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	<title>GDO News &#187; Food</title>
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	<description>Grande Distribuzione Organizzata Novità Analisi e Dibattiti</description>
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		<title>Olio extravergine: il 40% presenta tracce di muffa</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 21:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’analisi su campioni di olio vergine ed extravergine di oliva acquistati nei supermercati ed esaminati dall’Agenzia delle dogane italiane, ha evidenziato la presenza di muffe in oltre il 40 per cento delle bottiglie in vendita. E’ quanto è emerso dalla prima indagine sulla qualità degli oli di oliva in vendita in Italia effettata da Coldiretti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4425" title="olio_extravergine_oliva" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/11/olio_extravergine_oliva.jpg" alt="" width="210" height="214" />Un’analisi su campioni di olio vergine ed extravergine di oliva acquistati nei supermercati ed esaminati dall’Agenzia delle dogane italiane, ha evidenziato la presenza di muffe in oltre il 40 per cento delle bottiglie in vendita. E’ quanto è emerso dalla prima indagine sulla qualità degli oli di oliva in vendita in Italia effettata da Coldiretti, Symbola e Unaprol, in occasione della presentazione del progetto “GeniusOlei”, dalla quale si evidenzia peraltro che il 16 per cento delle bottiglie contiene olio derivante da olive alterate e l’8 per cento addirittura rancido.<br />
Il dato non solo è allarmante, ma francamente incredibile. Coldiretti, in una nota, evidenzia come più della metà delle bottiglie di olio esaminate debba essere declassato e non potrebbe quindi essere venduto come extravergine. Dall’analisi sono stati esclusi quelli a denominazione di origine (Dop) e quelli ottenuti al 100 per 100 da olive italiane, ma compresi oli di grande diffusione.<br />
Va peraltro segnalato che secondo l&#8217;indagine in quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia, che contengono miscele di diversa origine, è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate, nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta. Per non cadere nella trappola del mercato il consiglio di Coldiretti, Symbola e Unaprol è quello di guardare con diffidenza ai prezzi eccessivamente bassi che non coprono neanche il costo delle olive, come dimostrano i numerosi e preoccupanti casi di sequestri di olio deodorato a basso prezzo effettuati dalle autorità di controllo. Considerando che una confezione da un litro di un buon olio extra vergine di oliva, prodotto al 100% con olive italiane, non potrebbe costare, mediamente al consumo, sullo scaffale di un supermercato, meno di 6 euro.<br />
In Italia si producono in media 500mila tonnellate di olio di oliva che per il 60 per cento è venduto come extravergine per un totale di circa 300mila tonnellate. Di queste quasi un terzo per un totale di 100mila tonnellate sono destinate all’autoconsumo e alle vendite dirette. Inoltre l’Italia è il principale importatore mondiale di olio di oliva per un totale di 470 mila tonnellate all’anno che vengono spesso miscelate alla produzione nazionale e alimentano i consumi nazionali di 700mila tonnellate e le esportazioni di circa 250mila tonnellate all’anno. La produzione nazionale si concentra in Puglia (35 per cento), Calabria (33 per cento), Sicilia (8 per cento), Campania (6 per cento), Abruzzo (4 per cento), Lazio (4 per cento), Toscana (3 per cento) e Umbria (2 per cento). Sono 40 gli oli italiani a denominazione di origine riconosciuti dall’Unione Europea.<br />
