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	<title>GDO News &#187; Wal Mart</title>
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	<description>Grande Distribuzione Organizzata Novità Analisi e Dibattiti</description>
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		<title>Wal-Mart: crescono i costi e calano gli utili</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 22:36:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wal-Mart ha riportato un calo del 2,8% negli utili del terzo trimestre mentre la debolezza economica degli Stati Uniti continua a pesare sulle operazioni domestiche del colosso della distribuzione, alle prese con costi più alti. Ciononostante le vendite di Wal-Mart sono aumentate, interrompendo una serie di cali nelle vendite a livello di negozi che durava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2159" title="walmart" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/07/walmart.gif" alt="" width="145" height="62" />Wal-Mart ha riportato un calo del 2,8% negli utili del terzo trimestre mentre la debolezza economica degli Stati Uniti continua a pesare sulle operazioni domestiche del colosso della distribuzione, alle prese con costi più alti. Ciononostante le vendite di Wal-Mart sono aumentate, interrompendo una serie di cali nelle vendite a livello di negozi che durava da nove trimestri. L’azienda prevede inoltre che la crescita continui che le vendite nei negozi aperti da almeno un anno dovrebbero aumentare fino al 2% durante il quarto trimestre. “Lo slancio delle vendite ci mette in una posizione estremamente positiva per le prossime festività”, ha detto il ceo di Wal-Mart, Mike Duke. L’azienda sta “investendo sui prezzi bassi per le feste” ha sostenuto, intendendo che sta mantenendo i prezzi bassi aumentando però la pressione sui margini. Wal-Mart ha rialzato di quattro centesimi la parte basse della forchetta dei guadagni dell’intero anno, stimati ora in 4,45-4,51 dollari per azione contro il consensus di 4,50 dollari degli analisti. Wal-Mart prevede inoltre per il trimestre in corso utili da 1,42 a 1,48 dollari per azione, mentre gli analisti interpellati da Reuters si aspettano 1,45 dollari.<br />
La società di distribuzione più grande al mondo ha vinto la sfida contro il calo delle vendite mentre si alzavano i prezzi della benzina e la disoccupazione gravava sui suoi clienti meno abbienti. Wal-Mart ha dei formidabili avversari nelle catene discount e nei siti di shopping online come Amazon.<br />
“La sfida a cui stanno andando incontro è quella di ampliare la differenza di prezzo tra loro e gli avversari, ma è molto difficile perché questi ultimi sono molto agguerriti nelle loro strategie”, ha sostenuto Rocco Huang, professore di finanza presso l’Università del Michigan. Nel trimestre concluso il 28 ottobre Wal-Mart ha registrato un profitto di 3,34 miliardi, meno rispetto ai 3,44 miliardi dell’anno precedente. Gli utili per azione sono saliti da 95 a 96 centesimi per via della diminuzione del numero di azioni in circolazione. I risultati dell’ultimo trimestre incorporano una perdita di un penny per azione legati ad operazioni non ricorrenti, mentre il trimestre dell’anno precedente comprendeva un beneficio fiscale di cinque centesimi per azione. La proiezione di agosto di Wal-Mart era di un utile per azione variabile da 95 centesimi a un dollaro. Gli analisti si aspettavano invece utili di 98 centesimi per azione. Il fatturato è aumentato dell’8,1% a 110,23 miliardi di dollari, superiori ai 108,22 attesi dagli analisti interpellati da Reuters. Il margine operativo è calato invece dal 5,5% al 5,3% mentre il costo delle vendite ha sfiorato l’8,9%. Wal-Mart ha affermato che le vendite internazionali hanno sfiorato il 20 (15% a valuta costante), mentre il risultato operativo è aumentato del 14%. Le vendite degli Stati Uniti, a livello di stesso negozio ed escludendo i carburanti, sono aumentate fino all’1,3%.</p>
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		<title>I segreti di Wal Mart e i problemi legati alla globalizzazione</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 23:44:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Walmart, la più grande società di distribuzione al mondo, ha tenuto la sua assemblea annuale il 3 giugno. Il suo bilancio è sicuramente un buon indicatore per comprendere l’economia mondiale e in particolare le economie emergenti. Il colosso dell’Arkansas continua a realizzare il grosso delle proprie attività negli Stati Uniti – 309 miliardi di dollari su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3031" title="wmchina" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/06/wmchina.jpg" alt="" width="210" height="157" />Walmart, la più grande società di distribuzione al mondo, ha tenuto la sua assemblea annuale il 3 giugno. Il suo bilancio è sicuramente un buon indicatore per comprendere l’economia mondiale e in particolare le economie emergenti. Il colosso dell’Arkansas continua a realizzare il grosso delle proprie attività negli Stati Uniti – 309 miliardi di dollari su un totale di 419. Le cose però non vanno granché bene. Sul mercato americano nel primo trimestre dell’anno le vendite nei supermercati aperti da almeno un anno sono diminuite per l’ottavo trimestre consecutivo. I prezzi della benzina aumentano e i consumatori americani preferiscono gli esercizi commerciali più vicini, piuttosto che andare in macchina nei supermercati di Walmart (storia già vissuta in Italia).<br />
