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	<title>GDO News &#187; Non Food</title>
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	<description>Grande Distribuzione Organizzata Novità Analisi e Dibattiti</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Feb 2012 19:22:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Tesco inaugura le vendite tramite realtà aumentata</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 22:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Strategie dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[Tesco]]></category>

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		<description><![CDATA[In sei città inglesi Tesco sta sperimentando un’evoluzione dello smart packaging mediando sull’interazione con una proposta in augmented reality dello specialista Kishino. Come funziona il sistema? Al momento il consumatore deve stampare un marcatore Ar sulla propria stampante o usare la ClubCard che deve essere tenuta davanti a una webcam. In futuro la proposta in Ar [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4336" title="tesco-ar" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/11/tesco-ar.png" alt="" width="240" height="154" />In sei città inglesi Tesco sta sperimentando un’evoluzione dello smart packaging mediando sull’interazione con una proposta in augmented reality dello specialista Kishino. Come funziona il sistema? Al momento il consumatore deve stampare un marcatore Ar sulla propria stampante o usare la ClubCard che deve essere tenuta davanti a una webcam. In futuro la proposta in Ar sarà integrata su tutti i cataloghi promozionali. Una volta selezionato il prodotto, il sistema riconosce il codice e immediatamente fa partire la rappresentazione virtuale dell’oggetto su cui si vuole sapere di più. La shopping experience in versione augmented al momento è limited edition: per 10 confezioni di Lego diverse, una serie di Dvd e qualche videogioco. Certo il retailer gioca facile, iniziando a portare nei suoi punti vendita uno smart packaging che già esiste e che ha già un suo pubblico. Lego investe da anni su nuovi concept di imballo, che permettano ai consumatori di immaginarsi in 3D i modellini di mattoncini, a loro modo precursori del pixel. E così fanno alcune società specializzate nell’offerta di soluzioni di entertainment.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/S5QDRoxuHtk" frameborder="0" width="490" height="310"></iframe></p>
<p>&#8220;Grazie all’Ar – dice un portavoce ufficiale – siamo in grado di offrire una rappresentzione realistica e animata di come sono i prodotti all’interno delle confezioni. I consumatori possono interagire con i prodotti e vederne caratteristiche e funzionalità come se i prodotti fossero esposti realmente&#8221;. In questo modo, oltre a solleticare la user experience, si cerca di trovare una strada per evitare il danneggiamento delle confezioni: spesso infatti, la gente per capire com’è fatto un prodotto manomette in malo modo l’imballo compromettendo la vendita. Oppure non compra online perchè non può sondare con mano.<br />
Nelle intenzioni di Tesco, dunque, la volontà di mostrare anche quegli articoli che non si possono esporre, grazie a una modellazione tridimensionale e le tecniche di realtà aumentata.<br />
&#8220;Aiuterà la gente a scegliere più rapidamente anche articoli complessi come i televisori – dicono i responsabili della sperimentazione . L’augmented reality aiuta a dare una percezione più completa e meno effimera dell’immagine sulle confezioni, rendendo più veloce anche l’e-commerce. Il 3D contribuisce a rafforzare una decisione all’acquisto che viene fatta in assoluta autonomia&#8221;.</p>
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		<title>Auchan elimina le lampade ad incandescenza con due anni di anticipo</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 22:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Auchan]]></category>
		<category><![CDATA[Ipermercati]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Strategie dei gruppi]]></category>

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		<description><![CDATA[Con due anni di anticipo rispetto alla normativa europea il Gruppo Auchan sceglie di eliminare dai suoi ipermercati le lampadine ad incandescenza firmando una nuova gamma di lampadine elettroniche a risparmio energetico. Da ottobre, infatti, sugli scaffali dei punti vendita Auchan si accenderanno le nuove lampadine elettroniche green certificate Ecolabel, il marchio europeo a garanzia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3695" title="auchan_foto" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/10/auchan_foto.jpg" alt="" width="250" height="137" />Con due anni di anticipo rispetto alla normativa europea il Gruppo Auchan sceglie di eliminare dai suoi ipermercati le lampadine ad incandescenza firmando una nuova gamma di lampadine elettroniche a risparmio energetico.<br />
Da ottobre, infatti, sugli scaffali dei punti vendita Auchan si accenderanno le nuove lampadine elettroniche green certificate Ecolabel, il marchio europeo a garanzia del ridotto impatto ambientale dei prodotti su cui è applicato. Meno mercurio.<br />
Per la nuova serie, che promette la stessa luce ma con un consumo inferiore e un risparmio energetico che arriva fino all&#8217;80%, Auchan ha lavorato nella direzione di ridurre il consumo di mercurio, necessario per il funzionamento, a 2mg. e di utilizzare l&#8217;elemento chimico in forma<span id="more-3694"></span> solida, che in caso di rottura diventa facilmente recuperabile e quindi smaltibile.<br />