“E’ scandaloso che in un Paese come l’Italia che ha conquistato primati mondiali nella qualità dell’extravergine i cittadini siano costretti a consumare con l’inganno prodotti scadenti che potrebbero anche mettere a rischio la salute”, ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “vale la pena di impegnarsi nell’intensificazione dei controlli anche sulle grandi marche nell’interesse dei consumatori e di quello dei tanti olivicoltori colpiti duramente dalla contraffazione, ma anche perché si tratta di un settore strategico per l’economia, il Made in Italy, il turismo e l’ambiente, a protezione del rischio di dissesto idrogeologico.</p>
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		<title>Coca Cola contro Pepsi sfida eterna: in Australia battaglia legale sulla forma della bottiglia</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 11:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si parla di pubblicità comparativa, non si può non parlare di Coca Cola vs Pepsi. Da anni negli Stati Uniti gli spot comparativi dei due noti brand internazionali hanno fatto il giro del mondo (grazie anche a Youtube). Una (la Pepsi) ex leader di mercato in patria e prima in Medio Oriente (con una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3713" title="coke-vs-pepsi" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/10/coke-vs-pepsi.jpg" alt="" width="200" height="150" />Quando si parla di pubblicità comparativa, non si può non parlare di Coca Cola vs Pepsi. Da anni negli Stati Uniti gli spot comparativi dei due noti brand internazionali hanno fatto il giro del mondo (grazie anche a Youtube). Una (la Pepsi) ex leader di mercato in patria e prima in Medio Oriente (con una quota di mercato del 75%) e con quote maggiori alla storica rivale in India, l’altra (Coca Cola) leader in Nord America, Australia e in Europa. Una eterna sfida alla conquista dei mercati dove sono presenti che fino ad oggi si è combattuta a suon di spot, dove la Pepsi ha fin dall’inizio puntato sulle grandi star musicali, a partire da un giovane Michael Jackson fino a Britney Spears, Mariah Carey, Ray Charles e molti altri ancora (come le Spice Girls nelle campagne pubblicitarie in terra britannica).<br />
In USA, secondo i rapporti Beverage Digest, Coca Cola ha toccato il<span id="more-3709"></span> 35% di quota di mercato, contro il 32.9% di PepsiCo, e la sfida tra i due colossi sembra tutt’altro che ferma. Secondo una ricerca di mercato della società HighBeam, Coca Cola negli ultimi 4 anni ha investito in comunicazione 3 volte di più di Pepsico e quest’ultima è tornata in queste settimane all’attacco con ingesnti investimenti pubblicitari in patria, tornando a puntare di nuovo sulle star musicali e, per questo, è anche diventata sponsor ufficiale dell’X Factor americano (oltre 13 milioni di spettatori nelle prime due puntate andate in onda). Non solo, ha prodotto nuovi spot dove si ritrovano tutte le star del passato e del presente che sono state legate al noto brand e ha lanciato una sfida: il nuovo volto della campagna spot Pepsi arriverà proprio da X Factor. Il vincitore infatti si aggiudicherà il ruolo di nuovo testimonial (di seguito uno spot riepilogativo di quelli che stanno facendo il giro delle tv americane in queste settimane) per lo spot che verrà trasmesso nel SuperBowl del 2012.<br />
Cronaca di questi giorni anche la sfida tra i due big in Australia, dove si sta procedendo addirittura per vie legali presso la corte federale di Melbourne. Il motivo? <img class="alignleft size-full wp-image-3711" title="Coca-Pepsi" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/10/Coca-Pepsi.jpg" alt="" width="300" height="222" />Coca Cola (che detiene il 70% di quota di mercato) ha accusato Pepsi di vendere la sua bevanda in una bottiglia troppo simile alla famosa Contour di Coca Cola, così da confondere i consumatori nella scelta e per questo ne chiede il ritiro dal mercato. Ma in Australia Pepsi ha una bottiglietta simile a quella della Coca Cola già dal 2007 e con il proprio logo in evidenza, così una docente di diritto della Swinburne University, esperta in materia, interpellata dalla stampa australiana fa notare che la bottiglietta della Pepsi per quanto sinuosa è chiaramente identificata dal suo logo e pertanto è difficile sbagliarsi. Chi la spunterà? Questa volta non sarà il successo di uno spot a decretare il vincitore, ma direttamente un tribunale.. e la sfida continua..</p>