La storia è diversa nei BRIC (acronimo che indica le quattro economie con il più alto potenziale di crescita Brasile, Russi, India e Cina), dove il numero di supermercati è quadruplicato dal 2005, da meno di 200 (4,2% del totale mondiale) a più di<span id="more-3030"></span> 800 attualmente (9,7%). Ma i BRIC sono diversi tra loro e Walmart lo ha presto appreso. Iniziamo dai due in cui è malapena presente.<br />
In India le catene straniere non possono operare, se non come soci di minoranza in joint venture che possono vendere soltanto all’ingrosso. Non a caso la grande distribuzione organizzata vale meno del 5% del mercato, rispetto a circa 1/3 in Brasile e più dell’80% negli Stati Uniti. Dopo due anni di preparazione, il primo Bharti Walmart è stato aperto nel 2009, seguito da altri 4 nel 2011 – e altri 10/12 sono previsti nei prossimi 12 mesi. In più sta apparentemente negoziando con un secondo gruppo indiano, Future, che già opera un insieme di attività commerciali (supermercati ma anche shopping malls e negozi d’abbigliamento) per aprire altri punti vendita. Ma un sacco rimane da fare, in particolare per mettere in piedi la logistica, assicurare la catena del freddo e migliorare la qualità dei fornitori locali.<br />
La relazione di bilancio glissa sulla Russia, dove Walmart, invece di crescere organicamente, era pronto ad acquisire una delle catene locali come Kopeika invano. Vistasela gli è stata soffiata sotto il naso da X5 Retail Group, così Walmart ha gettato la spugna a fine 2010 ed ha chiuso il proprio ufficio a Mosca. In buon compagnia, dato che anche Carrefour si ritirò nel 2009 mentre IKEA aspetta da anni l’autorizzazione per aprire due esercizi a Samara e Ufa, anche se altri, come Metro e Auchan, sembrano avere maggior successo nel navigare i mari perigliosi della burocrazia russa.<br />
In realtà le cose non vanno tanto bene neppure in Cina, dove Walmart ha continuato a perdere per oltre 12 anni prima di riuscire finalmente a realizzare dei profitti nel 2008. Certo il fatturato cresce a tassi a due cifre, ma le vendite sono state nel 2010 di 7,5 miliardi di dollari, un modesto 1,8% del totale mondiale. Soprattutto, il mercato cresce ancora più rapidamente e la quota di Walmart rimane modesta, una novità per la società americana che è abituata ad essere il leader, non certo l’inseguitore.<br />
A rendere le cose più complicate, Walmart sta perdendo alcuni dei suoi principali manager, per esempio due vice-presidenti qualche giorno fa. In più, come osservano i lettori dell’Economist in reazione ad un recente articolo, non è raro assistere a campagne nella stampa cinese che accusano Walmart e altri supermercati di fare profitti eccessivi, mentre le autorità tendono a favorire le catene locali nell’assegnare i permessi per costruire nuovi supermercati.<br />
Per fortuna il Brasile riesce a far tornare il sorriso ai manager di Walmart. Dopo 15 anni di presenza e due acquisizioni (Bompreço nel Nordest e Sonae nel Sud), è la terza catena più grande, dopo Pão de Açucar (controllato pareticamente dai francesi di Casino e dalla famiglia Diniz) e Carrefour dopo la energica cura di Duran. Nel 2011 Walmart Brasil ha intenzione d’investire quasi 600 milioni di euro per inaugurare 80 nuovi supermercati, che dovrebbero creare 7 mila nuovi posti di lavoro, oltre a 20 mila indiretti.<br />
Oltre che vendere, in Asia Walmart compra anche un sacco di prodotti. In Cina c’è un Global Procurement Office da febbraio 2002, mentre Bangalore coordina tutti gli acquisti nel sub-continente indiano e sorveglia il rispetto di standard etici nelle fabbriche di sub-fornitori in Sri Lanka.<br />
Una società così grande può influenzare il contesto in cui opera anche in altre forme. Per esempio mentre in Cina Walmart porta il proprio contributo alla costruzione di una “società armoniosa” (lo slogan dei dirigenti di Pechino), in Brasile mette in risalto il proprio lavoro con le banche alimentari che distribuiscono “agli affamati” cibo commestibile che non soddisfa però “i severi standard di vendita”. Un altro aspetto affascinante è come Walmart, e ovviamente altre grandi multinazionali, creino un modello internazionale di dirigenza e pertanto di élite globale. Ed Chan è originario di Taiwan e dirigeva le operazioni cinesi della catena Dairy Farm, dopo aver lavorato per McKinsey a San Francisco e Hong Kong e per Bertelsmann in Asia. Raj Jain in compenso prima di dirigere Walmart in India lavorava proprio in Cina, sia per Walmart International sia per Whirlpool. Infine Marcos Samaha ha fatto tutta la sua carriera in Walmart, soprattutto in Brasile, ma anche in America Centrale. Tutti e tre hanno credentials accademiche scintillanti – rispettivamente la Sloan School of Management di Mit, la Kellogg School of Business di Northwestern e Insead.<br />