Anche il packaging risente di un restyling in chiave eco: le confezioni saranno in cartone, dal volume ridotto in linea con le filiere di recupero e riciclo come lo sono da tempo tutti i prodotti a marchio Ecolabel.</p>
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		<title>Maury’s: la Distribuzione che vince anche nel non food</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 22:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Maury's]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Strategie dei gruppi]]></category>

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		<description><![CDATA[In un periodo dove i fatturati che latitano sono una costante del mercato soprattutto nelle categorie del non alimentare, verificare l’esistenza di formule vincenti nel mondo della distribuzione organizzata è una piacevole sorpresa. E’ il caso di Maury’s, uno specialista del settore Home Care e Personal Care che ha inventato nuovi format distributivi con caratteristiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2829" title="maury" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/04/maury.gif" alt="" width="240" height="82" />In un periodo dove i fatturati che latitano sono una costante del mercato soprattutto nelle categorie del non alimentare, verificare l’esistenza di formule vincenti nel mondo della distribuzione organizzata è una piacevole sorpresa. E’ il caso di Maury’s, uno specialista del settore Home Care e Personal Care che ha inventato nuovi format distributivi con caratteristiche molto originali e vincenti.</p>
<p>Maury’s si propone con il format del Grande Magazzino, le misure standard sono all’incirca di 2000 mq, con punte di 3000 mq sulle strutture più rappresentative, l’offerta si distribuisce su varie categorie del non alimentare concentrando la sua straordinaria forza nella detergenza e nella cura persona, il suo territorio è il centro Italia soprattutto nel Lazio.  “ Queste due categorie rappresentano indicativamente il 50% del fatturato” spiega il sig. Fusano, proprietario del Gruppo.</p>
<p>Effettivamente il format apre con la detergenza e chiude con la cura della persona, in mezzo tutte le altre categorie<span id="more-2828"></span> ( cancelleria, giocattolo, arredo mobili, giardino e giardinaggio, usa  e getta, casalinghi pentolame ed accessori, cucina, tessile casa,bazar pesante, materiale elettrico ed illuminazione,etc) accomunate da un minimo comun</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-2832" title="maury3" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/04/maury3.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>denominatore: il risparmio a vantaggio del consumatore. Maury’s vende i prodotti della detergenza e della cura della persona, ovvero i grandi brand protagonisti delle due categorie a prezzi straordinariamente bassi, è un vero e proprio Category Killer, una spina nel fianco spaventosa per tutto il mondo del retailing e dell’industria di marca. Ma come si fa a non trattare con lui con i volumi che sviluppa?</p>
<p>Ogni apertura è un successo, il giorno delle inaugurazioni si arrivano a battere 3000 scontrini per un fatturato che supera costantemente i centomila euro.</p>
<p>Maury’s è un gruppo che consta di 46 punti di vendita: non si conosce il fatturato del gruppo e non si conosce la redditività per metro lineare, però la soddisfazione del consumatore è certa, come anche quella dei fornitori, si direbbe un vero e proprio miracolo italiano.</p>
<p>Quali sono le ragioni di questo miracolo?</p>
<p>Sarebbe semplificativo dire i prezzi bassi, e soprattutto sarebbe troppo riduttivo ed impreciso. In verità sono diversi i fattori del successo: la composizione di una struttura snella, con pochi dipendenti, tutti di estrema fiducia e di grande duttilità, non deve sopportare il costo di un CEDI, di fatto il fornitore consegna direttamente a Punto Vendita. GDONews ha incontrato il sig. Fusano, proprietario del Gruppo Maury’s all’ultima apertura nella zona Casilina a Roma e gli ha fatto qualche domanda.</p>
<p><strong>Sig. Fusano il fatto di non gestire un proprio CEDI implica la consegna a Punto Vendita ad opera del fornitore che deve necessariamente recuperare il costo della movimentazione e del trasporto, non è un costo poco sostenibile?</strong></p>
<p>Mediamente il costo applicatomi dal fornitore per la consegna a Punto Vendita è del 5%, la gestione del CEDI, a parte gli enormi problemi ulteriori, mi costerebbe molto di più, all’incirca l’11% del mio attuale fatturato, quindi facendo un semplice conto matematico si è deciso di propendere verso questo tipo di gestione. I volumi che facciamo sono tali che anche il fornitore se vuole essere protagonista di questo business deve fare dei sacrifici.</p>
<p><strong>Ma voi non fate importazione diretta dall’estremo Oriente?</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-2831" title="maury1" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/04/maury1.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Si facciamo anche importazione. Scegliamo con cura i prodotti, cerchiamo la qualità e la giusta convenienza. Abbiamo preso un magazzino per la giacenza del prodotto importato, ma in questo caso il vantaggio competitivo</p>
<p>dell’acquisto diretto è talmente rilevante che riusciamo a dare un prezzo al pubblico sempre molto competitivo creando nuovo stimolo al traffico, il vero nostro obiettivo.</p>
<p>Le idee sono chiare ed estremamente semplici, ma non è stato facile creare il fenomeno Maury’s. La logica è quella delle basse marginalità, Fusano ed il suo Team privilegiano la realizzazione dei volumi prima ancora che il conseguimento di alte marginalità, non necessarie anche per i costi bassi della gestione.</p>