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		<title>Uova di Pasqua, aumenti fino al 20% per il cacao</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 22:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Coop Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Arriva l&#8217; impennata anche sui prezzi dei listini dell&#8217;irrinunciabile uovo di Pasqua. E&#8217; una rilevazione fatta la scorsa settimana dal Codacons. L&#8217;aumento per il consumatore dell&#8217;uovo di cioccolato può sfiorare il 20%, che sia di marca o low cost, il costo è alle stelle: il 9,3% in più per un uovo medio di marca, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2794" title="uovo" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/04/uovo.jpg" alt="" width="154" height="180" />Arriva l&#8217; impennata anche sui prezzi dei listini dell&#8217;irrinunciabile uovo di Pasqua. E&#8217; una rilevazione fatta la scorsa settimana dal Codacons. L&#8217;aumento per il consumatore dell&#8217;uovo di cioccolato può sfiorare il 20%, che sia di marca o low cost, il costo è alle stelle: il 9,3% in più per un uovo medio di marca, il 9,7% non di marca rispetto al 2010. Il risparmio c&#8217; è nei supermercati e ipermercati in media del 30% rispetto ai negozi tradizionali, e il 50% negli hard discount. Gli aumenti sono il risultato del rigonfiamento dei prezzi e delle speculazioni su cacao e zucchero, chiarisce Marco Donzelli, presidente del Codacons.<br />
Con il prezzo del cacao cresciuto vertiginosamente per i problemi di leadership della Costa dAvorio, che è il primo produttore mondiale, e lo zucchero la cui corsa agli aumenti si è fermata solo a febbraio. E avverte: il commercio abusa di queste pressioni nei prezzi nei mercati dove si può far leva sul benessere delle famiglie. Le aziende hanno chiesto variazioni nel listino dal 4 al 10%, anche se Coop è impegnata contenerne il peso sul consumatore, conferma Francesco De Rose<span id="more-2793"></span>, category manager di Coop Italia per il settore dolciario, e racconta che a determinare il prezzo finale è anche il tipo di sorpresa, i costi di trasporto e del packaging e, quest&#8217;anno, aumenti a due cifre riguardano anche i prodotti da forno come colombe.</p>
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		<title>Vini: nella GDO il 2010 è stato un anno lievemente negativo, ma ci sono segmenti in crescita</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 22:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2010 è stato un anno difficile anche per il mercato del vino. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;anteprima dell&#8217;indagine sulle vendite di vino nella Grande Distribuzione realizzata dall&#8217;istituto di ricerca SymphonyIRI Group per conto di Veronafiere, che verra&#8217; presentata a Vinitaly (Verona 7-11 aprile 2011). Il dato totale delle vendite del vino confezionato (vino in bottiglia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2723" title="scaffale_vino_supermercato" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2011/03/scaffale_vino_supermercato-300x195.jpg" alt="" width="210" height="137" />Il 2010 è stato un anno difficile anche per il mercato del vino. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;anteprima dell&#8217;indagine sulle vendite di vino nella Grande Distribuzione realizzata dall&#8217;istituto di ricerca SymphonyIRI Group per conto di Veronafiere, che verra&#8217; presentata a Vinitaly (Verona 7-11 aprile 2011). Il dato totale delle vendite del vino confezionato (vino in bottiglia, da tavola e a denominazione d&#8217;origine, e vino brik) nel 2010 rispetto all&#8217;anno precedente e&#8217; negativo, facendo segnare &#8211; 0,9% a volume (+ 0,4% a valore).<br />
