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Olio, Italia batte Spagna sui controlli: “Il test di qualità è salvo”

“Pericolo scampato”. Sono le prime parole a caldo che pronuncia Gennaro Sicolo, presidente del Consorzio nazionale degli olivicoltori (Cno), dopo la decisione del Comitato consultivo del Consiglio oleicolo internazionale (Coi) di accogliere la posizione dell’Italia a tutela del panel test, l’analisi organolettica degli oli e della qualità dell’extravergine.

Decisione, quella del Coi, ufficializzata durante l’assemblea del Consiglio tenutasi ad Amman in Giordania (24-25 aprile). Nei mesi scorsi, infatti, è stata forte la pressione di alcuni Paesi europei, Spagna su tutti, per eliminare il panel test come metodo di classificazione. Un’offensiva che è stata sventata perché “la filiera olivicola italiana si è presentata unita e ha fatto la differenza nell’interesse del bene comune”, sottolinea il presidente del Consorzio che riunisce su tutto il territorio nazionale 30 organizzazioni di produttori di livello provinciale, interprovinciale e regionale. Gli olivicoltori aderenti sono 140.000 e gestiscono complessivamente circa 180.000 ettari di oliveti.

Soddisfazione è stata espressa anche dalle associazioni dei consumatori e di categoria (Cno, Unasco, Unapol, Unaprol, Federolio, Assitol, Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Lega delle Cooperative). A questo punto, che cosa succede? “Presenteremo insieme alla Spagna una posizione unitaria a difesa dell’analisi organolettica che sarà illustrata ai membri effettivi del Coi durante la sessione di giugno a Buenos Aires – risponde Sicolo -. Il panel test è salvo e con esso la qualità del nostro olio extravergine d’oliva, il lavoro dei produttori e la salute dei consumatori”.

Tre, in particolare, sono le proposte di intervento in campo: accostare al panel test le metodologie strumentali disponibili in grado di individuare i composti minoritari responsabili dei pregi e difetti degli oli di oliva vergini, in modo da disporre di un preventivo ed ulteriore strumento di garanzia per gli operatori economici interessati e per supportare i risultati dei gruppi di assaggiatori; standardizzare il metodo dell’analisi sensoriale, agendo in particolare sul miglioramento continuo delle prestazioni dei gruppi di assaggiatori anche mediante la definizione e validazione di standard di riferimento sintetici per ogni difetto sensoriale codificato, sulla loro armonizzazione, sui sistemi di valutazione e sulla selezione e addestramento degli addetti; analizzare continuamente gli eventuali aspetti critici legati allo strumento della valutazione organolettica come può essere, ad esempio, l’impatto dovuto agli errati sistemi di conservazione del prodotto, ricercando e proponendo soluzioni in grado di superare gli ostacoli incontrati.

Produzione raddoppiata. Le ultime stime di Ismea – confermate anche dall’Istat -indicano una produzione nazionale 2017-2018 di 432.000 tonnellate, più che raddoppiata rispetto alla campagna precedente. “Si tratta di numeri ufficiosi perché la molitura delle olive nelle regioni del Sud è continuata anche a marzo ed i dati definitivi non sono stati ancora raccolti ed elaborati. L’inversione di rotta comunque c’è stata”, puntualizza Sicolo.
I motivi della ripresa produttiva, dopo le negative previsioni della fine della scorsa estate, sono così sintetizzabili: le avversità climatiche (siccità) che c’erano state nel corso della primavera e dell’inizio estate del 2017 sono state superate con precipitazioni generose prima della fase di raccolta e con produzioni di olive elevate, inoltre si è registrata una “resa” in olio superiore alla media.

Nel contempo, le malattie delle piante non hanno inciso sia sui volumi di produzione che sulla qualità del prodotto finale. E ancora: la produzione di olio di oliva 2017-2018 è stata superiore alle attese di inizio campagna sia in Italia che in Spagna. Una crescita che ha generato, però, una situazione di saturazione del mercato e ciò si è tramutato in una veloce e consistente riduzione delle quotazioni. Il prezzo medio dell’olio extra vergine di oliva è passato da 6 euro per kg nel mese di aprile 2017 a 4,1 €/kg di aprile 2018.

“Eravamo fortemente preoccupati per la siccità e per alcune malattie, come la Xylella nel Salento o la Tripide dell’Olivo in Calabria, ma fortunatamente i dati in nostro possesso sono confortanti, anche se c’è ancora tanto da fare”, dichiara il presidente del Cno.

Vendite nella Gdo

Negli ultimi dieci anni è cambiato sugli scaffali della Gdo lo spazio a disposizione dei diversi oli: si è ridotto quello dedicato all’olio di oliva (dall’1,7% del 2008 allo 0,5% del 2017 sul lineare), ed è aumentato quello dedicato all’olio EVO 100% italiano (dal 13,3% al 26,6%) e a quello Dop-Igp (dal 10,6% al 12,9%). A rilevarlo è sempre un’indagine dell’Ismea, che ha analizzato le tendenze emergenti del consumatore italiano il quale dimostra di essere sempre più attento alla qualità, al gusto e all’origine dell’olio che compra. Parallelamente però, ravvisa l’Istituto, nel consumatore è aumentata in modo considerevole la confusione nei confronti del prodotto viste le difficoltà ad identificare le differenze tra le tipologie (extravergine, vergine e così via) o l’esatta provenienza (regionale, italiana o comunitaria) dell’olio.

Questo si traduce, fa notare Ismea, in più tempo speso per la scelta davanti allo scaffale (il 59% resta da 2 a 5 minuti, rispetto al 33,8% del 2008). “Mediamente il consumatore passa più tempo di prima a scegliere l’olio di oliva da portare a tavola e a leggere l’etichetta delle bottiglie, ma questo non sempre si riflette sulle abitudini di acquisto rilevando un certo gap di conoscenza”, dichiara Raffaele Borriello, dg dell’Ismea. I dati dell’Istituto dicono che chi acquista vorrebbe sapere di più sul patrimonio di oli nazionale e, soprattutto, la fascia più giovane come i millenials si dimostra molto sensibile all’origine del prodotto, alla territorialità e agli aspetti salutistici. “Per questo occorre investire in futuro sull’informazione e comunicazione al consumatore approfondendo questi aspetti”, puntualizza Borriello.

In effetti, chi legge l’etichetta – si evince dalle analisi Ismea – è anche pronto a spendere di più: 8,2 euro a fronte di 4,2 euro per una bottiglia. In generale il consumatore, abituato a un “gusto piatto”, ha ancora poca dimestichezza con le caratteristiche organolettiche molto diverse della grande varietà degli oli italiani. Inoltre, considerata la forte pressione promozionale della Gdo sulla categoria, la percezione del reale valore del prodotto è completamente alterata e va ricostruita anche con azioni di informazione e di comunicazione.

“Il posizionamento sui mercati dell’olio extravergine d’oliva italiano è in lento ma costante miglioramento negli ultimi dieci anni – conclude Sicolo -. Per poter vincere la sfida e affermare così la qualità dell’extravergine italiano, resta però inderogabile la collaborazione della Gdo che non deve considerare l’olio extravergine come una commodity, alla stregua di dentifrici e spazzolini, ma come un prodotto fondamentale per l’alimentazione e per la vita di ogni giorno”.

 

[via repubblica]

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