Insomma, la strada dei Bric non è lastricata d’oro neppure per Walmart, che pure è una società tanto importante e potente da essere presa di solito di mira dai critici della globalizzazione come troppo potente. I concorrenti locali sono spesso più veloci e flessibili come capita a tutti i colossi che entrano nei meandri dei mercati locali. I mercati tendono a diventare più concentrati, anche se rimangono più polverizzati che in Occidente – per esempio in Brasile i 50 maggiori gruppi rappresentano appena il 64% delle vendite totali, mentre in Europa la quota dei cinque principali tocca facilmente il 70/80%. Il commercio elettronico avanza – in Cina oltretutto Walmart ha appena comprato una partecipazione in 360Buy, la principale catena online per l’elettronica. Tutti sviluppi che le imprese italiane devono tenere sott’occhio se vogliono appoggiarsi su Walmart per vendere nei BRIC.</p>
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		<title>Il Discount in Inghilterra: un amore mai sbocciato</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 11:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Storicamente il consumatore inglese è molto abitudinario e crede molto nelle insegne nazionali, lo stesso Wal Mart ha mantenuto l’insegna ASDA per lasciare il retaggio dell’origine anglosassone. Inoltre i retailers d’oltremanica non sono così specializzati nel format, non esistono insegne di rilievo nazionali che dominano il discount, ci sono Aldi e Lidl su tutti, proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-762 alignleft" title="lidl1" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/03/lidl1.jpg" alt="" width="156" height="235" />Storicamente il consumatore inglese è molto abitudinario e crede molto nelle insegne nazionali, lo stesso Wal Mart ha mantenuto l’insegna ASDA per lasciare il retaggio dell’origine anglosassone. Inoltre i retailers d’oltremanica non sono così specializzati nel format, non esistono insegne di rilievo nazionali che dominano il discount, ci sono Aldi e Lidl su tutti, proprio loro, gli odiati tedeschi. Bisogna però specificare che Tesco ha coperto le necessità creando delle offerte di assortimento concentrate sul best price per fare una vera e propria concorrenza ai discouters con il vantaggio di affermare lo store brand come garante della qualità. Queste caratteristiche legate al consumatore ed all’offerta rendono ostico lo sviluppo del format in terra anglosassone. Anche qui, come nel resto d’Europa nel 2008 e all&#8217;inizio del 2009, l&#8217;hard discount è cresciuto rapidamente, più del 20%, o come nel caso di Aldi addirittura sopra il 30%, ed anche qui nel 2010 la stessa crescita si è trasformata in ragionevole, insomma i bei tempi sono finiti.</p>
<p>Aldi oggi ha 450 negozi ed ha registrato una perdita di 58 milioni di sterline mantenendo però la sua quota di mercato al 2,9% della totale dei consumatori. Lidl ha568 negozi con<span id="more-2876"></span> una la quota rimasta solida al 2,4%.</p>
<p>Netto è il terzo retailer con 193 negozi e sembrava non stesse facendo grandi progressi al punto che i suoi proprietari danesi recentemente hanno venduto ad Asda e hanno lasciato il mercato del Regno Unito.</p>
<p>Ancora oggi in Inghilterra fare la spesa al discount viene percepito come un tipo di spesa “dequalificante” tanto è vero che secondo tutti gli analisti del settore le vendite aumentano velocemente quando i redditi vanno in caduta libera.Il motivo di questo pregiudizio non è semplicemente la diffidenza del britannico o la loro innata arroganza come anche l’incapacità di apprezzare un vero affare (sempre secondo loro). La verità sta nel fatto che gli inglesi hanno una notevole fedeltà ai retailers di sempre ed in generale preferiscono lo stile di supermercati del Regno Unito. I consumatori hanno risposto alla recessione visitando i negozi più volte alla settimana riducendo la battuta di cassa ( fenomeno anche italiano), hanno anche visitato l’hard discount ( il soft non esiste) in forma più frequente ma non ne sono rimasti entusiati.</p>
<p>I loro assortimenti vanno in generale dai 1.800-3.000 items di preferenza a marchio di fantasia. I big della distribuzione hanno dimostrato di poter rispondere in modo aggressivo alla minaccia hard-discount, creando come Tesco nuovi marchi a basso prezzo, in modo da riconquistare la clientela attraverso prezzi bassi. Altro concorrente agguerrito al format discount sono i negozi che vendono tutto ad“1 Pound” o a “0,99 cent” che hanno assortimenti sino 3500 items a un prezzo unico, di norma a £ 1.00 o 99p. Oltre a vendere generi alimentari, vendono hardware, articoli stagionali (ad esempio per Natale), elettrico, articoli casalinghi, articoli per la casa e merceria. Poundland retailer di referimento nella categoria, nato dall’idea di Dave Dodd e Stephen Smith, ha aperto il primo negozio Pound a Burton-on-Trent nel 1990, inventando il formato per il cliente moderno, nel 2010 il fatturato è arrivato ormai a 509 milioni di sterline con circa 300 pdv in tutto il Paese e come lui esistono almento altre 5 catene improntate sullo stesso business con linee di prodotti a marchio con solito minimo comun denominatore: unicità di prezzo.</p>