Crescono, invece, le vendite delle bottiglie da 0,75 l. a denominazione d&#8217;origine (Doc, Docg e Igt) che aumentano del 2,3% a volume ( e del 3% a valore). Ancor più significativo l&#8217;aumento delle vendite delle bottiglie a denominazione d&#8217;origine della fascia di prezzo da 6 euro in su, che mettono a segno un + 11,2% a volume ( e + 10,8% a valore).<br />
&#8220;I dati sulle vendite di vino nella Grande Distribuzione non sono positivi &#8211; ha commentato Virgilio Romano Client Services Director di SymphonyIRI Group &#8211; possiamo parlare di una battuta di arresto rispetto alle speranze di fine 2009, ma lo scenario macroeconomico non ha aiutato. Va sottolineata, tuttavia, l&#8217;ottima performance dei vini a denominazione d&#8217;origine, specie quelli di fascia alta, a conferma della crescita registrata negli ultimi anni: gli italiani <span id="more-2722"></span>acquistano sempre più anche il vino di qualità nella distribuzione moderna, preferendo questo canale distributivo rispetto ad altri, e non rinunciano al piacere dell&#8217;acquisto dei vini tipici e di nicchia&#8221;.<br />
Ma la Grande Distribuzione puo&#8217; giocare un ruolo positivo per aiutare le cantine a superare l&#8217;attuale momento di stallo del mercato nazionale? Se ne parlerà nel convegno &#8220;Dalla vigna allo scaffale&#8221; che Veronafiere ha organizzato a Vinitaly l&#8217;8 aprile, cui parteciperanno esperti, produttori e distributori e dove SymphonyIRI presentera&#8217; la sua ricerca completa.<br />
La ricerca di SymphonyIRI Group per Vinitaly indica anche quali sono stati i vini a denominazione d&#8217;origine piu&#8217; acquistati dagli italiani nel 2010 nel canale della Gdo, che e&#8217; largamente il canale piu&#8217; consistente con piu&#8217; del 60% delle vendite totali del mercato.<br />
Le classifiche, realizzate incrociando i dati relativi a tipologia di vino e territorio per i vini a denominazione d&#8217;origine in bottiglia, vedono il Chianti ed il Lambrusco dividersi il podio, col Chianti che vende di più a valore (più di 54 milioni di euro) ed il Lambrusco che vende di più a volume (più di 14 milioni di litri). Seguono il Nero d&#8217;Avola ed il Montepulciano d&#8217;Abruzzo.<br />
Interessanti novita&#8217; si affacciano nella classifica dei vini &#8220;emergenti&#8221;, cioè quei vini col maggior tasso di crescita nel 2010 rispetto al 2009: al primo posto il Pignoletto con + 24,8%, seguito dal &#8220;multi regionale&#8221; Syrah (+ 18,7%) e dal siciliano Inzolia (+ 16%). Va notato che compaiono in questa speciale classifica, assai indicativa per individuare i trend di consumo, vini che non erano in questa classifica l&#8217;anno scorso come Aglianico, Vernaccia, Ciro&#8217; e Valpolicella.</p>
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		<title>Mozzarella Blu, coinvolta anche Granarolo ?</title>
		<link>http://www.gdonews.it/2010/07/mozzarella-blu-coinvolta-anche-granarolo.html</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 22:21:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa C. Grillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scandalo della &#8220;mozzarella blu&#8221; prosegue ed emergono nuovi protagonisti. Riportiamo un articolo de La Stampa di Grazia Longo sulle novità di questa settimana. Da quando, un mese fa, è esploso lo scandalo della mozzarelle blu, l’unica consolazione a cui ci siamo aggrappati è che in fondo si trattava di prodotti tedeschi. E invece no. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2134" title="mozzarelle-blu" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/06/mozzarelle-blu.jpg" alt="" width="141" height="136" />Lo scandalo della &#8220;mozzarella blu&#8221; prosegue ed emergono nuovi protagonisti. Riportiamo un articolo de La Stampa di Grazia Longo sulle novità di questa settimana.</p>
<blockquote><p>Da quando, un mese fa, è esploso lo scandalo della mozzarelle blu, l’unica consolazione a cui ci siamo aggrappati è che in fondo si trattava di prodotti tedeschi. E invece no. Non sono sicure neppure quelle italiane: sono appena state scoperte due mozzarelle color puffo, realizzate dal colosso caseario bolognese Granarolo.<br />
