La vicenda dell’eliminazione dei prodotti israeliani da parte di Coop Alleanza 3.0 – accompagnata da una comunicazione ufficiale dal tono trionfalistico e polarizzante – rappresenta, a mio avviso, un caso emblematico di quanto certi comportamenti, seppur animati da intenzioni nobili, possano diventare profondamente inopportuni e controproducenti nel contesto professionale e commerciale in cui si collocano.
Non è in discussione la libertà d’impresa, né la possibilità per un’insegna di operare scelte etiche nella propria gestione dell’assortimento. Il vero problema, tuttavia, nasce quando una decisione che ha inevitabili connotazioni politiche – l’esclusione di un’intera nazione produttiva – viene strumentalizzata a fini identitari o comunicativi. Ed è esattamente questo l’errore di Coop Alleanza 3.0: non tanto la scelta commerciale in sé, discutibile ma legittima, quanto la modalità con cui è stata esposta all’esterno, con una retorica da campagna militante piuttosto che con la prudenza che si addice a un retailer di primo piano.
La risposta tempestiva di ANCC-Coop, che nel giro di 48 ore ha preso le distanze dall’iniziativa, ribadendo che “il comportamento commerciale delle cooperative non deve escludere alcun soggetto”, è stata di fatto una sconfessione netta e inequivocabile. E lo è stata non solo sul piano formale, ma anche sostanziale: il più alto organismo del movimento cooperativo ha ritenuto urgente tutelare la reputazione complessiva del sistema Coop, prima che l’eco di questa deriva decisionale rischiasse di danneggiare l’intera filiera.
Nel frattempo, Coop Italia, stretta tra l’incudine della base associativa e il martello del danno reputazionale, ha scelto il silenzio. Un silenzio che, in questo caso, è stato dettato dalla necessità: prendere posizione avrebbe significato schierarsi in una frattura interna da evitare. Tacere ha significato proteggere, almeno temporaneamente, l’equilibrio di un’architettura già fragile.
Chi esce davvero malconcia da questa vicenda, dunque, è Coop Alleanza 3.0. Non per le critiche piovute da osservatori indipendenti o da autorevoli manager del settore, ma perché è stata messa pubblicamente all’angolo dal suo stesso vertice istituzionale. E questa è una frattura che non si ricompone con una rettifica o una nota a piè pagina. È uno smacco che apre interrogativi sulla gestione del rischio reputazionale, e sulla capacità di comprendere i limiti entro cui un retailer deve operare per non trasformarsi in attore politico.
Il cortocircuito mediatico è stato talmente impattante da spingere alcuni esponenti politici locali di sinistra a parlare ed elogiare la “scelta della Coop”, senza nemmeno distinguere tra le singole realtà del mondo cooperativo (“Io sto con Coop”), confondendo l’azione di un’insegna con quella dell’intero sistema. Allo stesso tempo, si sono moltiplicate reazioni da parte di consumatori che – in segno di dissenso – hanno dichiarato a giornali locali, in Veneto, in Lombardia, di voler interrompere gli acquisti nei punti vendita Coop. Una tempesta perfetta, nata da una leggerezza di comunicazione.
Una comunicazione che avrebbe potuto, semmai, limitarsi a raccontare la scelta – pur opinabile – di inserire un prodotto a sostegno di una causa umanitaria, come la Gaza Cola, evitando qualsiasi riferimento divisivo.
A mio modesto parere, anche in quel caso, sarebbe stato d’obbligo maggiore rigore. Mi domando: chi è davvero il produttore di quella bibita? Cioè, A quale realtà fa capo? Davvero i fondi raccolti vanno alla costruzione di un ospedale? O, tra qualche anno, ci troveremo di fronte all’ennesimo scandalo di fondi finiti altrove, magari a finanziare forme di lotta ben più ambigue, come armi o chissà cos’altro?
Nel mercato odierno, dove l’identità del consumatore è plurale e globale, scivolare su posizioni ideologiche è facilissimo. Ma a pagare il prezzo più alto non è mai l’opinione pubblica: sono le insegne, i punti vendita, i dipendenti, la fiducia. E quando a inciampare è la più grande cooperativa per fatturato del Paese, la responsabilità è ancora più grande.
Di chi è stata l’idea di questa operazione? Non è dato saperlo. Ma chi l’ha concepita e portata avanti ha fatto male alla cooperativa, e ha fatto male all’intero movimento. Su questo, chi scrive non ha alcun dubbio.







Io penso che la retorica militante sia propria di questo articolo becero e ottuso.
Dott. Meneghini, coltivi qualche dubbio, la rende più umano.
Come socio della cooperazione di consumo trentina spero che seguiremo l’esempio di Alleanza 3.0. Se le sanzioni non arrivano dal governo, possono arrivare dalle persone.
Come soci cooperatori, come clienti non possiamo accettare di alimentare con la nostra spesa la guerra di Israele e di essere complici del genocidio.
È il momento che anche il sistema di Coop Trentino (Famiglie Cooperative, Supermercati Trentini, SuperStore, Sait), che conta 120 mila soci, decida di schierarsi dalla parte giusta della storia e di fare la propria parte per isolare lo Stato criminale di Israele. Se non ci distinguiamo dalle altre catene commerciali quando sono in ballo certi valori, veniamo meno alla nostra missione che ci spinge a scegliere l’etica prima del profitto e a sostenere giustizia e diritti umani. Dobbiamo poter dire: abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità per opporci al massacro di innocenti, al genocidio di Gaza.
Invito soci e consumatori della cooperazione di consumo trentina a sollecitare i direttori dei loro punti vendita affinché escludano dagli scaffali i prodotti che provengono da Israele.
buongiorno. ho postato ieri mattina un commento. non mi risulta essere ancora online. spero non siano pubblicati solo i contenuti ‘allineati’. dare spazio a contributi critici è una buona pratica del giornalismo libero.
diversamente da lei, che non ha dubbi, sono dell’idea che la chiusura della Cooperazione di consumo rispetto alla proposta del boicottaggio dei prodotti provenienti dallo Stato di Israele che pratica il genocidio faccia molto male all’intero movimento.
buona giornata! coltivi il dubbio, che fa bene.
Caro Corradini, non si preoccupi che la censura non abita da questa parti. La sua opinione è da rispettare, come lo sono quelle di tutti, anche quelle che mi tacciano di becero e ottuso, preoccupandosi ovviamente di firmarsi con un semplice nome di battesimo che con ogni probabilità è falso, d’altro canto la perla della complessità e della profondità storico-sociale dei pensieri espressi da questo sig. Nessuno non merita di rendere pubblica la primizia della sua cultura e di sostanziarla in un nome ed un cognome, cose da poveri mortali. Lui è Marco, un nome apostolico, e quello è il suo Vangelo. Invece, caro Corrado, io apprezzo la sua contestazione perchè ha un nome ed un cognome, ha una provenienza, e dietro c’è una persona che lavora, che produce reddito ed ha sentimenti. Li rispetto, li apprezzo, e mi ci posso in parte anche riconoscere. Ma nel mio articolo, caro Corrado, parlavo di una Cooperativa (Alleanza 3.0) che negli ultimi 5 anni di bilanci depositati presso le Camere di Commercio ha perso quasi 500 MILIONI di euro, in una situazione in cui esistono piccoli risparmiatori (soci prestatori) che hanno messo i loro risparmi proprio in quella cooperativa. Allora sig. Corrado, il mio ragionamento non colorava nessuna bandiera politica, ma era freddamente rivolto alla tutela di un’impresa cooperativa e dei suoi soci prestatori, al netto delle opinioni. Cordialmente Andrea Meneghini