<p>Nelle categorie della detergenza e del “personal care” l’acquisto multiplo è la normalità nell’atteggiamento del consumatore, i prezzi delle Grandi Marche sono davvero unici, il volantino delle offerte presentava ad esempio i collant della Pompea a 20 denari a 0,99€ , shampoo Neutro Roberts 250 ml sempre a 0,99 €, bagno schiuma felce Azzurra da 750 ml a 1,49 €, insomma i prezzi sono davvero straordinari,inoltre Maury’s produce direttamente una serie di suoi prodotti a marchio nell’ambito delle due categorie citate, con prezzi davvero bassi e qualità considerata dai consumatori intervistati molto buona.</p>
<p>Nel Centro Commerciale appena inaugurato convive anche un’insegna famossima della GDO, Simply Market, GDONews domanda ironicamente:</p>
<p><strong>Sig. Fusano da questo connubio chi ci guadagna?</strong></p>
<p>Fusano non pensa un secondo e risponde indicando con il dito: “Loro”.</p>
<p>Poi si volta, vede la coda di persone con il carrello cercare di entrare nel Punto Vendita, si accorge che la fila alle casse sta andando in congestione così decide e dice “Bloccate l’entrata, bisogna far defluire persone dalle casse!”, si rivolge alla prima consumatrice potenziale bloccata davanti all’entrata e le dice “ Mi spiace Signora.”, Lei sorride spiega che non c’è problema, e con lei altre 30 persone rimangono in coda educatamente ed in silenzio aspettando di poter entrare dentro l’area vendita.</p>
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		<title>NON FOOD: la Cina ed il suo strapotere nell’esportazione, siamo all&#8217;inizio della fine?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 22:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa C. Grillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2011" title="cinaprod" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/05/cinaprod.jpg" alt="" width="175" height="175" />Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni a settimana hanno deciso di incrociare le braccia.<br />
Cosa c’entra con la Grande Distribuzione?<br />
Nei supermercati di tutto il mondo i prodotti di provenienza cinese sviluppano fatturati straordinari occupando la maggior parte degli spazi del non alimentare (a partire da Wal Mart che acquista quasi esclusivamente il non-food in Cina) grazie soprattutto alla eccezionale competitività che scaturisce dal basso costo del lavoro, oltre che dalla qualità dello stesso. Ebbene questo avvenimento merita di essere citato perché potrebbe essere la miccia che fa esplodere una<span id="more-1987"></span> situazione oramai insostenibile; la maggior parte degli scioperanti della fabbrica Honda sono ventenni, rappresentano la nuova generazione di lavoratori appena usciti dalle scuole superiori. Gente che non era neanche nata quando l&#8217;esercito della Repubblica Popolare reprimeva nel sangue gli scontri di Piazza Tienanmen nel 1989, quando si chiedeva “soltanto” più democrazia. In Cina, nella Cina delle metropoli del Guandong, i giovani approdano da tutte le regioni del Paese per un futuro migliore: sono laureati, dinamici, organizzati e con una voglia matta di “occidentalizzarsi” anche senza Facebook (oscurato dal Governo cinese). Chi lavora con gli occidentali conosce tutto di noi, abitudini, guadagni, stili di vita, e non accetta la sua condizione. Il dettaglio è che oggigiorno moltissimi giovani trapiantati per motivi di lavoro in quelle regioni, che lavorano con aziende produttrici per multinazionali straniere, non accettano più le loro condizioni lavorative e iniziano, silenziosamente ma non troppo, a ribellarsi. E&#8217; di questi giorni la notizia che in un&#8217;altra nota fabbrica della stessa area, la Foxconn, che produce iPhone e iPad per Apple, ci sarebbero stati addirittura una decina tentativi di suicidio da parte di giovanissimi dipendenti stressati dalle condizioni di lavoro.<br />
Il Governo, nel caso Honda, ha preferito diffondere la notizia dello sciopero contro una multinazionale giapponese, Paese ancora rivale per motivi storici, ma adesso ha chiuso alla stampa ogni possibilità di raccontare ciò che sta succedendo per non fomentare la situazione, già compromessa dall’inflazione galoppante non compensata dagli adeguamenti salariali. Sarà troppo tardi? Chissà se è l’inizio della fine, della fine dello strapotere cinese, ma allo stesso tempo l&#8217;inizio di una nuova era: il ritorno all&#8217;Europa ( e per alcune merceologie alla Turchia) come regione dai costi generali più convenienti, oppure lo sviluppo di una nuova area produttiva come l&#8217;Africa, attraverso l&#8217;aiuto di capitali cinesi?</p>
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		<title>La vendita dei cosmetici tiene nonostante la crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 01:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevamo parlato del precedente rapporto Unipro, l&#8217;Associazione Italiana delle Imprese Cosmetiche, riportando gli ottimi risultati del settore nel 2008. La stessa Unipro ha presentato recentemente a Milano, in occasione di una conferenza stampa, i dati congiunturali relativi al secondo semestre 2009 e le previsioni del primo semestre 2010. Il consumo di prodotti cosmetici non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1459" title="cosmetici" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/12/cosmetici.jpg" alt="" width="150" height="135" />Avevamo parlato del precedente rapporto Unipro, l&#8217;Associazione Italiana delle Imprese Cosmetiche, riportando gli ottimi risultati del settore nel 2008. La stessa Unipro ha presentato recentemente a Milano, in occasione di una conferenza stampa, i dati congiunturali relativi al secondo semestre 2009 e le previsioni del primo semestre 2010.<br />