La rivelazione è targata Torino. Le mozzarelle con il marchio Granarolo sono state acquistate all’ipermercato Auchan di Rivoli, alle porte del capoluogo piemontese. Il caso è già al vaglio del procuratore Raffaele Guariniello, <span id="more-2219"></span>titolare dell’inchiesta, e gli esami dell’Istituto zooprofilattico confermano che la causa dell’insolita colorazione è sempre lo Pseudomonas fluorescens. Un batterio che tende a virare al blu e che prolifera a velocità e in quantità enorme se esistono carenze igieniche nell’acqua. Non a caso, proprio l’altro ieri, i test microbilogici realizzati dal perito della procura torinese confermano l’uso di acqua sporca per la confezione delle mozzarelle incriminate.<br />
Ma in questo caso avevamo a che fare con le confezioni della ditta tedesca Milchwerk Jäger di Haag, in Alta Baviera. Ora invece l’allarme ci tocca più da vicino ed è messo in crisi uno dei fiori all’occhiello dei prodotti alimentari made in Italy. La Granarolo è una delle società più importanti del settore. Com’è possibile che anche le sue mozzarelle diventino blu? Sulle confezioni sequestrate a Torino c’è scritto chiaramente che viene utilizzato latte italiano. Perché allora hanno la stessa caratteristiche di quelle dell’azienda Milchwerk Jäger? Le indagini sono ancora in corso, tuttavia agli inquirenti risulta un legame tra le due industrie. La Granarolo acquista dalla collega tedesca materiale per «lavorare» alcuni prodotti.<br />
La risposta, quindi, potrebbe forse trovarsi nel passaggio di derivati made in Germany. La stessa Milchwerk Jaeger, tramite l’avvocato ferrarese Gaetano Forte, sottolinea in una nota «la presenza del batterio Pseudomonas fluorescens ha riguardato situazioni di tenore analogo relative anche ad altre aziende dentro e fuori il territorio nazionale». I tedeschi, contestualmente alle indagini dei carabinieri del Nas e della procura torinese, hanno provveduto al ritiro dal mercato delle mozzarelle a rischio.<br />
Resta da vedere come si muoverà ora la Granarolo. Orgogliosi della qualità della loro attività, reclamizzano prodotti buoni e sicuri (chi non ricorda il simpatico slogan della mucca Lola?). Resta da chiarire come si sia potuto verificare lo spiacevole episodio delle mozzarelle blu. Guariniello, quindi, si trova a dover giocare su un doppio tavolo. Quello internazionale, dove sta attendendo una risposta alla richiesta di rogatoria. E quello casalingo, per verificare le responsabilità del caseificio bolognese, di cui è stata già inoltrata notizia alle autorità regionali e ministeriali.<br />
Le ipotesi di reato sono sempre due. La violazione della legge del 1962 sugli alimenti e il commercio di prodotti pericolosi per la salute e la frode in commercio. Finora, sono state iscritte nel registro degli indagati dieci persone: due tedeschi e otto importatori e distributori italiani. Si attendono nuovi sviluppi.</p></blockquote>
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		<title>Evviva la mozzarella blu. Lettera di Roberto Masu</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 23:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa lettera di Robero Masu, ex direttore commerciale di Conad Nazionale, poi fondatore di TMS &#8211; Trade Marketing Studio, società che si occupa di formazione per aziende industriali e della Grande Distribuzione Organizzata. Buongiorno caro direttore, sono Roberto Masu della Best Business Group di Bologna e come lei sa mi occupo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa lettera di Robero Masu, ex direttore commerciale di Conad Nazionale, poi fondatore di <a href="http://www.trademarketing.it/" target="_blank">TMS &#8211; Trade Marketing Studio</a>, società che si occupa di formazione per aziende industriali e della Grande Distribuzione Organizzata.</p>
