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Aldi come Dinasty, la faida tedesca nel discount

Valeva il codice del silenzio, un tempo, nella famiglia Albrecht. Regole severe per garantire il futuro e gli affari della dinastia tedesca che con il marchio Aldi domina da oltre settant’anni il mondo dei discount, tanto austere da affidare la gestione dell’impero a tre fondazioni familiari intitolate agli apostoli Luca, Giacomo e Marco. Ma tre apostoli non bastano a preservare un impero. Non l’ha detto Shakespeare: lo ripetono come un mantra i giornali tedeschi di fronte alla formidabile faida che oppone tra di loro gli eredi di una delle dinastie più ricche di Germania, una stirpe che ha segnato a fondo il volto commerciale della Repubblica federale grazie al colosso dei supermercati Aldi, che oggi vale un fatturato di 58 miliardi di dollari. Una storia che ci riguarda da vicino, dato che il “re dei discount” – furono i fratelli Karl e Theo Albrecht a inventare la formula, nel lontano 1946 – sta espandendosi anche in Italia: intanto 60 punti di vendita, soprattutto al Nord, a cominciare da Castellanza, nei pressi di Varese, poi Cantù nel comasco, Conegliano e Rovereto. Ed è lecito supporre si tratti solo dell’inizio, dato che in tutta Europa i supermercati Aldi sono oltre settemila.

Per il nostro paese una specie di “rivoluzione della spesa”, viste le caratteristiche peculiari del marchio tedesco: negozi tutti uguali (edifici bassi con il tetto spiovente), i prodotti disposti ovunque allo stesso modo e nelle stesse postazioni per favorire l’effetto abitudine anche in località diversissime tra loro, l’attenzione a segmenti di consumatori che di solito non frequentano i discount, vedansi per esempio gli aficionados del biologico. Ma oggi quest’impero – “la multinazionale discount di maggior successo nel mondo”, si vantano i tedeschi – trema sin dalle fondamenta. Potere e miliardi, ma non solo.
A detta dei tabloid, tutta colpa della signora Babette, vedova di Berthold Albrecht, ultimo patriarca della stirpe, la quale ha trascinato davanti al giudice gli altri eredi del colosso Aldi, che nel 1962 fu suddiviso dai fondatori Karl e Theo in due diverse società, Aldi Nord e Aldi Sud. Come in una novella Dynasty in salsa teutonica, oggi protagonisti e interpreti della saga sono Babette Albrecht e i suoi cinque figli da una parte, e dall’altra il cognato Theo Jr, fratello di Berthold, con l’apporto di un esercito di legali, guidati dell’eminenza grigia di Aldi Nord, l’avvocato Emil Huber, che fu il più fedele collaboratore di Berthold, scomparso nel 2012 in seguito a grave malattia. L’ultimo capitolo della saga è il verdetto, pronunciato pochi giorni fa a Schleswig, che per ora vede vittorioso Theo Jr e sconfitta la pugnace Babette: oggetto della controversia, il fatto che Berthold, nel 2010, già ammalato, aveva autorizzato di suo pugno una modifica dello statuto della Fondazione familiare – quella chiamata col nome dell’apostolo Giacomo – volta a limitare senza troppi complimenti il potere dei propri eredi. Parlava della “cupidigia” dei figli, interessati più ad accedere al denaro dell’azienda che a garantirne un solido futuro. “Che mettano in piedi qualcosa per conto proprio”, avrebbe detto ancora il figlio di Theo senior, secondo la testimonianza davanti ai giudici dell’ex numero uno di Aldi Nord, Harthmut Wiesemann.