Il consumo di prodotti cosmetici non si ferma soprattutto nella grande distribuzione, ma nemmeno nelle farmacie e in erboristeria. I consumi totali di cosmetici nel 2009 in Italia si attestano sui 9.100 milioni di euro. I fatturati delle imprese, prossimi agli 8.300 milioni di euro risentono del calo delle esportazioni.<br />
Nonostante il perdurare di tensioni sui consumi e l&#8217;indebolimento<span id="more-1447"></span> del potere d&#8217;acquisto<br />
delle famiglie, i consumatori non rinunciano ad un uso che è diventato un gesto quotidiano, sono diventati più attenti, più selettivi, cercano il cosiddetto &#8216;miglior prezzo&#8217; perché sanno che per ogni prodotto è possibile trovare la miglior combinazione canale-prezzo-qualità.<br />
Dalla presentazione dell&#8217;indagine congiunturale del Centro Studi e Cultura d&#8217;Impresa di<br />
Unipro emerge una situazione di mercato ancora disomogenea, mediamente positiva<br />
anche se alcune ombre persistono soprattutto sui canali professionali.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lampadine a risparmio energetico: Greenpeace dà i voti</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 22:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carrefour]]></category>
		<category><![CDATA[Conad Leclerc]]></category>
		<category><![CDATA[Coop Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Despar]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Scelte illuminate&#8221; è la classifica di Greenpeace che valua l&#8217;impegno della grande distribuzione a togliere dagli scaffali le lampadine incandescenti, prima del bando europeo al 2011. L&#8217;aggiornamento pubblicato a metà ottobre segnala un clamoroso balzo in avanti di Esselunga che lascia l&#8217;ultimo posto in classifica e raggiunge al secondo la Coop, mandando in pensione le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1329" title="bassoconsumo" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/10/bassoconsumo.jpg" alt="" width="180" height="174" />&#8220;Scelte illuminate&#8221; è la classifica di Greenpeace che valua l&#8217;impegno della grande distribuzione a togliere dagli scaffali le lampadine incandescenti, prima del bando europeo al 2011.<br />
L&#8217;aggiornamento pubblicato a metà ottobre segnala un clamoroso balzo in avanti di Esselunga che lascia l&#8217;ultimo posto in classifica e raggiunge al secondo la Coop, mandando in pensione le lampadine sprecone con tre anni di anticipo. Grenpeace spiega che «a settembre i nostri volontari hanno controllato circa quaranta supermercati Esselunga a Bergamo, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Voghera, Milano e nell&#8217;hinterland milanese. A parte alcuni fondi di magazzino<span id="more-1326"></span> in esaurimento, solamente in un supermercato a Torino sono state riscontrate lampadine incandescenti con wattaggi da 25 a 100 Watt ancora in vendita sugli scaffali.<br />
Alcune grandi catene hanno già preso impegni concreti, come Leroy Merlin che è in vetta alla classifica e che ha rimosso le lampadine incandescenti dal primo settembre, altri gruppi non stanno facendo nulla o quasi nulla. Secondo Greenpeace al penultimo posto delle &#8220;Scelte illuminate&#8221; si piazzano Conad, Despar, Finiper che non hanno fino ad oggi preso nessun impegno concreto. Ultima è Carrefour, maglia nera e zero in efficienza perché continua a vendere in grande quantità di lampadine sprecone.<br />
Gli ambientalisti ricordano che «La messa al bando delle lampadine incandescenti permetterà di ridurre i consumi elettrici degli italiani di 5,6 TWh, pari a un beneficio economico per le famiglie di circa un miliardo di euro l&#8217;anno, e un abbattimento di emissioni di CO2 di circa 3 milioni di tonnellate».</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Analisi GDO: si sta ultimando (fine 2010) l’albero delle categorie non food</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 20:17:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Manca poco più di un anno alla agognata definizione dell&#8217;albero delle categorie Non Food. Indicod-Ecr sta procedendo secondo il piano stabilito nel 2007, quando le imprese della distribuzione, dopo aver messo a punto e sperimentato l&#8217;utilità dell&#8217;albero delle categorie del Grocery, non hanno voluto lasciare il lavoro a metà e hanno deciso di lavorare anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1279" title="barcode" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/09/barcode.jpg" alt="" width="200" height="155" />Manca poco più di un anno alla agognata definizione dell&#8217;albero delle categorie Non Food. Indicod-Ecr sta procedendo secondo il piano stabilito nel 2007, quando le imprese della distribuzione, dopo aver messo a punto e sperimentato l&#8217;utilità dell&#8217;albero delle categorie del Grocery, non hanno voluto lasciare il lavoro a metà e hanno deciso di lavorare anche sul non alimentare. In particolare la crescente importanza dei reparti Non Food nelle grandi superfici imponeva di fare ordine nelle codifiche, di definire un linguaggio comune e condiviso tra industria e distribuzione<span id="more-1278"></span> che permettesse di avere una visione comune e coerente delle merceologie e di confrontarsi su dati certi.<br />
Questi i settori coinvolti:<br />
-	elettronica ed elettrodomestici<br />
-	cartoleria<br />
-	casalinghi<br />
-	abbigliamento<br />
-	tessili e calzature<br />
-	bricolage<br />
-	arredamento<br />
-	giochi e puericoltura<br />
-	sport e campeggio<br />
-	servizi<br />
