Editoriale: guerra e globalizzazione le cause dell’attuale crisi nel settore lattiero-caseario

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“Uno scenario devastante”. Non usa mezzi termini Angelo Galeati, amministratore delegato di Sabelli, per descrivere la situazione attuale del mercato dei formaggi in Italia. Le imprese di produzione patiscono la somma delle conseguenze del post-Covid e del conflitto in Europa come quelle di altri settori, ma con l’aggravante di alcuni elementi caratteristici del comparto lattiero-caseario. Eppure il mercato dei formaggi aveva retto bene anche alle conseguenze della pandemia, con i consumi domestici – canalizzati attraverso la GDO – e soprattutto le esportazioni che avevano compensato le perdite dovute alla chiusura dell’Horeca.

E se un ripiegamento era atteso dopo la straordinaria performance del 2020 (secondo Ismea nel primo semestre del 2021 i volumi sono calati del 4,2% mentre erano cresciuti del 10% nell’anno precedente) nessuno poteva presagire la tempesta perfetta che si è verificata a partire da febbraio facendo esplodere tensioni che già erano presenti a partire dall’autunno.

Secondo i dati di Assolatte, nel 2020, in piena pandemia, il settore era comunque riuscito ad aumentare la produzione complessiva del 3,9% e il giro d’affari si era attestato attorno ai 16,5 miliardi: risultati trainati dalle esportazioni, visto che i consumi interni erano diminuiti dell’8% poiché la spesa in negozi e GDO non era riuscita a compensare totalmente la chiusura del canale Horeca. I risultati migliori erano stati quelli della mozzarella (oltre 107mila tonnellate esportate nel 2020, +23%), insieme ai prodotti duri di fascia alta come il Parmigiano Reggiano (98mila tonnellate, +21%). La prima parte del 2021 ha rafforzato il trend positivo con un aumento delle esportazioni complessive pari ad un ulteriore 12%.

A settembre però sono iniziati i guai che hanno contrassegnato poi l’avvio del 2022 e secondo i principali player del settore – che GDONews ha intervistato per questo focus – continueranno ancora a lungo. E’ sempre l’Ad di Sabelli (azienda che nel 2021 ha consolidato ricavi per 165 milioni di euro con un Ebitda dell’8%) a spiegare le motivazioni: “Il 2021 è stato un anno di chiari e scuri con la GDO che ha tirato abbastanza e gli altri canali sofferenti a causa del lockdown. Con il 2022 abbiamo visto una ripartenza in grande slancio perché al buon andamento dello GDO si è sommato l’effetto positivo della riapertura del canale Horeca”.

Ma ancora prima che gli effetti nefasti si materializzassero nei numeri, come sta accadendo adesso, c’erano evidenti segnali di tensione: “Già fra settembre e ottobre registravamo elementi critici, come l’impennata dei costi dell’energia e dei costi per l’alimentazione bovina: parte del mais destinato alle stalle è stata usata per la produzione di bioetanolo, spingendo il costo alle stelle”, dice Galeati.

Ricostruzione che trova esatta conferma nelle parole dei rappresentanti del primo anello della filiera lattiero-casearia, Coldiretti: “Il prezzo del mais alla borsa merci di Chicago è arrivato a superare gli 8 dollari per bushel (27,2 chili ndr), prezzo che non toccava dal 2012” ha detto l’associazione di categoria aggiungendo che “questo affama gli animali e mette a rischio sopravvivenza una stalla su dieci. Gli incrementi dei costi correnti sono oltre il 54%, con punte fino al 70%”.

Dal prezzo dei concimi alle sementi, dal gasolio all’energia e ai mangimi, le impennate dei costi si abbattono su tutti gli anelli della filiera lattiero – caseario, dal primo all’ultimo, ovvero i consumatori. A questo scenario potentemente inflattivo, si sono sommati anche i colpi di coda della gestione pandemica: in autunno dalla Cina è arrivato un picco di richiesta di latte in polvere perché i magazzini del gigante asiatico erano vuoti. Questo ha fatto sì che la Germania, serbatoio del latte europeo, abbia dirottato enormi quantità di prodotto verso la Cina generando una plusvalenza commerciale notevole poiché lo ha venduto ad un prezzo molto alto.

