Dal successo planetario della K-Beauty al sogno di una “I-Beauty”: il settore italiano del cosmetico deve fare sistema per trasformare le sue eccellenze frammentate in un brand globale competitivo.
Avete mai sentito parlare della K-Beauty? Il termine si riferisce a un vero e proprio protocollo che il mondo del beauty coreano ha saputo codificare e divulgare a livello globale. Questa sequenza di trattamenti, fondata su regole precise e su un approccio quasi rituale alla cura della pelle, è diventata un fenomeno internazionale. Qualche numero per capire di cosa si sta parlando: nel 2024 la K-Beauty valeva 14,7 miliardi di dollari e nel 2025 raggiungerà 15,4 miliardi, con previsioni di oltre 31,8 miliardi entro il 2033 e una crescita annua vicina al 9%. L’Asia-Pacifico resta l’area più importante con oltre il 35% del mercato, ma le vendite aumentano rapidamente anche in Nord America ed Europa, trainate da e-commerce e social media.
Negli Stati Uniti, ad esempio, nel primo trimestre 2025, le vendite sono salite del 53% rispetto all’anno precedente, rendendo il Paese la principale destinazione per le esportazioni coreane. Nel 2024 le esportazioni di cosmetici dalla Corea del Sud hanno superato i 10 miliardi di euro (+20%), posizionando il Paese al secondo posto mondiale dietro la Francia.
I fattori chiave di crescita sono: formulazioni innovative, naturali e cruelty-free, marketing digitale, influenza del K-pop, routine multi-step e cicli rapidi di innovazione. Questo modello, molto apprezzato dai consumatori giovani, sta rafforzando la diffusione globale della K-beauty, che continuerà a crescere solidamente nel prossimo decennio.
Non è un caso, quindi, che oggi la Corea del Sud venga considerata il primo Paese al mondo per capacità di innovazione nel settore dello skin care e, più in generale, della cosmetica e del beauty.
Da questa constatazione nasce una domanda inevitabile: esiste un equivalente italiano? Una sorta di “I-beauty” capace di competere sul piano internazionale?
Lo abbiamo chiesto a Davide Cozzarolo, direttore generale di O-Pac Italia, la multinazionale nel settore skin care, partner di colossi del mass market retail internazionale. “La risposta, purtroppo, è negativa. – spiega Cozzarolo – il nostro sistema è ricco di eccellenze, ma risulta ancora estremamente frammentato. Non si è mai strutturato come un unico grande aggregato riconoscibile all’estero, capace di presentarsi compatto con il marchio identitario del 100% Made in Italy. Nella fashion e nell’arredo-design (furniture), invece, l’Italia è riuscita a costruire un modello unitario e riconoscibile, trasformandolo in un brand globale di successo. Nel beauty questo percorso, invece, non è ancora stato compiuto. È proprio su questo punto che dobbiamo iniziare a lavorare: occorre costruire un terreno comune, fare sistema nel settore beauty”.
D: Da dove si potrebbe iniziare?
R: intanto attraverso le associazioni di categoria che rappresentano le imprese italiane, creando alleanze e sinergie capaci di conferire al comparto quella massa critica e quei “muscoli” indispensabili per affrontare i mercati internazionali.
L’obiettivo secondo Cozzarolo deve essere la creazione di una “I-Beauty”, un modello italiano di bellezza e benessere che possa dialogare alla pari con la K-beauty coreana.
“Noi stessi abbiamo già elaborato un’idea di I-beauty, un modello che vorremmo condividere con altre aziende italiane per trasformarlo in un progetto collettivo e inclusivo. Solo così sarà possibile avviare una competizione sana e costruttiva, capace non solo di valorizzare le specificità di ogni nazione, ma anche di far emergere una I-beauty italiana forte, credibile e in grado di affermarsi a livello globale. Un modello che, per qualità, tradizione e innovazione, non avrebbe nulla da invidiare alla K-beauty coreana.”