«Sotto la denominazione &#8220;servizi&#8221; &#8211; spiega Elena Lia, che ha coordinato per Indicod-Ecr il gruppo di lavoro &#8211; pensiamo di inserire tutti quelle attività consolidate e nuove per la gdo, come le ricariche telefoniche, il pagamento delle bollette, le assicurazioni. Ma sarà l&#8217;ultima categoria che prenderemo in considerazione. A oggi il lavoro di definizione si può ritenere concluso per elettronica, elettrodomestici, casalinghi e cartoleria. Ora stiamo passando, per queste categorie, alla fase di compilazione delle schede, ma l&#8217;obiettivo di terminare il lavoro per il 2010 può essere tranquillamente confermato».<br />
Un importante risultato però è stato già raggiunto. Il tavolo di lavoro, al quale hanno partecipato anche gli Istituti di ricerca, ha permesso di aprire un dialogo trasparente tra i distributori e aziende che mai avevano adottato le pratiche Ecr.<br />
Maria Elena Rivola, responsabile marketing information di Conad, una &#8220;veterana&#8221; di questo lavoro, avendo partecipato alla definizione delle categorie Grocery, su questo punto è molto chiara: «Da parte di ogni produttore abituato alla propria codifica non ci sono state difficoltà a mettersi in gioco e a cercare una strada condivisa. C&#8217;è stata da parte di tutti la disponibilità a capire mondi diversi, a spiegare e a condividere gli aspetti tecnici per mettere tutti in condizione di lavorare al meglio. Certo, ci sono settori più critici dove è maggiore la frammentazione produttiva e distributiva, ma nell&#8217;insieme il messaggio della necessità di condividere le informazioni è stato ampiamente recepito».<br />
Lo conferma Davide Coppola, responsabile della supply chain di Sony Italia, che dice: «Per le aziende dell&#8217;elettronica di consumo come la nostra è stata un&#8217;esperienza importante, che ha aperto un fronte nuovo nei rapporti con la distribuzione, consentendoci di affrontare problematiche fino ad ora sottovalutate, con la massima apertura al confronto. Un altro fatto positivo è stato che nel mettere a punto le categorie, siamo riusciti, insieme agli altri produttori, a individuare delle definizioni che riguardano apparecchiature e tecnologie che sono ancora all&#8217;inizio del loro ciclo di vita o che saranno introdotte a breve, gettando le basi per una struttura viva e dinamica».<br />
L&#8217;albero delle categorie però sarà messo alla prova dopo, con la disponibilità da parte delle imprese ad adottarlo. Anche perché la sua adozione porterà ulteriori vantaggi all&#8217;implementazione del Catalogo elettronico da parte delle aziende. Nell&#8217;anagrafica di prodotto infatti compare sempre la categoria GPC, la versione standard internazionale di classificazione adottata da GS1 e utilizzata nello scambio di informazioni nel Catalogo elettronico.<br />
Tra poco la palla passerà alle aziende, che per adottare la classificazione dell&#8217;albero delle categorie dovranno cambiare i codici dei prodotti. E questa sarà la prova del fuoco per un passo ulteriore verso il miglioramento dell&#8217;efficienza complessiva del sistema distributivo italiano</p>
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		<title>Effetto Crisi: boom della vendita di pigiami</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 20:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa C. Grillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Se è un effetto collaterale della crisi o un trend di stile si vedrà. Una cosa è certa: nella top-ten degli indumenti più fashion del momento il pigiama conquista un posto d&#8217;onore. A più di 40 anni dalla sua prima apparizione nelle case degli italiani, l&#8217;indumento più &#8220;pigro&#8221; che ci sia rivive oggi una seconda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1284" title="pigiama" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/09/pigiama.jpg" alt="" width="150" height="187" />Se è un effetto collaterale della crisi o un trend di stile si vedrà. Una cosa è certa: nella top-ten degli indumenti più fashion del momento il pigiama conquista un posto d&#8217;onore. A più di 40 anni dalla sua prima apparizione nelle case degli italiani, l&#8217;indumento più &#8220;pigro&#8221; che ci sia rivive oggi una seconda giovinezza. Una rivincita confermata dai numeri, che rivelano un&#8217;impennata fino al 40% sulle vendite. Merito (o colpa?) dell&#8217;abitudine di passare più tempo in casa.<br />
Le nuove tendenze. Forse perché gli italiani sono diventati più pantofolai. O forse, come suggeriscono gli osservatori di mercato, perché hanno meno soldi da spendere per uscire, sta di fatto che davanti alla tv o sotto le coperte non serve stupire con effetti speciali. Basta un semplice pigiama, meglio se comodo e sportivo, per trascorrere una serata di relax. I dati parlano chiaro: in controtendenza rispetto<span id="more-1283"></span> a tutto il comparto moda, il segmento pigiami non solo è finora passato indenne attraverso la tempesta recessiva, ma ha registrato percentuali di crescita a due cifre. Un trend prontamente intercettato dai grandi marchi dell&#8217;intimo e della grande distribuzione, che hanno deciso di rinverdire le loro collezioni. Lanciando l&#8217;home-wear o l&#8217;easy-wear: non più antiestetici camicioni da notte, ma completi fascianti simili a tute da fitness, comodi per dormire e pratici per stare in casa.<br />
