ione finanziaria. Quando l’inflazione viaggiava sopra il 2% riuscivano infatti a far quadrare i conti anche sfruttando i pagamenti a 30 o 60 giorni (per non parlare dei ritardi veri e propri), mentre adesso devono fare affidamento esclusivamente sulla loro capacità commerciale.
I dati, d’altra parte, parlano chiaro: ad aprile, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è diminuito dello 0,1% su base annuale, confermando il trend in atto dalla fine dell’anno scorso. «È il quarto mese consecutivo che l’indice generale registra una flessione su base annua — si legge nel report dell’Istat — Ciò è dovuto al persistere dell’ampia diminuzione dei prezzi dei beni energetici (-6,4%; era -6,5% a marzo), alla quale si sommano, ad aprile, i cali tendenziali dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-0,6%, da +0,5% di marzo), dei servizi relativi all’abitazione (—0,2%, da -0,1% del mese precedente) e di quelli relativi alle comunicazioni (0,1%, da +1,0% di marzo)». La situazione migliora leggermente se si escludono dal calcolo i beni energetici: in questo caso l’inflazione è stabile a +0,6%. Escludendo anche gli alimentari non lavorati (e ottenendo così la cosiddetta “inflazione di fondo”) si scende a +0,3% (dal +0,4% del mese precedente). Più in generale a soffrire sono soprattutto i prezzi dei beni, che fanno segnare un -0,5% rispetto a dodici mesi prima (si tratta comunque di un ridimensionamento rispetto al -0,6% di marzo), mentre restano in territorio positivo i prezzi dei servizi che, viceversa, evidenziano un trend in peggioramento: ad aprile sono cresciuti dello 0,3% rispetto a dodici mesi prima, contro il +0,5% fatto segnare ad aprile. Il forchetta fra beni e servizi si sta dunque riducendo e le due voci stanno convergendo verso lo zero. A fine aprile l’inflazione acquisita per il 2015 era pari a zero, in leggero miglioramento rispetto al -0,1% di fine marzo.
L’andamento mese su mese è stato però influenzato da fattori stagionali quali le festività pasquali. Secondo i dati Nielsen, la grande distribuzione mostra un andamento sostanzialmente allineato a quello registrato dal-l’Istat. Ad aprile il carrello della spesa ha fatto registrare un calo dei prezzi nell’ordine dello 0,2%; a marzo le cose erano andate un po’ meglio con un rialzo dello 0,8%, comunque in rallentamento rispetto al +0,9% di febbraio. Dal giugno 2014 l’aumento dei prezzi dei cartellini è sempre stato compreso fra lo 0,4%, minimo fatto segnare sia a giugno che a luglio 2014, e l’1%, massimo toccato a novembre 2014 e gennaio 2015. Si tratta di valori ben lontani dall’obiettivo del 2% che si è data la Banca Centrale Europea e in virtù del quale ha di recente avviato l’operazione di Quantitative easing. Secondo Nielsen l’inflazione ha subito una vera e propria gelata nei sei mesi che vanno dal gennaio al giugno 2014, periodo in cui è passata dal 3,5% allo 0,4%. «Non mi aspetto una ripresa dei prezzi almeno fino alla fine del 2015 — spiega Romolo De Camillis, retailers director di Nielsen — Quello che si sta vendendo lo si sta vendendo a prezzi invariati».
Davanti agli scaffali dei supermercati si registra poi un altro fenomeno che riguarda molto da vicino l’inflazione e che Nielsen ha ribattezzato “variazioni di mix”: il consumatore che si trova davanti a prodotti che hanno subito aumenti dei cartellini rivede il proprio carrello della spesa per acquistare (con gli stessi soldi) lo stesso numero di prodotti che acquistava un anno prima. E per raggiungere questo obiettivo cerca il prodotto in offerta oppure passa dalla marca industriale alla private label. Proprio la pressione promozionale è, al tempo stesso, una delle cause e uno delle conseguenze più evidenti della difficoltà dei prezzi nella grande distribuzione. E non è un caso che i grandi player stiano cercando febbrilmente una soluzione per uscire dal circolo vizioso innescato dalla guerra commerciale.
Se fino a qualche anno fa, infatti, gli sconti servivano a innescare acquisti aggiuntivi, adesso hanno il solo effetto di ridurre i margini di guadagno dell’insegna. Negli ultimi due anni la pressione promozionale è arrivata a sfiorare il 30% — questo significa che quasi un prodotto su tre è in promozione — mentre la sua efficacia si è praticamente azzerata (il consumatore mette nel carrello solo il prodotto in promozione). «Le promozioni sono ancora su livelli molto elevati — prosegue De Camillis — Qualche segnale di arretramento negli ultimi mesi lo abbiamo visto (nel bimestre marzo-aprile la pressione è scesa di mezzo punto percentuale) ma è presto per dire che si sia invertito il trend. Certamente alcuni grandi player hanno trovato il modo di fare un’offerta più mirata e meno aggressiva; hanno inoltre razionalizzato il volantino».
In alcuni casi, però, secondo il manager di Nielsen la scontistica ha il solo l’obiettivo di correggere dei listini prezzi che sono oggettivamente troppo alti. «L’attuale situazione — conclude De Camillis — sta mettendo a dura prova molti operatori, soprattutto quelli meno efficienti che rischiano di non farcela. Oggi il mercato premia chi ricava l’ossigeno dalla gestione commerciale e non da quella finanziaria. I vincitori di questa sfida saranno coloro che riusciranno a migliorare il servizio commerciale e alla fine questo sarà un fenomeno virtuoso». “Non mi aspetto una ripresa dei prezzi almeno fino alla fine del 2015 — spiega Romolo De Camillis, retailers director di Nielsen — Quello che si sta vendendo lo si sta vendendo a prezzi invariati”. E intanto le promozioni non arretrano complicando ulteriormente il quadro.