La mancanza di latte sul mercato Europeo ha spinto ulteriormente al rialzo la materia prima per eccellenza delle industrie di trasformazione casearia. “Nel primo trimestre del 2022 il prezzo del latte è salito del 30% arrivando a 50 centesimi e in alcuni momenti manca il latte in Europa – prosegue Galeati – In queste settimane l’export dalla Germania verso la Cina si è ridotto perché alcuni porti cinesi sono chiusi a causa del Covid. Tuttavia, stiamo andando verso l’estate e aumenta la richiesta di mozzarella: rischiamo di non avere abbastanza latte per produrla e un segnale inquietante in questo senso arriva dal prezzo spot del latte che è a 60 centesimi”.

Per fronteggiare la situazione Sabelli ha dimezzato le promozioni e tagliato del 75% il budget per le campagne pubblicitarie: tagli fatti “non per guadagnare, ma per salvare i conti”, precisa l’Ad. Ennio Caiolo, direttore generale di Galbani, parla di una “componente inflattiva che sta assumendo dimensioni monstre. Inoltre la rottura di alcune catene di fornitura, o la condizione critica in cui esse versano, genera adesso e per il futuro rischi seri in tema di continuità produttiva. La magnitudo dell’aumento dei costi è fortemente impattante. Abbiamo rivisto i nostri budget e anche i piani operativi per il 2022 sono stati cambiati più volte perché il contesto cambia rapidamente e mantiene una elevatissima incertezza. Stiamo mettendo una straordinaria attenzione nel guardare internamente per recuperare sinergie ed efficientare i costi, senza interrompere il processo di innovazione perché rappresenta elemento di generazione del valore che è sempre più difficile ricavare sul mercato. Vediamo una diluizione di redditività nel 2022 e selezioniamo i nostri investimenti per cercare un equilibrio consapevole, che comunque sarà un contesto con grandi discontinuità nel medio periodo”.

Nulla di diverso nelle parole di Christophe Jouin, direttore generale Nuova Castelli che però vede in questo tornado anche un’opportunità da cogliere per il Made in Italy agroalimentare attraverso le esportazioni che ancora nel settembre scorso sono cresciute del 23% (Istat). Specialista in formaggi stagionati, Castelli ha bisogno di tenere il gorgonzola, ad esempio ad una temperatura di 2,5 gradi per oltre 90 giorni: un salasso con i costi dell’energia decuplicati in pochi mesi. Soltanto l’impatto di energia e packaging rappresenta il 25% degli aumenti totali. Poi c’è il latte che, come abbiamo detto sopra, è salito alle stelle e i prodotti da latte, come la cagliata che da gennaio ad oggi è aumentata del 67%, passando da 2 a 5 euro al chilo. “C’è anche qualche elemento speculativo nella corsa dei prezzi dell’energia e dei mangimi per animalidice Jouin –. E’ vero, manca il latte perché Germania, Olanda e Francia hanno ridotto la produzione. E’ una situazione complessa, ma che offre anche un’opportunità: l’Italia è molto forte nelle esportazioni e il trend delle vendite sui mercati esteri continua ad essere positivo. La revisione dei prezzi che la situazione attuale ci spinge a fare potrebbe essere una buona occasione per dare maggior valore al prodotto italiano che spesso è un po’ svenduto. Le esportazioni italiane fanno buoni numeri in termini di volumi, meno in termini di margini – conclude il DG dell’azienda che esporta il 70% del proprio prodotto -.  Il cambiamento è sempre un’opportunità: cogliamola per aggiungere valore ai prodotti italiani che vendiamo all’estero”.