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		<title>Usa, clamorosa class action contro Wal-Mart da parte di un milione e mezzo di impiegate!</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 21:08:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[USA]]></category>
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		<description><![CDATA[Sarà la causa più importante del 2011 negli Stati Uniti. Quella economicamente più rilevante. Quella più ricca di conseguenze legali, politiche, civili. La Corte Suprema ha accettato di considerare la class action intentata da un milione e mezzo di impiegate di Wal-Mart, che lamentano discriminazioni salariali e negli avanzamenti di carriera. Dal verdetto della Corte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2159" title="walmart" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/07/walmart.gif" alt="" width="145" height="62" />Sarà la causa più importante del 2011 negli Stati Uniti. Quella economicamente più rilevante. Quella più ricca di conseguenze legali, politiche, civili. La Corte Suprema ha accettato di considerare la class action intentata da un milione e mezzo di impiegate di Wal-Mart, che lamentano discriminazioni salariali e negli avanzamenti di carriera. Dal verdetto della Corte dipenderà il futuro di altre centinaia di cause per discriminazione, oltre al concetto stesso di class action nella pratica legale americana (e probabilmente globale).<br />
Questa storia ha inizio nel 2001, quando Betty Dukes, una donna afro-americana di 54 anni, decide di fare causa a Wal-Mart, gigante della distribuzione USA (la prima società al mondo per ricavi, con 3 milioni e mezzo di impiegati e migliaia di punti vendita). Betty, che ha lavorato<span id="more-2551"></span> per sette anni come cassiera nel negozio Wal-Mart di Pittsburg, in California, lamenta di essere stata discriminata. Non solo non le è mai stata data la possibilità di migliorare posizione e reddito, ma è stata anche punita per futili motivi (aveva fatto acquisti personali durante la pausa pranzo). “Volevo essere promossa. Volevo fare un po’ di soldi”, spiega la Dukes, che attribuisce i sogni infranti al fatto di essere nera e soprattutto donna. Da Wal-Mart, del resto, il 77% dei manager sono uomini. Le donne rappresentano il 66% del personale alla cassa.<br />
Sulla storia di Betty Dukes si gettano presto tutti quei gruppi che da anni cercano di portare Wal-Mart in tribunale per la politica di bassi salari e pessime condizioni di lavoro. A offrire assistenza legale la società The Impact Fund, che si batte per la giustizia sociale. Si muovono il National Women’s Law Center e la National Association for the Advancement of Colored People (NAACP), la principale associazione per i diritti degli afro-americani. Nel 2004 Betty viene votata da Mr. Magazine come “donna dell’anno”. Su di lei la giornalista Liz Featherstone scrive un libro, definendola “la nuova Rosa Parks”. Il suo caso si allarga. Altre cinque donne si aggiungono alla causa intentata da Betty, in rappresentanza di un milione e mezzo di lavoratrici che aprono una clamorosa class action nei confronti di Wal-Mart. L’accusa è sempre la stessa: violazione del Civil Rights Act del 1964, che vieta qualsiasi tipo di discriminazione sulla base di sesso, credo o etnia. Dukes, e le altre querelanti, sostengono che Wal-Mart paga le donne sistematicamente meno degli uomini, promuovendole anche con minor frequenza a posizioni di responsabilità.<br />
Inizia così la più importante causa di discriminazione sul lavoro nella storia americana. Non è solo Wal-Mart a temere per l’esito della vicenda (la società ha continuato a sostenere che è stata la frustrazione e la voglia di vendetta della Dukes, a motivarne le scelte). La Camera di Commercio americana e altre decine di imprese, terrorizzate dalla possibilità che milioni di lavoratori americani aprano cause simili, fanno partire una potente opera di lobbying su istituzioni, tribunali, opinione pubblica. La battaglia legale, combattuta ai diversi livelli del sistema giudiziario americano, si concentra soprattutto su un punto: la possibilità di una class action così vasta, tale da coinvolgere quasi un milione e mezzo di donne. Wal-Mart ha infatti sempre negato l’esistenza di una esplicita direttiva aziendale volta a privilegiare gli uomini. Episodi di discriminazione, nei 3400 grandi magazzini distribuiti per il Paese, ci possono essere stati. Non un disegno complessivo per pagare meno le donne.<br />
