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“In principio era il sacchetto bio” e così iniziò l’anno 2018

Iniziamo il 2018 con un blasfemo richiamo alla Bibbia per raccontare una questione che ha semplicemente dell’incredibile.

L’Italia, Paese che ha in certi momenti delle tendenze ambientaliste semplicisticamente esagerate, soprattutto quando al Governo c’è il Centro Sinistra (o l’Ulivo in passato), anni fa era stata messa sotto accusa proprio per avere imposto i sacchi biodegradabili, e la concorrenza estera aveva denunciato la normativa italiana per il limite posto alla libera circolazione delle merci di produttori stranieri sul mercato italiano.

Come spesso accade le accuse a Bruxelles finiscono a tarallucci e vino e, dopo anni di contenziosi, anche l’Europa si adeguò agli standard italiani varando nel 2015 una direttiva modellata proprio sull’esperienza italiana.

Il massimo della contraddizione ma……. è l’Europa bellezza.

Teniamo presente che a quel tempo si parlava di sacchetti alle casse, non quelli per insacchettare frutta come oggi.

Così, come scritto, la direttiva europea 2015/720, dopo diversi anni dove le pulsioni ambientaliste si sono accentuate in tutta europa, è modellata sull’esempio italiano delle borse biodegradabili della spesa e spinge a ridurre l’uso di sacchi di plastica e a fare ricorso alla bioplastica.

Ma l’Italia, che aveva anticipato la direttiva entrando in contezioso, era ancora paradossalmente in infrazione perché non l’aveva recepita con un atto formale, quindi con una Legge apposita in cui si menziona la Legge Europea recependola.

Solo che l’Italia oggi è Governata dalla sinistra con Ministro dell’Ambiente lo sventurato Galletti che, prima di ricoprire la carica, fu a favore del nucleare e già che siamo in tema anche contro l’acqua pubblica però, dopo una apparizione divina, si trasforma nel più integralista degli ambientalisti e si fa portatore di una norma che in Italia ed in Francia si vuole ulteriormente distinguere, inserendo l’obbligo del sacchetto biodegradabile anche per le buste inferiori ai 15 micron.

Quindi, si recepisce la normativa europea ma la si estremizza anche per i piccoli sacchetti che si utilizzano per la frutta.

E’ scontato che la numerica di quei sacchetti è molto superiore a quelli utilizzati per portare a casa la spesa, e quindi in un’ottica di perseguimento di obiettivi di tipo ambientalista è apparso logico al Legislatore dare siffatta interpretazione alla norma europea.

Norma che non è piovuta il primo gennaio dal cielo, tutti erano al corrente di tutto.

Freshpointmagazine, un interessante magazine che si occupa di freschi, a Novembre aveva dedicato un articolo al tema, con alcune interviste ai protagonisti del mondo Retail, i quali davano ciascuno una lettura dell’applicazione della norma.

Purtroppo il sistema mediatico ha prodotto sull’argomento una colossale querelle, generata dalla politica ed attraverso i social networks, ad opera di una fazione che meglio di tutti usa la rete e che infatti, sembra dalle ultime statistiche, farà incetta di voti tra i giovani, grandi fruitori delle informazioni via social network.

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Questa autentica spazzatura pubblicata su tutti i social ed inviata per whatsapp ha scatenato l’inferno.

Il mondo della GDO, chiamato in causa, è entrato in partita all’istante.

Tra i più attivi il profilo twitter di Mario Gasbarrino (Ad del Gruppo Unes) che a più riprese ha spiegato come il sacchetto per la frutta deve essere considerato un imballo primario e quindi deve essere a carico del Retail.

Retailwatch ha aperto, con l’occasione, un altro tema: quello della mancanza di concertazione tra il Governo e le associazioni dei Retailers.

Giorgio Santambrogio, Ad del Gruppo Vegè e Presidente di ADM, Associazione Distribuzione Moderna e che associa una buona parte dei retailers, ha parlato di Legge iniqua ed ha evidenziato che il costo del sacchetto bio nei punti di vendita della sua catena sarà di 1 centesimo.

