostata.

Com’è possibile ciò?

Le certificazioni Compost più diffuse sul mercato si basano in buona parte su test di laboratorio e verificano che la capsula rispecchi le regole dettate dalla norma UNI EN13432 per il compostaggio industriale. Però molti impianti di compostaggio lavorano con cicli più veloci di quelli previsti, circa 3mesi contro i 6 previsti dalla norma.

Quindi come bisogna valutare il fornitore per non sbagliare?

Sul mercato esistono produttori che hanno messo a punto prodotti dialogando con il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) un consorzio che rappresenta da oltre 25 anni la filiera del biorifiuto in Italia (quindi parlano con i singoli Municipi, ne conosco i meccanismi, etc). Il CIC attesta la compostabilità del prodotto direttamente negli impianti di compostaggio, quindi sul campo.

Questo consorzio ha individuato alcune capsule compostabili che sono in grado di compostare capsula in meno di tre mesi, quindi assolutamente nei tempi necessari per gli impianti presenti in Italia.

Quindi, riassumendo, il buyer deve avere sicuramente una forte attenzione all’ampliamento della categoria verso i prodotti plastic free, lo impone il trend del mercato, ed ancor di più la forte attenzione dei consumatori a questo tema, però nel farlo deve conoscere le regole di questo mercato.

Un’altra soluzione potrebbero essere le capsule in alluminio, come sta facendo Nespresso, ma abbia spiegato che questa delegherebbe al consumatore la gestione dei rifiuto caffè da quello dell’alluminio e la consegna degli scarsi pressi i punti di raccolta.

La soluzione più pratica è, in assoluto, quella di un prodotto compostabile, se compatibile con i sistemi Nespresso, Dolce Gusto ed A Modo Mio, che sia autoprotetto, ovvero che faccia da barriera all’ossigeno dell’aria per preservare le caratteristiche organolettiche del caffè contenuto, e che soprattutto sia composta in PLA.

In caso contrario, si acquisti anche un prodotto in Compound, però si faccia moltissima attenzione alla durata del prodotto ed alla possibile alterazione nel tempo del caffè, quindi con analisi interne con una durata di almeno sei mesi. Le aziende produttrici dovrebbero anche fornire, una analisi compiuta dal CIC che ne certifichi il compostaggio in tempi gestibili per i macchinari in uso in Italia.

 

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