Dopo anni di scontri, in tribunale e fuori, la causa raggiunge ora la Corte Suprema, che non dovrà dare ragione a una delle parti, ma più semplicemente, decidere se un milione e mezzo di donne – lavoratrici con sedi di lavoro, mansioni, responsabilità diverse – possono unirsi adducendo la stessa identica lesione dei propri diritti. Dal verdetto della Corte, dipende il futuro delle class action negli Stati Uniti. Se i giudici decideranno a favore di Betty Dukes e delle altre, la causa collettiva andrà avanti, e Wal-Mart sarà con ogni probabilità chiamata a pagare un risarcimento record, nell’ordine di parecchi miliardi di dollari. Se invece la Corte darà ragione a Wal-Mart, la macro-causa si disperderà in una miriade di mini-cause, tali da non incidere davvero sul sistema legale ed economico americano.<br />
Mondo economico e gruppi per i diritti civili attendono con ansia il verdetto. Lo attende, soprattutto, Betty Dukes, che in questi dieci anni non ha visto cambiare di molto la sua vita. Guadagna, sempre da Wal-Mart, 15 dollari all’ora. Non può permettersi una casa, e a 63 anni abita ancora con la madre. Talvolta non ha i soldi neppure per il pranzo. Ma non ha smesso di sperare che le cose possano andare meglio.</p>
<p>[via Il Fatto Quotidiano]</p>
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		<title>Walmart si lancia nel settore del credito alle imprese!</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 23:55:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Strategie dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Wal-Mart entra a sorpresa nel settore dei servizi bancari. Il colosso dei grandi magazzini ha annunciato oggi il varo di un programma che mira ad aiutare le piccole e medio aziende a ottenere prestiti in un contesto di perdurante credit crunch. Secondo quanto reso noto dal gruppo di Bentonville in Arkansas, il programma sara&#8217; gestito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2159" title="walmart" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/07/walmart.gif" alt="" width="145" height="62" />Wal-Mart entra a sorpresa nel settore dei servizi bancari.<br />
Il colosso dei grandi magazzini ha annunciato oggi il varo di un programma che mira ad aiutare le piccole e medio aziende a ottenere prestiti in un contesto di perdurante credit crunch. Secondo quanto reso noto dal gruppo di Bentonville in Arkansas, il programma sara&#8217; gestito tramite la controllata Sam&#8217;s Club, specializzata nella vendita all&#8217;ingrosso di merci alle aziende. Il piano prevede inizialmente di fornire prestiti, in partnership con il Superior Financial Group, per importi compresi tra i 5.000 e i 25.000 dollari al tasso annuo di interesse del 7,5%. &#8220;Il programma &#8211; ha spiegato un portavoce dell&#8217;azienda &#8211; mira a servire soprattutto le aziende gestite da minoranze etniche, donne e veterani oltre che le microimprese&#8221;. Per Wal-Mart, spesso accusata di far strage dei piccoli negozi<span id="more-2158"></span> (i cosiddetti Mom and Pops Stores) ovunque apra i suoi supermercati, l&#8217;iniziativa rappresenta una valida iniziativa di marketing. Di recente il gruppo ha annunciato anche di voler offrire ai propri dipendenti la possibilita&#8217; di seguire gratuitamente college online.</p>
<p>[via ilsole24ore]</p>
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		<title>NON FOOD: la Cina ed il suo strapotere nell’esportazione, siamo all&#8217;inizio della fine?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 22:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa C. Grillo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
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		<description><![CDATA[Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2011" title="cinaprod" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/05/cinaprod.jpg" alt="" width="175" height="175" />Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni a settimana hanno deciso di incrociare le braccia.<br />
Cosa c’entra con la Grande Distribuzione?<br />
Nei supermercati di tutto il mondo i prodotti di provenienza cinese sviluppano fatturati straordinari occupando la maggior parte degli spazi del non alimentare (a partire da Wal Mart che acquista quasi esclusivamente il non-food in Cina) grazie soprattutto alla eccezionale competitività che scaturisce dal basso costo del lavoro, oltre che dalla qualità dello stesso. Ebbene questo avvenimento merita di essere citato perché potrebbe essere la miccia che fa esplodere una<span id="more-1987"></span> situazione oramai insostenibile; la maggior parte degli scioperanti della fabbrica Honda sono ventenni, rappresentano la nuova generazione di lavoratori appena usciti dalle scuole superiori. Gente che non era neanche nata quando l&#8217;esercito della Repubblica Popolare reprimeva nel sangue gli scontri di Piazza Tienanmen nel 1989, quando si chiedeva “soltanto” più democrazia. In Cina, nella Cina delle metropoli del Guandong, i giovani approdano da tutte le regioni del Paese per un futuro migliore: sono laureati, dinamici, organizzati e con una voglia matta di “occidentalizzarsi” anche senza Facebook (oscurato dal Governo cinese). Chi lavora con gli occidentali conosce tutto di noi, abitudini, guadagni, stili di vita, e non accetta la sua condizione. Il dettaglio è che oggigiorno moltissimi giovani trapiantati per motivi di lavoro in quelle regioni, che lavorano con aziende produttrici per multinazionali straniere, non accettano più le loro condizioni lavorative e iniziano, silenziosamente ma non troppo, a ribellarsi. E&#8217; di questi giorni la notizia che in un&#8217;altra nota fabbrica della stessa area, la Foxconn, che produce iPhone e iPad per Apple, ci sarebbero stati addirittura una decina tentativi di suicidio da parte di giovanissimi dipendenti stressati dalle condizioni di lavoro.<br />