Mario Gasbarrino ha aperto giustamente un altro tema: quello del libero mercato sulla vendita dei sacchetti, e quindi della concorrenza. Sarà un altro terreno su cui si troveranno a competere.

Come da più parti si è affermato il sacchetto bio è stato una splendida occasione per generare una pazzesca isteria social, fagocitata da chi alimenta il consenso con questo strumento, facile, veloce e molto superficiale, ed assimilata dalla platea probabilmente per la vicinanza della Campagna elettorale.

In buona sostanza si tratta di spendere dai 4 ai 10 euro in più all’anno per rendere biodegradabili anche gli innumerevoli sacchetti della frutta.

Daniele Cazzani, manager ed analista del mondo retail, che spesso collabora con GDONews, ha giustamente scritto un post che mette il problema nel posto che gli appartiene:

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Due considerazioni finali: la sciocchezza della Novamont come monopolizzatore del mercato è ovviamente conosciuta come tale dagli addetti ai lavori, non è così. Pensate che ci sono dei “fenomeni” di ignoranza su web che pensano che la Legge imponga alla Novamont di essere fornitore unico di tutta la Grande Distribuzione.

La seconda considerazione è, come ha scritto Francesco Cancellato su Linkiesta, “3266 euro di imposte indirette a testa, in aumento costante da vent’anni, spesso senza alcuna giustificazione se non la necessità dello Stato di fare cassa in qualunque modo. Ma noi vogliamo fare la rivoluzione per 12 euro all’anno di buste biodegradabili”.

Detto ciò l’obbligo ex lege di mettere in vendita il sacchetto è, a nostro opinione, inutile, anzi probabilmente utile solo a generare un pò di aumento di gettito d’IVA che si poteva evitare.

E mentre noi ci scateniamo su un tema del genere in Inghilterra per salvare l’ambiente i sudditi di sua Maestà potrebbero seguire l’esempio degli italiani, valutando di introdurre una tassa di 20 centesimi di sterlina sul caffè, o meglio, sul bicchiere monouso dentro cui si beve.

In Inghilterra Beppe Grillo, al massimo, sarebbe un ottimo comico.

 

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Dott. Andrea Meneghini

Analista ed esperto di Grande Distribuzione alimentare.E’ un attento osservatore delle dinamiche evolutive dei format discount e supermercati in Italia ed in Europa. Opera come manager per alcuni gruppi alimentari sullo sviluppo all’estero, soprattutto nord Europa e Medio Oriente. Ha scritto il libro per la catena Lillo Spa “Vent’anni di un successo”.

2 COMMENTI
  1. Carlo

    Più che una critica sul tema (l’ennesima), avrei un quesito da porre: la norma impone i sacchetti bio per frutta/verdura in nome della salvaguardia dell’ambiente. Tali sacchetti sono dunque smaltibili nel cosiddetto “umido”, per poi diventare compost. Però mi chiedo: ma dopo aver applicato sul sacchetto l’etichetta adesiva di pesatura, con colla sul retro della faccia ed inchiostro di stampante sul fronte, è ancora possibile smaltire correttamente tali sacchetti? Per norma il mio Comune mi vieta di introdurre nell’organico carta stampata o con parti adesive. Grazie a chi vorrà contribuire con un suo intervento.

  2. Lorenzo

    Questa vicenda dei sacchetti bio nell’ortofrutta potrebbe avere ripercussioni molto negative per l’intera gdo se non si chiariranno modalità e tecnicismi vari. Beninteso, non parlo dell’obbligo della manciata dei centesimi da pagare a sacchetto, piuttosto del modo in cui è partita e gestita questa vicenda. Farebbe bene, a mio avviso, la gdo, a dotarsi di buste di carta gratuite per l’ortofrutta se non si vuol perdere la clientela in uno dei reparti più strategici. Certo, i costi per dotarsi di buste di carta gratuite sono molto più onerosi e la coperta è sempre più corta, ma sarebbe un’ottima operazione d’immagine per differenziarsi dalla concorrenza e dare un segnale importante alla propria clientela. Il momento è molto delicato e, se non gestita bene, questa vicenda potrebbe rivelarsi un boomerang molto pericoloso.

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