<blockquote><p><img class="alignleft size-full wp-image-1041" title="Masu" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/06/masu.jpg" alt="" width="108" height="116" />Buongiorno caro direttore, sono Roberto Masu della Best Business Group di Bologna e come lei sa mi occupo da molti anni di distribuzione come consulente e formatore. Leggo sempre volentieri la sua rivista on line e ogni tanto le scrivo sia per complimentarmi per la tempestività della pubblicazione di notizie interessanti sia per esprimerle la mia condivisione su quanto lei spesso afferma.<br />
Questa volta però non condivido assolutamente il suo rammarico espresso commentando il caso dela mozzarella “blu”. A mio avviso ci voleva ! Ci voleva eccome !<br />
Ci voleva uno scandaletto che, come quelli precedenti, ogni tanto ci riporti tutti, istituzioni, produttori, distributori e consumatori a considerare il cibo che ci nutre una cosa importante per la salute e non solo una specie<span id="more-2147"></span> di “benzina” che ci fa camminare e vivere.<br />
Forse potremmo farlo anche per qualche anno di più consumando cibi genuini ed igienicamente migliori, ma perché preoccuparsi!&#8230;. quello che conta è non turbare i rapporti comunitari, (se la Germania si arrabbia….) aumentare la produttività delle imprese (si potrebbe arrabbiare la Marcecaglia), vendere a prezzi imbattibili (come potrebbe svilupparsi Lidl o Sosty) e spendere sempre meno per la spesa alimentare (come si potrebbe andare a New York a Natale!?) .<br />
Evviva! Tutti felici e avanti con la mozzarella blu, e poi rossa e verde (una volta tagliate devono assumere possibilmente i colori della nostra bandiera. Come potrebbero altrimenti chiamarsi Malga Paradiso, Fattorie Torresina e Monteverdi….)<br />
Ma lamentarsi non serve a niente ed essendo io una persona concreta voglio fare delle serie proposte ,segnalazioni e raccomandazioni a tutti gli “attori” del mercato alimentare che spero possano essere condivise anche da altri suoi lettori.<br />
<strong>A chi ci governa in Italia e in Europa propongo</strong>: fare una legge che disponga la chiusura immediata per almeno un mese dello stabilimento che produce cibi dannosi alla saluta pubblica e impedisca ai suoi amministratori di continuare a produrre prodotti alimentari per almeno cinque anni. Di introdurre ,almeno nella scuola dell’obbligo, una materia che insegni ai bambini (le nuove generazioni) come si producono gli alimenti e quali sono le loro qualità.<br />
<strong>Ai produttori ricordo</strong>: si diventa grandi anche e sopratutto attraverso la serietà e la qualità di ciò che si produce, Barilla,Ferrero,Granarolo,Rovagnati e tanti altri produttori italiani lo dimostrano.<br />
<strong>Ai distributori consiglio</strong>: analizzare attentamente l’evoluzione delle quote di mercato della distribuzione italiana degli ultimi dieci anni. Si accorgeranno che il “supermercato di qualità” (specie quello proposto da Conad e Esselunga) è quello che ha avuto maggior successo.<br />
<strong>Ai consumatori suggerisco</strong>: acquistare prodotti di marche note o i prodotti a marca dei distributore (quelli delle Insegne di livello nazionale) per i quali il “controllo della “filiera produttiva” è costante.<br />
<strong>Ed infine ai genitori (e nonni)</strong>: insegnare ai propri figli (o nipoti) che per fare il vino bisogna aver piantato una vigna molti anni prima, far crescere della buona uva, curarla e proteggerla, raccoglierla, pigiarla e il ricavato farlo invecchiare in buone botti. Tutto questo lavoro va ripagato e non può bastare 1 euro per poterne acquistare un litro.<br />
Per ottenere una buona mozzarella che una volta sconfezionata non diventi quella dei Puffi bisogna far nascere un vitellino ,crescerlo con del buon foraggio, mungerlo tutti i giorni per poi far cagliare il latte, lavorarlo con maestria ed infine ottenere questa delizia della gastronomia Italiana che si chiama MOZZARELLA che e un’altra cosa rispetto a quella che vendono i discount.</p></blockquote>