Il Governo, nel caso Honda, ha preferito diffondere la notizia dello sciopero contro una multinazionale giapponese, Paese ancora rivale per motivi storici, ma adesso ha chiuso alla stampa ogni possibilità di raccontare ciò che sta succedendo per non fomentare la situazione, già compromessa dall’inflazione galoppante non compensata dagli adeguamenti salariali. Sarà troppo tardi? Chissà se è l’inizio della fine, della fine dello strapotere cinese, ma allo stesso tempo l&#8217;inizio di una nuova era: il ritorno all&#8217;Europa ( e per alcune merceologie alla Turchia) come regione dai costi generali più convenienti, oppure lo sviluppo di una nuova area produttiva come l&#8217;Africa, attraverso l&#8217;aiuto di capitali cinesi?</p>
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		<title>Tesco vuole comprarsi una Banca: la GDO vivacizza il mercato in crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 22:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
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		<description><![CDATA[Una volta erano le banche a salvare le aziende, almeno fino alla recente crisi finanziaria che ha colpito più o meno forte tutto il settore a livello mondiale. Ora sembrerebbe che un nuovo ruolo da &#8220;salvatrice&#8221; stiano cominciando a svolgerlo i grossi retailer mondiali. Secondo quanto riporta il Times Tesco è interessata all&#8217;acquisizione di Northern [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-868" title="tesco" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/05/tesco.jpg" alt="" width="204" height="153" />Una volta erano le banche a salvare le aziende, almeno fino alla recente crisi finanziaria che ha colpito più o meno forte tutto il settore a livello mondiale. Ora sembrerebbe che un nuovo ruolo da &#8220;salvatrice&#8221; stiano cominciando a svolgerlo i grossi retailer mondiali.<br />
Secondo quanto riporta il Times Tesco è interessata all&#8217;acquisizione di Northern Rock, la banca nazionalizzata dal governo inglese, che intende venderla entro la fine dell&#8217;anno e che è stato il primo istituto simbolo del contagio europeo della crisi dei mutui americani.<br />
Sebbene Tesco<span id="more-1120"></span> abbia bollato l&#8217;articolo come pura speculazione e anche Downing Street resti abbottonata, fra gli operatori economici i colossi del retail sono quelli che ultimamente hanno inviato maggiori segnali di vitalità. Wal-Mart, ad esempio, la più grande catena mondiale di supermarket, ha consentito alla Corporate America di passare indenne, con i suoi risultati di bilancio, il terribile primo trimestre del 2009 che doveva essere il peggiore della storia economica degli States, dopo aver subito gli effetti del contagio finanziario dell&#8217;economia reale. E ha addirittura rilanciato: nel 2009 creerà altri 22 mila posti di lavoro negli Usa, con assunzioni che supereranno le mille unità in stati come l&#8217;Arizona, la California, la Florida, il Michigan, il New Jersey, la South Carolina, lo Utah e la Virginia e sbarcherà nel profittevole mercato russo. Insomma, c&#8217;erano una volta le banche e i fondi sovrani: la liquidità, ora, sta altrove.</p>
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		<title>Wal Mart: in Brasile lotta per l’ambiente</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 13:06:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Wal Mart e Carrefour hanno diversi terreni di battaglia diretti. Uno è il Brasile. Proprio in questi tempi il colosso nord americano si sta prodigando per lanciarsi in una campagna ambientalista sensibilizzatrice contro l’utilizzo spropositato degli shoppers. Infatti nei negozi appartenenti alla catena viene praticato uno sconto pari ad ogni shopper non utilizzato. Nei primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Wal Mart e Carrefour hanno diversi terreni di battaglia diretti. Uno è il Brasile. Proprio in questi tempi il colosso nord americano si sta prodigando per lanciarsi in una campagna ambientalista sensibilizzatrice contro l’utilizzo spropositato degli shoppers. Infatti nei negozi appartenenti alla catena viene praticato uno sconto pari ad ogni shopper non utilizzato. Nei primi tre mesi in 50 supermercati Bompreço e Hiper Bompreço di Salvador e di Recife i clienti hanno ricevuto in cambio crediti per 35 mila real (14.748 dollari), con una riduzione di utilizzo di un milione di sacchetti. L’effetto che Wal Mart vuole ottenere è quello di essere riconosciuta come una impresa attenta all’ambiente, in un Paese dove in tema è molto sentito. Anche questo è marketing.</p>
