“La nostra presenza a Cibus è importante: ci sentiamo in dovere di rappresentare l’Italia.” Nicola Pantaleo, CEO dell’omonima azienda pugliese, racconta ai nostri microfoni il suo punto di vista circa l’olio EVO, la relazione del consumatore con esso e in che modo Industria e GDO possono collaborare per promuovere la conoscenza del prodotto, il tutto sullo sfondo della 21esima edizione di Cibus.
Che impressioni hai avuto per questo primo giorno di fiera?
Abbiamo avuto un’impressione positiva, con molta affluenza e molti contatti. Abbiamo notato che c’è molta voglia di tornare alla normalità.
Parlaci della relazione tra il consumatore e l’olio, in particolare i limiti e le opportunità di questa relazione.
All’interno del mondo dell’extravergine c’è ancora tanto da fare. L’olio ha una storia relativamente giovane, che ha bisogno di essere raccontata. Per fare questo cerchiamo l’aiuto della Grande Distribuzione: attraverso di essa vogliamo raccontare l’olio, le fasi di produzione e tutte le peculiarità che vi sono.
Non crede che, soprattutto nella grande distribuzione, sia troppo demandata al retailer questa relazione?
Sicuramente sì e può rappresentare un problema in quanto è molto limitato a certi aspetti legati al prodotto, principalmente al prezzo. Bisognerebbe ampliare la gamma e il modo di vedere l’olio da parte del consumatore. Pensiamo che ci sia bisogno, nell’ambito domestico, di due oli: uno da utilizzare in cottura, derivato da olive più mature, e uno da utilizzare a crudo, in modo da sentire tutte le sue note vegetali, derivato da olive più giovani.
La vostra categoria è afflitta dal fenomeno dell’inflazione?
Purtroppo sì. Come per tutti i settori, vi sono delle ripercussioni. L’olio extravergine, come materia prima, è uno dei prodotti che ne risente meno, mentre per tutte le altre componenti, come ad esempio il confezionamento, l’impatto è molto forte. L’olio, comunque, mantiene dei livelli abbastanza congrui per il tipo di prodotto che è, quasi indispensabile nella nostra dieta.
Quest’anno il prezzo dell’olio spagnolo è cresciuto molto, in termini di prezzi di acquisto, mentre quello italiano si è abbassato. L’olio italiano, quindi, può essere presentato in maniera più interessante.
Questo fenomeno si presenta in modo strano perché parliamo di prodotti di qualità, con aspetti nutrizionali e organolettici particolari e che, nonostante questo, ha una forbice limitata di differenze rispetto a un olio extravergine comunitario base. Questo ci ha messi nella posizione di voler far conoscere sempre di più l’extravergine italiano.
Come azienda, anni fa, avete deciso di fare investimenti sulla terra. Oggi a che livello siete con la produzione e, a livello nazionale, vi è un ritorno alla terra con un conseguente cambio di mentalità?
Oggi per noi la terra è una necessità: ciò che veramente conta è la materia prima e per questo abbiamo avuto l’esigenza di metterci in campo. Pensiamo sia l’unico modo per far si che la produzione italiana torni ad avere un ruolo molto importante nel mercato. L’obiettivo è quello di aumentare la produzione del 25% in modo da raggiungere quelli che sono i consumi italiani, senza dimenticare la qualità.
La vostra qualità è direttamente connessa con il metodo super-intensivo?
La nostra produzione non è tutta legata al super-intensivo ma solo una parte. Abbiamo recuperato un oliveto intensivo abbandonato con delle varietà tipiche, autoctone, che garantiscono un prodotto con una qualità molto elevata e con caratteristiche organolettiche legate alla nostra cultura. Si può fare la differenza anche con una produzione super-intensiva e, soprattutto, garantire qualità.
Siete soddisfatti dell’attività commerciale che avete prodotto?
Assolutamente sì. Gli investimenti hanno richiesto, e richiederanno molto tempo, e su di essi poniamo tutta la nostra concentrazione, certi che serberanno molte soddisfazioni.