<p>Riceviamo e pubblichiamo: aggiornamento del 13/07/2010</p>
<blockquote><p><strong><span style="text-decoration: underline;">Almeno chiedete scusa !</span></strong></p>
<p><strong></strong>Caro Direttore,sono ancora io (Dott Roberto Masu n.d.r.).<br />
Dopo averle spedito la mia lettera &#8220;evviva la mozzarella blu&#8221; e averla (bontà sua) riletta sulle sue news, mi sono accorto di una imperdonabile dimenticanza.<br />
Tra le &#8220;sanzioni&#8221; di cui suggerivo l&#8217;emanazione da parte di chi ci governa ho dimenticato forse la cosa più importante.<img class="alignright size-full wp-image-2180" title="mozzesselunga" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/07/mozzesselunga.jpg" alt="" width="216" height="288" /><br />
Bisognerebbe che una legge imponesse ad ogni commerciante, catena,o gruppo che ha messo in vendita prodotti nocivi alla salute (e sequestrati) l&#8217;esposizione per almeno trenta giorni di un cartello ben visibile in cui siano riportate le &#8220;scuse&#8221; alla clientela, l&#8217;avvenuto delisting del fornitore coinvolto e la promessa di intensificare i controlli perche non accada più.<br />
Qualcuno, anche se parzialmente, lo ha già fatto (vedi foto allegata).</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>La GDO asiatica apre al Made in Italy alimentare in Cina</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 15:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[I prodotti del Made in Italy avranno più spazio sulle tavole cinesi, grazie all’accordo di distribuzione firmato il 15 marzo dall’italiana Agenzia per la Cina, agenzia pubblico-privata senza fini di lucro, e Tianjin Foodstuff, colosso della distribuzione cinese quotato in Borsa con un fatturato di 800 milioni di euro. Per Agenzia per la Cina «è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1704" title="made in italy" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/03/made-in-italy.png" alt="" width="160" height="190" />I prodotti del Made in Italy avranno più spazio sulle tavole cinesi, grazie all’accordo di distribuzione firmato il 15 marzo dall’italiana Agenzia per la Cina, agenzia pubblico-privata senza fini di lucro, e Tianjin Foodstuff, colosso della distribuzione cinese quotato in Borsa con un fatturato di 800 milioni di euro. Per Agenzia per la Cina «è stato fatto un ulteriore decisivo passo sulla via del rafforzamento dei canali di distribuzione attraverso i quali i prodotti dell’agroalimentare italiano potranno arrivare sulle tavole cinesi. Ora infatti il Made in Italy agroalimentare può contare su una capillare piattaforma distributiva multicanale dai supermercati ai ristoranti su tutto il territorio cinese. Nella prima fase birra, vino, spumante e prosciutto faranno da apripista alle altre eccellenze della cucina italiana».<br />
In realtà per il Prosciutto di Parma &#8211; spiega il Consorzio &#8211; a poco più di un anno dall’apertura del mercato cinese «il bilancio delle vendite è ancora esiguo, perciò ben vengano iniziative volte a favorire la distribuzione del prodotto». «Il fatto è che manca la cultura del prodotto &#8211; aggiunge il Consorzio -, in Cina non si consuma il pane né si usa<span id="more-1703"></span> mangiare carne cruda. Va fatta promozione, abbiamo già partecipato alle maggiori fiere alimentari cinesi ma bisogna ancora lavorare molto. Con questo accordo ci sentiamo un pò più supportati». «Sono soddisfatto &#8211; commenta il ministro Zaia &#8211; che il lavoro di dialogo e collaborazione che abbiamo avviato con le autorità cinesi nel campo della qualità agroalimentare stia portando ai primi risultati concreti».</p>