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		<title>Wal Mart: Il periodo natalizio segnato dalla forte crisi mette a ribasso le previsioni</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 17:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risultati dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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		<description><![CDATA[A Wall Street non sono giorni felice per il colosso americano Wal Mart che segna un ribasso del 6,8% dopo la diffusione dei dati sulle vendite nel mese di dicembre. Il numero uno mondiale della grande distribuzione ha annunciato una crescita delle vendite dell&#8217;1,7% nei punti vendita aperti da almeno 12 mesi, a fronte di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Wall Street non sono giorni felice per il colosso americano Wal Mart che segna un ribasso del 6,8% dopo la diffusione dei dati sulle vendite nel mese di dicembre. Il numero uno mondiale della grande distribuzione ha annunciato una crescita delle vendite dell&#8217;1,7% nei punti vendita aperti da almeno 12 mesi, a fronte di una previsione di +2,8%. Le vendite complessive del gruppo sono invece sono calate dello 0,1% a 46,5 miliardi di dollari. La società ha detto di attendersi per il quarto trimestre un utile per azione compreso fra 0,91 e 0,94 dollari, al di sotto delle attese degli analisti di 1,07 dollari. Wal Mart ha dichiarato che la stagione natalizia si è rivelata più difficile di quanto previsto inizialmente. A guidare le vendite fra gli scaffali dei negozi sono stati principalmente i prodotti alimentari e tutto il settore salute. Secondo gli analisti, i dati di dicembre delle vendite same-store della catena statunitense sono deludenti, anche perchè andranno ad aggiungersi a una prospettiva altrettanto insoddisfacente per quanto riguarda il mese di gennaio. Nella fattispecie, le previsioni della catena sono per un andamento delle vendite comparate compreso tra il mantenimento dei livelli precedenti e un rialzo massimo del 2%. Il motivo delle previsioni errate pare essere lo stato di sofferenza delle fasce di reddito medio basse superiori rispetto alle attese. Quello di Wall Mart non è stato peraltro un caso isolato. Le vendite comparate di dicembre delle principali catene commerciali degli Stati Uniti hanno infatti confermato tutta la debolezza dei consumi anche nella stagione più attesa, quella dello shopping festivo. Il 2008 ha registrato la performance più debole degli ultimi 40 anni.</p>
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		<title>Svolta alla Wal Mart Stores: nuovo Chief Executive per adeguarsi all’era Obama</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 22:40:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Strategie dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre a Parigi nella sede Carrefour si consumava la guerra tra Duran ed il suo Cda, e mentre a Chicago, cuore gelido e generoso della nuova politica americana, Barack Obama presentava il team che dal 20 gennaio del 2009 prenderà le redini dell&#8217;economia a mille chilometri di distanza, in una cittadina sperduta dell&#8217;Arkansas chiamata Bentonville, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre a Parigi nella sede Carrefour si consumava la guerra tra Duran ed il suo Cda, e mentre a Chicago, cuore gelido e generoso della nuova politica americana, Barack Obama presentava il team che dal 20 gennaio del 2009 prenderà le redini dell&#8217;economia a mille chilometri di distanza, in una cittadina sperduta dell&#8217;Arkansas chiamata Bentonville, il consiglio di amministrazione di Wal Mart accettava la richiesta del chief executive Lee Scott, 59 anni, di andare in pensione e nominava al suo posto Mike Duke, di solo un anno più giovane, attuale vicepresidente delle operazioni internazionali del gruppo.<br />
Duke assumerà i pieni poteri del colosso mondiale della distribuzione il primo febbraio del 2009, dieci giorni dopo l&#8217;insediamento del primo presidente afroamericano. Sarà Duke  a dover reimpostare i rapporti politici con Washington e proseguire l&#8217;espansione globale, specie nei mercati emergenti, cui il gruppo di Bentonville affida gran parte dei suoi traguardi di lungo termine.<br />
La WalMart. Fondata nel 1962 dal leggendario Sam Walton a Bentonville, nel nordovest dell&#8217;Arkansas, è diventata la più grande azienda commerciale del mondo e il primo datore di lavoro privato in giro per il pianeta (più di 2,1 milioni di dipendenti, anzi di &#8220;soci&#8221; come vengono chiamati nel linguaggio aziendale). Grazie ai 4100 ipermercati negli Stati Uniti e ad altri 3100 sparsi in tredici paesi ha avuto l&#8217;anno scorso un fatturato di 374 miliardi di dollari, destinato a non risentire troppo della crisi economica: nell&#8217;ultimo trimestre, ad esempio, gli utili sono aumentati del 9,8 %.<br />
