GDO News
1 commento

Gestione delle risorse : come Aumentare la fedeltà dei dipendenti

risorse umaneIn un mondo digitale dove regna la spersonalizzazione del contatto umano a proposito dei sentimenti, la settimana scorsa abbiamo parlato di teatro, di “contatti umani”, di emozioni e sentimenti fisici forti.

Dopo l’interessante intervento del collega Manuel Reitano a proposito dall’arte del saper parlare in pubblico, (perché così si dovrebbe chiamare il public speaking) avrei voluto concentrare l’attenzione sulla motivazione che ci spinge a migliorare le nostre doti comunicative, del perché suggeriamo la formazione per migliorare le nostre capacità relazionali (argomento che stiamo sviscerando da diversi mesi)e come motivare le persone a farlo!!

Rimando questo argomento perché ieri (venerdì 22.11, per chi legge) – pur sempre rimanendo nelle competenze relazionali –  sono rimasto colpito da un articolo del Corriere della Sera (pagina 39) a proposito di uno studio promosso da un’importante multinazionale della consulenza (Towers Watson): la ricerca ha voluto evidenziare quanto sia importante “fidanzarsi” con l’azienda nella quale stiamo lavorando (la traduzione verrebbe dal termine  “engagement”); più c’è disponibilità nel “dichiararsi” e più c’è  disponibilità da parte dei dipendenti a dare il massimo per conseguire gli obiettivi aziendali: questa “promessa di matrimonio”, è correlata ai risultati ma anche ad una “forte contropartita” del benessere che il lavoratore riceve dall’azienda in termini di tempo e continuità, riducendo quindi stress,  negatività e precarietà; (per chi volesse approfondire ci sono dei dati interessanti).

Provo a soffermarmi su alcuni  aspetti che questo articolo mi ha sollecitato. Da subito la mia reazione; mi sono detto: “ottimo, ci siamo! Forse riusciremo –finalmente – a parlare di flessibilità e non di precarietà? Forse possiamo davvero iniziare a parlare di percorsi di storia aziendale da fare insieme? di senso di appartenenza?”

Ma attenzione, “senso di appartenenza” non come “tifosi” della propria azienda, ma come liberi lavoratori europei che sanno scegliere dove, il “loro” stato di benessere, li chiama ad esercitare la loro professione: stato di “ben – essere”, fortunatamente diverso per ognuno di noi, in quanto siamo esseri umani, unici ed irripetibili!!!

Nella ricerca, si parla di “individuo ed azienda” che devono “promettersi” di stare insieme. Interessante!  Mi sono venuti in mente due esempi tra loro opposti ma convergenti.

Collaboro da qualche anno con un cliente “illuminato” che spesso si sofferma nelle selezioni che insieme seguiamo e mi dice: “mi piacerebbe trovare un ragazzo con il quale costruire dei progetti anche per diversi anni … ma al giorno d’oggi come fai …. Sono tutti così veloci e superficiali … sfuggenti, impauriti, stressati, si stancano subito, s’annoiano, ecc.ecc.

Altro scenario:  nei colloqui ai manager o responsabili di area, sento spesso la frase “non sono più stimolato, i miei proprietari pensano solo a se stessi e non all’azienda, vogliono tutti guadagnare sempre di più senza fare fatica, la crisi non mi permette di cambiare ma appena posso … lo farò”; quando chiedo il motivo? “Non vengo ascoltato, mi dicono che sono pagato per lavorare e non per pensare, che non  mi sento valorizzato, vorrei partecipare di più … ma chi me lo fa fare, ecc. “

Chiedo al lettore di fidarsi del fatto che, dopo anni di esperienza, penso di saper distinguere una sterile e puerile critica al sistema, senza contenuti (del tipo … piove, governo ladro) da serie preoccupazioni quanto arrivano a dirmi “ ….. non sto bene!!!! qui si rischia tutti una de- responsabilizzazione e salta tutto.”

Allora quando si parla di “rapporto tra due soggetti che si dichiarano” vuol dire avvicinare quel mio cliente con persone che sono alla ricerca di nuovi stimoli: ma vuol dire anche dichiararsi senza paura, darsi una prospettiva, tentare di far star bene un lavoratore in quanto probabilmente, in questa condizione potrebbe raggiungere un suo stato di benessere che diventa “produttivo”, non uno “seduto”. Nello stesso tempo far capire al candidato che non stiamo parlando di “fuffa” ma di cose vere, tangibili, in futuro anche misurabili.

Purtroppo, – ancora una volta -, nell’articolo, si parla della poca abitudine che abbiamo noi italiani a saper riconoscere che lo stress da lavoro è uno dei fattori di rischio dei lavoratori e che il benessere migliora le prestazioni di ogni singolo individuo. Sono sicuro che a parole siamo quasi tutti d’accordo, ma i fatti parlano chiaro!!

Vorrei provocarvi con un ulteriore motivazione che mi spinge a credere in questo “engagement”. Sono fortemente convinto che ridurre lo stress del risultato a tutti i costi a fronte di un più lungo e dichiarato rapporto di lavoro individuale, avrebbe un impatto positivo sulla salute dei  singoli, dei gruppi; quindi  -aggiungo io – ridurrebbe  costi aziendali  e spesa pubblica per la sanità!!! Non male di questi tempi.. no?

Tempo fa sottolineavo il fatto che dobbiamo sviluppare il focus nelle competenze relazionali, saperle riconoscerle e saperle sviluppare sempre ….  l’invito è sempre lo stesso. Non smettiamo mai di ricercare, di innovare, di sperimentare anche nelle relazioni … c’è sempre qualche cosa da imparare; io ho deciso di fare così  ….. rimanere per sempre  ….. curioso!!!!

Dati dell'autore:
Ha scritto 50 articoli
Stefano Gennari

Esperto di Formazione ed Organizzazione aziendale. E’ un selezionatore del personale per imprese. La società Selezione ORA Sas è specializzata in corsi di formazione per manager e consulenti.

Q COMMENTO
  1. Giorgio

    Tema caldo e infinito..e forse senza una vera e propria soluzione..
    1- se coinvolgo i dipendenti e questi si dimostrano smart, proattivi e problem solver..il capo che ci sta a fare???
    2- se invece ho a che fare con pochi smart e un folto gruppo di demotivati (per vari motivi), tenderò giocoforza a relazionarmi in modo diverso con gli uni e gli altri, generando gelosie e invidie..se invece li tratto tutti allo stesso modo..aumenterà la demotivazione tra i migliori..
    3- di questi tempi,poi, il “benessere” dei dipendenti è ormai legato all’avere o al non avere un posto di lavoro..dove c’è spazio VERO per politiche di miglioramento del benessere, quando si tagliano i costi in modo drammatico? Forse tutto quello che si può fare è evitare di maltrattare le persone (questo si..) come spesso accade, lasciando che i rapporti di lavoro gerarchici rimangano a livelli “umani”

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi contrassegnati sono obbligatori *

ARTICOLI CORRELATI

Torna su