I numeri. I più in salute sono i marchi commerciali. Nella categoria easy-wear e pigiameria uomo e donna, le nuove collezioni 2009 di Intimissimi e Tezenis, gruppo Calzedonia, hanno venduto il 40% in più. Nella classifica dei marchi più popolari segue Yamamay, con un 34% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Crescita a due cifre anche per le firme più prestigiose, scelte da chi ama essere raffinato ed elegante anche in casa. Grigio Perla, leader del settore, ha visto lievitare le vendite del 15%. Il 70% dei pigiami più venduti sono in jersey e seta. Meno roboanti i dati della grande distribuzione. Negli ipermercati Coop, la vendita dei pigiami tra agosto 2008 e agosto 2009 è aumentata del 4%, per un giro d&#8217;affari di 14 milioni di euro. Ma se consideriamo solo gli ultimi sei mesi si sale al 16%. Il picco c&#8217;è stato nel reparto donna, che è cresciuto del 18 %, mentre l&#8217;uomo si ferma al 14%. E questi sono solo alcuni esempi. A lungo oscurato dalla sexy lingerie, il pigiama è tornato anche sulle passerelle del Prêt-à-porter. Prestigiose griffe dell&#8217;alta moda, come Dolce&amp;Gabbana, gli hanno dedicato intere collezioni. E sul web il successo non è stato da meno: sono quasi 1800 le offerte di pigiami su eBay.<br />
All&#8217;estero. Quello del pigiama non è un vezzo tutto italiano. Secondo quanto riportato dal giornale inglese The Independent, anche nel Regno Unito le vendite sono schizzate del 30%. A sorpresa, a registrare la crescita maggiore è stato il comparto uomo. Ma a stupire di più è l&#8217;inversione di tendenza nel target degli acquirenti: da sempre considerato un capo un po&#8217; retrò, il pigiama è diventato popolarissimo tra gli under 30 inglesi. Anche loro colpiti dagli effetti della crisi &#8211; suggerisce il quotidiano britannico &#8211; preferiscono trascorrere rilassanti serate davanti al pc o sotto le coperte, avvolti in comode tute da notte.<br />
L&#8217;analisi. &#8220;In tempi di crisi, le persone tendono a stare più in casa &#8211; commenta Nadia Nanni, responsabile category del gruppo Coop &#8211; Al posto della classica vestaglia, scelgono capi più eclettici e adattabili. Chi ha ideato l&#8217;home-wear ha solo interpretato un bisogno traendone il massimo profitto&#8221;. Insomma, secondo gli esperti di marketing il successo del pigiama è l&#8217;altra faccia della crisi. Ma è anche un campanello d&#8217;allarme che dà il senso dei cambiamenti di costume e delle conseguenze psicologiche legate alla recessione. Ce lo spiega Marisa D&#8217;Alessio, preside della Facoltà di Psicologia dell&#8217;università La Sapienza di Roma: &#8220;Le persone hanno minore disponibilità di denaro e spendono meno per i prodotti che servono a presentarsi in pubblico. Il pigiama è un indumento di rifugio quando si sceglie di stare soli. E&#8217; l&#8217;emblema della solitudine. Di una solitudine indotta dalla mancanza di risorse economiche&#8221;. Il rischio isolamento è alto: &#8220;Per colpa della crisi &#8211; continua D&#8217;Alessio &#8211; anche la socializzazione è diventata un fatto episodico. Alle uscite con gli amici si dedica al massimo una sera alla settimana. Per il resto, si sta in casa. In pigiama&#8221;.</p>
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		<title>I numeri della PL nel 2008: forte crescita con diverse sorprese</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 20:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Fiere]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Private Label]]></category>
		<category><![CDATA[Private Label VS Marca]]></category>

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		<description><![CDATA[ITALIA: I NUMERI DEL 2008 Nell&#8217;ambito della interessantissima discussione che si sta sviluppando in queste settimane su GDONews riguardo ai nuovi equilibri tra PL e Marca, è interessante il quadro che esce dal quinto rapporto sulla PL (2007-2008), realizzato dal Comitato tecnico-scientifico di Marca e da IRI-Infoscan. La crescita della marca commerciale sia in volume [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>ITALIA: I NUMERI DEL 2008</h2>
<p>Nell&#8217;ambito della interessantissima discussione che si sta sviluppando in queste settimane su GDONews riguardo ai nuovi equilibri tra PL e Marca, è interessante il quadro che esce dal quinto rapporto sulla PL (2007-2008), realizzato dal Comitato tecnico-scientifico di Marca e da IRI-Infoscan. La crescita della marca commerciale sia in volume sia nel numero delle referenze è molto forte in Italia, maggiore che in altri paesi europei (dove però il grosso della crescita c&#8217;è già stato), anche se con alcune significative eccezioni e comunque grosse disomogeneità tra i retailer.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1145" title="tabella1" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/tabella1.png" alt="" width="500" height="158" /></p>
<p>Tra le diverse insegne, infatti, notiamo grosse differenze: se consideriamo, per esempio, i mercati del largo consumo confezionato (Lcc) troviamo oscillazioni <span id="more-1128"></span>tra le 184 referenze e le 2.406 a seconda del retailer analizzato. Se poi includiamo il non alimentare l&#8217;oscillazione si amplia ancora di più: da 200 a 5.000 referenze.<br />
Anche in termini di quota di mercato le differenze tra insegne sono molto significative: si passa dal 19,4% all&#8217;1,5% con un valore medio (iper +super LCC) del 12,7%, e solo 5 insegne su 11 analizzate dal Rapporto presentano un dato superiore alla media. Questa varietà di quote riflette una sostanziale difformità delle strategie intraprese negli ultimi anni.</p>
