In occasione della convention annuale di Conad Adriatico per l’approvazione del bilancio di esercizio 2024, abbiamo intervistato Antonio Di Ferdinando, amministratore delegato della cooperativa da ben 38 anni, che ha tracciato un bilancio dell’anno passato e ha anticipato le strategie future. Tra consolidamento sul territorio, formazione, espansione nei Balcani e una forte attenzione al valore della cooperazione, emerge il profilo di un’impresa che cresce passo dopo passo, senza perdere mai di vista la propria identità.
Dott. Di Ferdinando, guardando ai vostri bilanci degli ultimi anni, emerge una crescita costante. Quali sono stati i principali fattori che hanno reso possibile questo risultato nonostante un contesto macroeconomico non sempre favorevole?
La nostra crescita è sempre stata omogenea, senza grandi scatti o balzi improvvisi. Proprio nei giorni scorsi stavo rivedendo i numeri degli ultimi cinque anni e quello che emerge è una linea costante, solida. Mi piace paragonarci a un vecchio trattore: lento ma inarrestabile, che arrampica sulla collina con determinazione. Questa costanza non è un caso: deriva da una programmazione attenta e da una visione di lungo periodo. E quando questa visione si realizza, anche i numeri riflettono quella coerenza: le incidenze di bilancio, anno dopo anno, si mantengono stabili, attorno al 5-6%.
È dunque la visione di lungo periodo la chiave che vi ha permesso di mantenere questo trend?
Conta tutto. Io lo ripeto spesso: sta tutto nella fortuna, certo, ma soprattutto nella capacità di guardare lontano. Noi siamo una cooperativa, e questo ci impone — e al tempo stesso ci permette — di lavorare con orizzonti temporali lunghi. Non siamo imprenditori che devono chiudere il bilancio in utile ogni anno a tutti i costi. Se un anno il risultato economico non è brillante, possiamo accettarlo, a patto che serva a costruire qualcosa di più solido nel medio-lungo termine. Il nostro patrimonio è condiviso, appartiene ai soci. E la cooperazione si basa su questo: una visione ampia, sostenibile, collettiva.
Vi dichiarate da sempre vicini alle imprese del territorio. Come si fa a mantenere un legame solido e duraturo con territori così diversi fra loro?
Il legame con il territorio è fondamentale. Nei nostri territori — penso alle Marche, al Molise — esistono abitudini alimentari molto diverse. Operiamo su 800 km di estensione, è come servire da San Salvo fino alla provincia di Varese. Cambiano i gusti, le richieste, le aspettative. Prendiamo lo stoccafisso, molto presente nelle Marche, che nel Molise invece lascia spazio al baccalà salato. E potrei fare molti altri esempi. Conoscere questi aspetti, valorizzare i prodotti locali e sostenere i produttori del territorio significa rafforzare il legame con la comunità. E questo ci torna indietro, in termini di immagine, fiducia e appartenenza.
La vostra cultura aziendale mette le persone al centro di ogni strategia e per questo investite moltissimo in formazione delle risorse. Può raccontarci qualcosa del progetto “Store Management”?
Per noi la formazione è centrale. Lo scorso anno abbiamo lanciato un piano formativo importante, e siamo riusciti a portare in aula — per tre giorni — circa il 92% dei nostri soci. Un risultato eccezionale. Il progetto, che abbiamo chiamato “Store Management”, non si è limitato all’aula: ogni gruppo ha poi analizzato i punti vendita di altri colleghi, applicando criteri condivisi, e dopo tre mesi ha misurato i risultati dei cambiamenti implementati. In totale, abbiamo fatto oltre 2.400 ore di formazione. Il nostro obiettivo è portare verso l’eccellenza almeno il 50% della base attiva. Se ci riusciremo, avremo un salto enorme in termini di qualità, fatturato e immagine.
Avete una presenza ormai consolidata anche nei Balcani. Qual è lo stato dell’espansione e i piani di sviluppo futuri?
Oggi abbiamo 42 supermercati in Albania. Siamo entrati in quel mercato nel 2008, in un momento in cui in Italia c’era la crisi dei consumi. Da Otranto a Valona ci sono 70 km, se ci fosse un ponte ci si andrebbe in poco tempo. Lì abbiamo costruito una presenza forte: l’incidenza del prodotto a marchio Conad ha raggiunto quasi il 50% e la reputazione del brand è molto solida. Parliamo di circa 40 milioni di euro di vendite. Non è un mercato enorme, ma è strategico. Abbiamo piani di apertura, anche se calibrati su formati da 400-500 mq, più adatti alla realtà locale, fatta di poche grandi città e molte aree rurali.
Durante la convention presenterete il bilancio, ma ci saranno anche annunci importanti?
Oggi presenteremo il bilancio di esercizio e, come prevede il Codice Civile, siamo tenuti a riportare anche attività rilevanti avvenute nei primi mesi del 2025. Oggi comunicheremo, ad esempio, l’acquisizione — immobili e attività — di quattro ipermercati Finiper: Città Sant’Angelo, Ortona, Colonnella e Civitanova, che prima gestivamo in affitto d’azienda. È stato un investimento importante. Ma la vera svolta, quella strategica, arriverà in autunno. Sarà lì che inizieremo a delineare i prossimi passaggi decisivi.
Un’ultima domanda: qual è oggi la vostra priorità più grande?
Continuare a crescere senza tradire la nostra identità. Siamo una cooperativa, e questo non è solo un modello organizzativo, è una cultura. Significa restare radicati, formare le persone, valorizzare il territorio e lavorare per il bene comune. Conad Adriatico cresce perché cammina con passo sicuro, e lo fa insieme ai suoi soci, ai suoi collaboratori, ai suoi clienti. Questa è la nostra forza. E il nostro futuro.







