“Siccità, stress termico e condizioni di caldo proibitive stanno mettendo sotto pressione la produzione di latte destinata al Parmigiano Reggiano”. Sono le dichiarazioni di Giovanni Buonaiuto, veterinario del Consorzio del Parmigiano Reggiano sul Quotidiano Nazionale, che riporta dichiarazioni rilasciate a Politico.eu, dove ha indicato un calo medio della produzione di latte intorno al 10% durante questa estate 2026. Le temperature vicine ai 40 °C costringono ventilatori e nebulizzatori a lavorare quasi senza sosta, e le mucche da latte iniziano a soffrire di stress termico già intorno ai 25 °C (a seconda dell’umidità): mangiano meno, riposano e ruminano di meno e, di conseguenza, producono meno latte.
Le affermazioni di Buonaiuto trovano effettivamente pieno riscontro nella fisiologia bovina e nella letteratura scientifica: lo stress termico riduce effettivamente l’ingestione di alimento e la resa lattifera, con impatti variabili da azienda ad azienda in base ai sistemi di raffreddamento disponibili. Circa la metà degli allevamenti della filiera (responsabili del 70% del latte) dispone già di impianti avanzati, ma i costi energetici aumentano sensibilmente.
Che cosa comporta tutto ciò? Ci troveremo a vivere un fine 2026 e 2027 con forti tensioni nelle negoziazioni tra industria e retail e con conseguente reale pericolo inflattivo? Ne potrebbero risentire le esportazioni? Sicuramente, da un lato è corretto tenere presenti le dichiarazioni di Buonaiuto sul calo estivo del latte. Dall’altro è essenziale contestualizzarle con lo storico recente. Le estati 2022 e 2023 furono altrettanto complicate: grande caldo e, soprattutto nel 2022, siccità severa. Anche allora si parlavano di riduzioni di latte fino al 10% in molte stalle. Oggi è disponibile uno storico sui risultati annuali ufficiali del Consorzio, però, furono ben più contenuti: nel dettaglio, nel 2022 la produzione di forme di Parmigiano Reggiano scese del 2,2% (da 4,091 a 4,002 milioni di forme) e nel 2023 si registrò un leggero recupero del +0,3%.
La differenza tra il calo puntuale del latte estivo e il dato annuale delle forme si spiega con diversi fattori: l’estate rappresenta solo una parte del ciclo produttivo, i sistemi di raffreddamento attenuano gli effetti, e la filiera può compensare (almeno in parte) nei mesi meno critici. Inoltre, la produzione di Parmigiano è regolata e storicamente tende a essere gestita con prudenza.
Di sicuro è inopinabile che un effetto negativo sulla produzione di latte estiva è concreto e già in atto. Un calo annuale delle forme dell’ordine del 10% potrebbe però apparire improbabile, proprio alla luce dello storico: più realistico è un impatto contenuto (qualche punto percentuale al massimo), con costi di produzione più elevati e una situazione che non sarà florida, ma nemmeno drammatica. L’estate non è l’intero anno produttivo ed i dati definitivi arriveranno solo a fine ciclo.
Per la grande distribuzione conviene dunque monitorare l’andamento reale delle consegne di latte e delle forme nelle prossime settimane/mesi. Non è difficile ipotizzare possibili tensioni sui costi e sulla disponibilità nei mesi estivi e autunnali ma è fondamentale evitare sia l’allarmismo (che potrebbe apparire molto tattico per le prossime negoziazioni) sia la sottovalutazione, e basarsi sui dati ufficiali del Consorzio man mano che emergeranno.







