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Unicoop Firenze perde la sfida con Magazzini Gabrielli. Solo Unicoop Tirreno deve aggiornare alcune criticità

Nell’ultima pubblicazione abbiamo descritto e messo a confronto gli Ebitda delle tre cooperative del Centro nord Italia (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia) ed abbiamo sottolineato come delle quattro imprese, due abbiano una buona capacità di copertura dei costi strutturali generando un margine operativo lordo adeguato, quindi in linea con le aziende efficienti del mass market retail nazionale, ed in generale in grado di sostenere i costi finanziari che stanno alla base delle strategie aziendali e che si dilazionano negli anni.

Si è anche scritto che Unicoop Tirreno non ci sembrava che avesse prodotto un Ebitda, invece, in grado di sostenere gli ammortamenti ed i costi finanziari secondo quelle che sono le medie che si registrano nella GDO.

Il resoconto prodotto dall’Ebitda è riferibile esclusivamente alla qualità dei risultati conseguiti nel 2018, quindi permette di verificare come si è comportata l’azienda sul mercato dal 1 gennaio al 31 dicembre.

La difficoltà del fare retail si riassume, spesso, intorno a due valori: il fatturato ed il personale, con il primo che fa da “tetto” ed il secondo che è la più pesante delle basi su cui si erge il castello dei costi aziendali.

Nel caso di Unicoop Tirreno, la più in difficoltà delle quattro aziende, si è scritto che l’incidenza del costo del personale risulta essere altissimo nonostante il fatturato sia stato decisamente in crescita. Per tale ragione ci siamo preoccupati di andare a verificare il costo del personale nell’anno precedente, e si è potuto appurare che la crescita del fatturato (nel 2018 oggettiva ed importante) è andata di pari passo con la crescita dei costi, soprattutto del personale. Produrre crescita con costi in rialzo in maniera più che proporzionale non è mai conveniente, e chi scrive immagina che l’azienda interessata conosca perfettamente il problema e che stia lavorando per la sua risoluzione. Si è anche appurato come le due aziende più efficienti abbiano, invece, un costo del personale sotto la media del benchmark, sebbene una non sia così performante rispetto alla media nazionale.

In ogni caso il 2018 ereditava una storia dall’anno precedente su cui le quattro imprese hanno costruito un ulteriore tassello. Aggiornare strutture complesse come quelle di aziende del mondo retail non è mai facile, non è infatti un caso se i modelli di business spesso sono molto diversi gli uni dagli altri: ognuno cerca sempre di trovare la sua miglior soluzione.

In questa ultima pubblicazione ci soffermeremo sul costo della rete vendite, ovvero dei negozi. Ogni retailer, oltre a produrre servizi e prestazioni per eventuali soci o affiliati, spesso ha punti di vendita di proprietà ed una delle sue sfide è quella di dare a questo costo la minor incidenza possibile. Nel caso delle aziende del presente benchmark, come si vedrà, le cooperative hanno praticamente tutti i negozi gestiti direttamente con propri dipendenti ed utilizzano le diverse forme contrattuali per le loro acquisizioni: il noleggio ed il leasing (i cui costi rientrano nelle voci affitti e noleggi che sono già stati conteggiati dentro gli ebitda) oltre alle acquisizioni dirette che vengono conteggiate dentro la voce ammortamenti e svalutazioni, che sta sotto l’ebitda. Quindi la prima analisi dell’ultima pubblicazione si preoccuperà di mettere assieme tutti i costi della rete e delle strutture immobiliari delle società (negozi, magazzini, etc).

Successivamente si analizzerà il loro Ebit, ovvero il loro risultato operativo, verificando quali sono le aziende con i migliori risultati e verificando, in caso di numeri negativi, di quali entità si tratta. Un negativo di pochi milioni non deve spaventare nessuno, ma negativi più importanti vanno conosciuti perfettamente. A questo punto dovremo fare molta attenzione: stiamo analizzando tre cooperative e sappiamo benissimo che queste beneficiano della possibilità di recuperare investimenti dal mercato, inteso come i consumatori, e di metterli a profitto con investimenti finanziari diversificati (prestito sociale).

Questi investimenti finanziari producono utili che, nel Bilancio, compaiono dopo l’Ebit, quindi sotto l’utile operativo, essendo il frutto di una gestione finanziaria. Pertanto sarà necessario non considerare l’ebit come l’ultimo degli indici di valutazione bensì sarà molto interessante verificare se e quanti ricavi finanziari riescono a produrre le aziende dall’attività prima descritta.

Solo al termine di tutte queste verifiche potremo ratificare il Profit margin finale e renderci conto se le aziende analizzate sono davvero sane, oppure se riscontrano delle criticità.

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Dott. Giuseppe Di Napoli

Consulente di direzione con 20 anni di esperienza nell’area Finance di industrie e aziende della GDO italiana. E’ stato uno dei più giovani membri del board nazionale dell’Associazione Italiana degli Analisti Finanziari (aiaf, 45 anni di attività, 1.000 associati), per la quale ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’area Valutazione d’Azienda e di Business. E’ Autore di numerosi saggi in tema di Valutazione d’Azienda e Rischio Finanziario. E’ docente in materia di analisi finanziaria. Supporta la direzione finanziaria e la direzione crediti delle aziende clienti, curando fra l’altro lo sviluppo di modelli di calcolo del rischio finanziario di clienti e fornitori strategici.

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