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Sfida Milano-Parma. Manca una regia per il food made in Italy

Si sono aperti lunedì pressoché in contemporanea due grandi eventi del food italiano, uno a Milano e l’altro a Parma. Nella città lombarda è una vera e propria Food Week e prevede un ricco cartellone con una manifestazione fieristica classica a Rho-Pero, un mega-convegno internazionale e altre iniziative collegate che riprendono nel format e nello spirito gli straordinari successi delle settimane del design. A Parma, invece, si è aperto Cibus, l’ormai tradizionale salone dell’alimentare italiano che riempie i capannoni della fiera, mostra sempre un’ottima salute e si giova dell’appoggio convinto della Federalimentare-Confindustria. La prima considerazione di buon senso chiama in causa la contemporaneità dei due eventi e consiglierebbe di splittarli ma se le cose non vanno così un motivo ci sarà e per tentare di rintracciarlo conviene fare un passo indietro.

L’alimentare italiano gode di buona salute e se i consumi in patria ristagnano sono le esportazioni a garantire lo sviluppo e i risultati. La reputazione dell’industria italiana di trasformazione è elevata in tutto il mondo e in molti, cinesi in primis, copierebbero volentieri il nostro know how. Lo fanno in una versione-pirata con tanta contraffazione e poco fascino e comunque la cosa ci fa male. È vero poi che all’orizzonte c’è la rivoluzione salutista e un consumatore occidentale sempre più esigente ma il Made in Italy, per ora, non sembra aver paura dell’innovazione e sta sperimentando con abilità nuove formule e nuovi linguaggi (addirittura riducendo il sale nel formaggio).

Del resto c’è un’ampia elaborazione a cui far riferimento da quella dei piemontesi di Slowfood fino al forum internazionale lanciato da Guido Barilla e approdato alla coraggiosa parola d’ordine «mangiate meno, mangiate meglio, mangiate tutti». Paradossalmente quindi non è l’innovazione a far paura quanto invece l’incapacità di fare sistema, di cui la duplicazione degli eventi tra Milano e Parma è l’esempio lampante. Milano gode ovviamente del suo ruolo di vetrina del Paese, della sua cultura cosmopolita ma ha anche un prosaico interesse a saturare gli impianti di Rho-Pero inventando nuove manifestazioni o attraendo dalla provincia le più interessanti.

Questo genera un classico conflitto che i sociologi chiamano «città-campagna» perché a Parma queste iniziative vengono vissute come il fumo negli occhi. Per carità Cibus e Federalimentare che la sostiene non stanno fermi, hanno varato un’importante alleanza con la Fiera di Verona (che ha in portafoglio il gioiello Vinitaly), ieri hanno lanciato anche un’associazione-ponte tra industriali e la potente Coldiretti chiamata Filiera Italia. In mezzo c’è Barilla assieme a Ferrero il nome più prestigioso del Made in Italy che ha il cuore e insediamenti produttivi a Parma ma ha giocato un ruolo decisivo nell’Expo «prestando» la Carta di Milano e, come detto, ogni anno organizza nella città di Ambrogio il suo Forum per la sostenibilità. Manco a dirlo il confronto tra l’incapacità sistemica di noi italiani e le virtù dei tedeschi è umiliante: i teutonici, infatti, pur non disponendo dell’ampio menù dei nostri prodotti esportano di più di noi e vantano l’Anuga di Colonia come la più grande fiera internazionale del settore con numeri che Milano e Parma si sognano.

Servirebbero dunque sinergie, approccio inclusivo, capacità di coinvolgere tutti i soggetti compreso Oscar Farinetti che con la sua Eataly ha creato l’unica portaerei globale dei nostri prodotti e ha lanciato a Bologna Fico, la prima cittadella del cibo. Ma niente di tutto ciò sta avvenendo. Tutti gli attori sono incisivi e convincenti quando spiegano al cronista i torti degli altri, la verità è che ognuno ha ragione e insieme torto. Ci sarebbe bisogno di quello che nel gioco delle carte si chiama «il banco», un soggetto autorevole capace di pensare una strategia nazionale del settore e valorizzare le singole componenti. Come sappiamo però la politica attraversa una fase ombelicale in cui i problemi della crescita non sono in cima all’agenda setting monopolizzata dall’esigenza di massimizzare il consenso low cost, per cui ci si può girare indietro e imprecare per gli anni che si sono persi quando c’erano almeno «governi responsabili». Anche gli strumenti di politica industriale come la Cdp e il Fondo Strategico il ruolo di «banco» non lo hanno svolto preferendo operare singoli investimenti in questo o quel gruppo piuttosto che finanziare piattaforme comuni e puntare su strumenti condivisi come Vinitaly o Cibus. Eppure il Fondo Strategico era nato, con Giulio Tremonti al Tesoro, proprio a causa del food ovvero dopo il blitz francese che portò in dote alla famiglia Besnier uno dei big dell’alimentare italiano, la sfortunatissima Parmalat.

 Dario Di Vico via Corriere della Sera e ripreso Italypost

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