<p>In questa crescita generalizzata la parte del leone la fa la fascia Premium (pur rappresentando solo il 2,3% in valore e l&#8217;1,1% in volume sul totale PL) che registra performance straordinarie: +56,2% in valore e +47,2% in volume.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1147" title="tabella2" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/tabella2.png" alt="" width="500" height="277" /></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1155" title="a-tabella3" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella3.png" alt="" width="500" height="261" /></p>
<p>Il format che beneficia maggiormente di questa crescita è quello dei grandi ipermercati (=&gt; a 10.000 mq) nei quali la marca del distributore sale di oltre il 33% in valore. Rispetto al dato generale della PL (+13,1%), anche i supermercati di grande superficie (=&gt;2.500 mq) registrano un&#8217;ottima crescita del 16,5%.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1149" title="tabella4" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/tabella4.png" alt="" width="500" height="301" /></p>
<p>In una realtà distributiva come quella italiana, caratterizzata da una massiccia presenza della DO, è naturale che oltre il 70% del valore delle vendite della PL passi per i supermercati.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1150" title="tabella3" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/tabella3.png" alt="" width="500" height="135" /></p>
<hr />
<h2>PL IN EUROPA</h2>
<p><strong><span style="font-weight: normal;">L&#8217;Italia, come già detto, è uno dei paesi Ue nel quale cresce di più la quota delle marche del distributore. Ma il nostro paese è ancora molto lontano dai livelli di altri paesi se si prende in considerazione l&#8217;incidenza sul fatturato totale dei prodotti LCC. </span></strong></p>
<p><a href="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1152" title="a-tabella1" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella1.png" alt="" width="500" height="173" /></a></p>
<p>In Italia la quota della marca commerciale, come si sa, è molto bassa col 12,2%, seconda solo alla Grecia che si ferma al 5,2%. Sono numeri molto diversi da quelli fatti registrare negli ulimi anni in paesi come la Gran Bretagna e la Spagna che superano il 30%. Ma la differenza è nella performance: l&#8217;Italia cresce al ritmo di 3 punti base annui mentre in Inghilterra addirittura c&#8217;è stata una leggera contrazione.</p>
<p>Un&#8217;altra differenza rispetto al mercato inglese (e a quello francese) risiede nell&#8217;importanza del fresco su fatturato e crescita della private label: in Italia rappresenta il 27,4% contro il 42,4% in Francia e il 40,3% in Regno Unito.</p>
<p><a href="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella2.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1153" title="a-tabella2" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella2.png" alt="" width="500" height="237" /></a></p>
<hr />
<h2>IL PROFILO DEI CO-PACKER</h2>
<p>il profilo dei &#8220;co-packer&#8221; è di particolare interesse, e va analizzato verificando la provenienza  degli attori: oltre il 66% proviene dal Nord-est, il resto del Paese da un contributo molto più ridotto.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1164" title="a-tabella5" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella5.png" alt="" width="500" height="176" /></p>
<p>Il Co Packer è generalmente appartenente alla piccola-media impresa infatti circa il 58% ha un fatturato fino a 20 milioni di euro anche se  il 10% fattura più di 100, questa è una tendenza che denota la disponibilità da parte di alcune marche industriali di partecipare al business del Trade anche in qualità di co-packer (lampante l&#8217;esempio della Pasta Agnesi che fa la pasta Esselunga).</p>
<p><a href="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella6.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1165" title="a-tabella6" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella6.png" alt="" width="500" height="193" /></a></p>
<p>Poco meno del 50% opera nell&#8217;alimentare confezionato, mentre un altro 26% nel fresco e del freschissimo. Circa il 10% è attivo nel freddo, il 5,6% nella cura della persona, poi sono stati rilevati altri settori tra cui il pet-food che hanno una quota significativa del 10,5%.</p>
<p><a href="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella7.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1166" title="a-tabella7" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/a-tabella7.png" alt="" width="500" height="173" /></a></p>
<p>La produzione media è di oltre 300 referenze, mentre le insegne clienti a livello di singolo co-packer sono 7/8. Sotto il profilo del fatturato, ogni referenza genera circa 340.000 euro. E&#8217; pero importante rilevare il grado di concentrazione del fatturato prodotto dalla singola referenza, basti pensare che le prime 5 referenze in portafoglio generano quasi il 47% del fatturato (era vicino al 30% nel 2007), e le prime 10 realizzano poco più del 50% del fatturato complessivo. Quanto mai variegata la numerica dei co-packer per insegna. La media è 135, ma solo 5 insegne su 12 si trovano sopra questa soglia con un minimo di 154 fornitori e un massimo di 335. Le altre 8 insegne sotto la media presentano un campo di variazione compreso tra un massimo di 126 fornitori e un minimo di 20, a denotare la poca  maturità della Private Label in Italia se si escludono le insegne Leader. L&#8217;ampiezza del campo di variazione è particolarmente visibile nell&#8217;analisi per reparto. La massima ampiezza si registra nell&#8217;alimentare confezionato dove il numero di fornitori oscilla da un minimo di 8 a un massimo di 162 con una media di 61. Il campo di variazione nell&#8217;alimentare confezionato è in aumento. Stabili, invece, gli altri principali reparti, fra i quali spicca il fresco a peso fisso con una forchetta min/max di 1/90 e una media di 29 fornitori. Il campo di oscillazione si restringe nei reparti caratterizzati da maggior concentrazione produttiva: si va da un minimo di 1 a un massimo di 50 nel beverage, che si riduce a 1/5 nel petfood dove la media dei fornitori è 3 rispetto agli 11 del beverage.</p>