Per via delle sue dimensioni, infatti, e dei rapporti diretti con 56mila fornitori, WalMart riesce a offrire prezzi scontatissimi e ad attrarre i clienti anche in fasi difficili (si calcola che 200milioni di americani fanno almeno un acquisto all&#8217;anno nella catena). Risultato: le quotazioni del titolo a Wall Street, che nei nove anni di gestione di Lee Scott non hanno fatto faville, avranno quest&#8217;anno la migliore performance tra le 30 aziende che compongono l&#8217;indice Dow Jones. E subito dopo l&#8217;annuncio della nomina di Duke sono salite del 4,5%.<br />
Alla dinamicità economica della WalMart, però, si contrappone una estrema vulnerabilità politica accentuata dallo spostamento dell&#8217;America su posizioni più liberal con l&#8217;elezione di Obama e il rafforzamento della maggioranza democratica al Congresso.<br />
Il gruppo di Bentonville era sempre stato molto legato al partito repubblicano. Nelle elezioni del 2000 diede l&#8217;85% dei suoi finanziamenti allo schieramento di George W. Bush e solo il 14 a quello democratico (i dati sono del Center for Responsive Politics, una associazione che passa al setaccio tutti i contributi politici). Negli otto anni di Casa Bianca repubblicana la WalMart è sempre stata accusata di posizioni di retroguardia nel campo dell&#8217;assicurazione medica per i dipendenti e di condurre battaglie antisindacali, in particolare opponendosi a una proposta di legge, sostenuta anche da Obama quando era senatore, per facilitare la creazione del sindacato nelle strutture di lavoro.<br />
Lee Scott ha dovuto faticare a lungo per scrollarsi di dosso l&#8217;immagine di manager conservatore, non aperto alle istanze sociali. E alla vigilia delle ultime elezioni alcune sue dichiarazioni sono state interpretate a dispetto delle smentite ufficiali come una velata critica a Obama e un invito ai &#8220;soci&#8221; di votare per John McCain. Per evitare ogni equivoco, la multinazionale di Bentonville, in cui la vedova e i figli di Sam Walton rivestono un ruolo di primo piano, ha quindi deciso di presentarsi nella nuova fase della politica americana con un nuovo volto: quello di Mike Duke.<br />
Arrivato nel 1995 a Bentonville, Duke si è occupato prima di questioni logistiche e dal 2005 ha guidato le operazioni internazionali del gruppo, che ora, dopo la quasisaturazione del mercato americano, sono considerate sempre più importanti. Nei prossimi cinque anni, ad esempio, il 53% dei nuovi investimenti sarà fatto in paesi emergenti e solo il resto nelle economie più mature.<br />
Dopo l&#8217;apertura nel 1991 del primo ipermercato all&#8217;estero, vicino a Città del Messico, la Wal Mart adesso può contare su 3.280 centri commerciali in 13 paesi, con operazioni significative anche in Cina (attraverso una partecipazione del 35% in TrustMart), in Giappone e Brasile. In tutto ha 49 milioni di clienti in giro per il mondo e il suo fatturato al di fuori degli States è stato, nell&#8217;ultimo bilancio annuale conclusosi alla fine del gennaio scorso, di 90,6 miliardi di dollari, un quarto del totale, con un aumento del 17,5% rispetto a quello precedente. Il gruppo è ora il primo datore di lavoro anche in Messico e in Canada.<br />
Come responsabile dell&#8217;espansione all&#8217;estero, Duke si è sempre mostrato molto attivo, molto attento alle implicazioni politiche e di immagine (in particolare dopo il terremoto di maggio in Cina) e non si è tirato indietro di fronte a problemi impegnativi. E&#8217; stato lui a decidere l&#8217;uscita nel 2006 dal mercato tedesco e sudcoreano dove gli affari non andavano per niente bene. Sempre lui a spingere l&#8217;acceleratore sul Brasile, che ora rappresenta un modello per le operazioni del gruppo nei paesi emergenti, e sull&#8217;India, dove la WalMart ha formato una società insieme alla Bharti Enterprises per approfittare del nuovo potere d&#8217;acquisto dei ceti medi.<br />
Duke non avrà un compito facile soprattutto a livello politico. Anche lui è stato legato al partito repubblicano, contribuendo a finanziare le campagne di Bush, dell&#8217;ex governatore dell&#8217;Arkansas Mike Huckabee e di McCain. Ora dovrà reimpostare i rapporti con la Casa Bianca democratica mostrando un impegno diverso nel campo sindacale, del risparmio energetico e soprattutto della sanità.<br />
Finora il gruppo si è sempre opposto sia a misure legislative per imporre al mondo delle imprese di pagare l&#8217;assicurazione sanitaria dei dipendenti che all&#8217;Employee Free Choice Act, la legge per facilitare la sindacalizzazione delle maestranze. Ma il vento è cambiato. Sarà difficile che nell&#8217;era Obama Wal Mart possa continuare a lasciare il sindacato fuori dalle porte dei suoi centri commerciali e sarà Duke a gestire questa complessa fase di transizione.</p>
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