Ma ovviamente è stato proprio il blitz sullo statuto – la cui correttezza in termini di diritto è ora stata sancita dal tribunale – a scatenare l’ira della signora Babette, principale destinataria della mossa del compianto marito. E qui converrà fare un passo indietro. È anche uno stile di vita e di gestione imprenditoriale il centro dello scontro. Ecco come l’autorevole “Manager Magazin” descriveva qualche mese fa la signora Babette, nata Schönbohm: «Quando si sposò, nel 1985, l’allora venticinquenne sperava d’iniziare una vita spensierata nel lusso. Invece, da un giorno all’altro, dovette sottostare alle regole non scritte del clan. Le feste erano tabù, il denaro non doveva essere mostrato, le sue minigonne non erano affatto gradite alla suocera ». Ossia a Caecilie, detta Cilly, la madre di Theo Jr e Berthold che dettava le regole per tutti i membri della famiglia e oggi ha quasi novant’anni. Dopo la morte di Berthold la scena cambia completamente. Babette inizia a fare tutto quello che gli Albrecht hanno sempre avversato con sdegno: non c’è Oktoberfest o evento mondano a cui la vedova Albrecht non si faccia vedere, in sovrappiù ama farsi immortalare dai paparazzi, indossare abiti vistosi, ingaggiare rumorose dispute legali. “Un modo di vivere che rappresenta un grave danno per l’azienda”, scrive nel 2014 uno scandalizzato Theo Jr alla cognata.

E così la battaglia è andata avanti per quattro anni senza esclusione di colpi, compreso il tentativo dei legali di Babette di dimostrare che Berthold, per le sue condizioni di salute, nel 2010 fosse ormai incapace di prendere decisioni gravose per i destini dell’azienda. Una guerra che ricorda altri scontri epici nelle stirpi industriali tedesche, come quelle dei Thyssen o dei Flick, e che secondo molti – tra cui l’autorevole “Handelsblatt” – solleva interrogativi non banali sulla necessità di accettare nuove regole, più stringenti, nelle grandi aziende familiari. “Nessuno è intenzionato a cedere”, giurano gli analisti, mentre ai piani alti della Aldi, a Essen, si tira un sospiro di sollievo. “Berthold sarebbe felice di questa sentenza”, ha detto Emil Huber ai giornalisti, visibilmente emozionato, dopo la decisione dei giudici. In sostanza, il verdetto ha come conseguenza che il potere decisionale di Babette e figli sia drasticamente ridimensionato, e che nei posti cruciali delle fondazioni entrino anche dei manager esterni alla famiglia.

La questione è che le decisioni più importanti così come gli investimenti più cospicui di Aldi Nord devono essere approvate all’unanimità in ognuna delle fondazioni del gruppo, quelle intitolate agli apostoli Marco, Luca e Giacomo: era presso quest’ultima che a comandare erano Babette Albrecht e i suoi figli, le altre due sono controllate da Cilly e da Theo Jr. Aldi Sud è gestita al 100% dalla Fondazione Siepmann, che fa capo a Beate Heister, figlia dell’altro fondatore, Karl, che insieme a Theodor padre rilevò nel 1913 l’attività della madre, un modesto negozietto di alimentari. La “guerra degli Albrecht” volge alla fine, dunque? No di sicuro: a quanto scrive la Welt, i vertici di Aldi Nord ora pretendono da Babette e famiglia la restituzione di 120 milioni di euro fluiti in questi anni nelle casse della vedova, questo perché gli emolumenti di 25 milioni annui erano stati stabiliti da un consiglio di gestione della Fondazione, che – stando alla modifica dello statuto voluta da Berthold – non avrebbe potuto decidere alcunché. Il fatto è che a comandare oggi sono i manager, non la famiglia. E nemmeno gli apostoli. L’interno di un supermarket del gruppo Aldi in Germania: la famiglia proprietaria, la Albrecht, lanciò per prima nel mondo la formula del discount.

 

[via repubblica]

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  1. ZITO FRANCESCO

    IN PASSATO, SIAMO STATI FORNITORI ALDI SUD, DEL VINO CIRO,’ PER NOI MOTIVO DI GRANDE ORGOGLIO VISTI GLI OTTIMI RISULTATI DI VENDITE OTTENUTI,MI CHIEDEVO SE ALDI POTREBBE SEMPRE ESSERE INTERESSATA AI VITIGNI AUTOCTONI DEL SUD ITALIA ,VISTA L’ALTA VARIETA’ DEI VINI DA LORO COMMERCIALIZZATI.

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