<p>Un quadro di grosse novità quindi quello che emerge dall&#8217;analisi dei dati del 2008.<br />
Il 2009, caratterizzato dalla crisi economico-finanziaria e dalle profonde modificazioni che stanno subendo i comportamenti di acquisto dei consumatori, sta portando altrettante profonde modificazioni anche nel mercato della PL, che analizziamo negli articoli di questo numero di GDONews.</p>
<p>[fonti: MARKUP, IlSole24ore; IRI]</p>
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		<title>Private Label Vs Industria di Marca: le creme solari sono un terreno difficile per la PL</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 20:16:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Private Label]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Private Label trovano talvolta un terreno di scontro anche su prodotti estremamente stagionali e di altissima rotazione, ciò comporta che nel breve periodo di permanenza sui lay out trovano come insidia anche le pressioni promozionali dei Brand. Le creme solari ed in generale tutta l&#8217;offerta che era rivolta alla protezione del corpo, sono sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1183" title="creme_solari" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/creme_solari.jpg" alt="" width="200" height="134" />Le Private Label trovano talvolta un terreno di scontro anche su prodotti estremamente stagionali e di altissima rotazione,  ciò comporta che nel breve periodo di permanenza sui lay out trovano come insidia anche le pressioni promozionali dei Brand. Le creme solari ed in generale tutta l&#8217;offerta che era rivolta alla protezione del corpo, sono sempre stati considerati  prodotti dove l&#8217;affidamento al Brand era sinonimo di sicurezza. In verità, con l&#8217;evoluzione delle attitudini d&#8217;acquisto, anche terreni più &#8220;delicati&#8221; per prodotti unbranded o a marchio d&#8217;insegna sono diventati interessanti ambiti di business. E bisogna dire che il consumatore nell&#8217;affidarsi a questi prodotti, in realtà, non rischia molto. Infatti Altroconsumo, da noi spesso presa come riferimento per<span id="more-1181"></span> le valutazioni del prodotto intrinseco, e sempre dalla parte esclusiva del consumatore, ha analizzato con test specifici la bontà delle caratteristiche di un pacchetto di prodotti di protezione solari più conosciuti, ed anche qui ne sono uscite di sorprese.</p>
<p><a href="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/creme.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1204" title="creme" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/07/creme.png" alt="" width="500" height="478" /></a></p>
<p>In primo luogo una precisazione tecnica, la protezione dei prodotti solari è essenzialmente rivolta a due obbiettivi: da un lato proteggere la pelle dalle scottature del sole, quindi dalla sofferenza fisica immediata provocata dai raggi solari. Dall&#8217;altro proteggere dalle malattie della pelle, soprattutto quelle cancerogene, oltre all&#8217;invecchiamento della pelle. I raggi solari pericolosi, filtrati dalla atmosfera terrestre, sono i raggi Uv-A e UV-B. I primi, che penetrano molto più in profondità nella pelle, sono i principali artefici dell&#8217;invecchiamento della pelle anche se meno dannosi a livello di scottature, i secondi sono invece quelli che scottano e pericolosi per i melanomi. Recenti studi hanno dimostrato che i filtri (creme) solari proteggono bene contro i raggi UV-B, ma poco contro i raggi UV-A, i maggiori responsabili dell&#8217;invecchiamento solare.  Altroconsumo ha fatto il suo test ed ha spiegato che il miglior acquisto è la crema solare della Garnier Ambre Solaire. I principali Brand, conosciuti come leader nel settore, sono in effetti considerati da Altroconsumo i più affidabili per la protezione, ma la Crema Coop è giudicato dalla rivista come il miglior acquisto. Certo, nella protezione dai raggi Uv-B non raggiungono le prestazioni della Garnier, Biotherm, L&#8217;Oreal  e Lancome , ma è preferito a &#8220;istituzioni&#8221; del settore come Clinians, Piz Buin e Lancaster e Collistar. La crema solare della Lidl CIEN SUN, in assoluto la meno costosa, non raggiunge in effetti gli standard qualitativi per garantire la giusta protezione. Nemmeno la crema Auchan, secondo Altroconsumo, raggiunge standard di protezione sufficienti. Inoltre il test verifica la qualità della foto stabilità, cioè con la capacità del prodotto di non alterarsi al cambiamento della luce e del calore. Successivamente il test verifica la resistenza all&#8217;acqua dove il prodotto a marchio Auchan , qui sì, si comporta in maniera eccellente. Relativamente alla qualità dell&#8217;utilizzo il test verifica, poi, la capacità di idratazione, ovvero il potere idratante a distanza di 2,4 e 6 ore dall&#8217;applicazione. Infine viene giudicata la perdita di prodotto, ovvero in mancato utilizzo del prodotto che giunto al fondo non riesce ad essere utilizzato, provocando una perdita anche economica: è curioso sapere che mediamente circa l&#8217;11% del prodotto non viene utilizzato perché difficile estrarre, laddove i virtuosi perdono comunque il 5-7%. Eclatante il caso del prodotto Collistar che perde circa il 21% di prodotto, pari a circa 5 euro di costo.</p>
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