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		<title>Vino, nel 2009 aumenta la vendita della denominazione d&#8217;origine</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 15:25:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Tornano a crescere nell&#8217;anno 2009 le vendite di vino a denominazione d&#8217;origine nei supermercati, dopo la stasi del 2008, con una crescita del 3,9% in volume e del 4,9% in valore rispetto all&#8217;anno precedente. Lo riferisce l&#8217;anteprima della ricerca che l&#8217;istituto IRI Infoscan ha svolto per conto di Veronafiere e che verra&#8217; presentata per intero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1695" title="vini" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/03/vini.jpg" alt="" width="160" height="189" />Tornano a crescere nell&#8217;anno 2009 le vendite di vino a denominazione d&#8217;origine nei supermercati, dopo la stasi del 2008, con una crescita del 3,9% in volume e del 4,9% in valore rispetto all&#8217;anno precedente. Lo riferisce l&#8217;anteprima della ricerca che l&#8217;istituto IRI Infoscan ha svolto per conto di Veronafiere e che verra&#8217; presentata per intero a Vinitaly (8-12 aprile,www.vinitaly.com). I primi dati gia&#8217; consentono di tracciare un bilancio dell&#8217;andamento nel 2009 delle vendite di vino nella Grande Distribuzione (Gdo), fornendo statistiche sulle vendite di vino confezionato, delle bottiglie a denominazione d&#8217;origine, del vino da tavola, delle &#8220;bollicine&#8221; e delle mezze bottiglie. A questi si aggiungono le ormai<span id="more-1694"></span> tradizionali classifiche, nazionali e regionali, dei vini piu&#8217; venduti nella Gdo, si vedano le 4 tabelle allegate.</p>
<p>Dalla ricerca emerge che l&#8217;italiano medio sceglie sempre piu&#8217; di acquistare tra gli scaffali del supermercato le bottiglie di vino a denominazione d&#8217;origine (Doc, Docg, Igt) spendendo in media 3 euro a bottiglia: non solo aumentano del 3,9% le vendite delle bottiglie da 0,75 lt, ma cresce la fascia di prezzo da 5 euro in su, facendo registrare un aumento dell&#8217;8,5% (in volume). Al contrario, le vendite di vino &#8220;da tavola&#8221; registrano una flessione del &#8211; 2,1%. Bene le bollicine con un aumento medio del 3,3% in volume (cala lo champagne ed aumenta del 5,3% lo spumante italiano metodo classico). Non sfondano invece le mezze bottiglie, le cui vendite nei supermercati scendono del 6% (sempre in volume).</p>
<p>Ma quali sono i vini piu&#8217; venduti nella Grande Distribuzione? La classifica di Iri Infoscan, realizzata incrociando i dati relativi a tipologia di vino e territorio per i vini a denominazione d&#8217;origine in bottiglia da 0,75 l. (Doc, Docg, Igt) vede trionfare ai primi tre posti Lambrusco, Chianti e Montepulciano d&#8217;Abruzzo. Tra i vini emergenti, cioe&#8217; quelli con maggior tasso di crescita, troviamo ai primi tre posti il Negroamaro, il Syrah ed il Bianco di Custoza.</p>
<p>[Via AGI]</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Private Label in Italia: matura ma non troppo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 20:19:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carrefour]]></category>
		<category><![CDATA[Conad Leclerc]]></category>
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		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
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		<description><![CDATA[Il tema della penetrazione della Private Label nel mercato della Distribuzione italiana è attualissimo e va analizzato a dovere. Anche nei commenti dei nostri lettori si ravvisano, da un lato le tensioni nel verificare che il &#8220;vecchio cliente&#8221; oggi è diventato &#8220;agguerrito competitor&#8221;, dall&#8217;altro la soddisfazione di chi lavora in imprese il cui fatturato è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-719" title="Meneghini" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/03/andre.jpg" alt="" width="145" height="145" />Il tema della penetrazione della Private Label nel mercato della Distribuzione italiana è attualissimo e va analizzato a dovere. Anche nei commenti dei nostri lettori si ravvisano, da un lato le tensioni nel verificare che il &#8220;vecchio cliente&#8221; oggi è diventato &#8220;agguerrito competitor&#8221;, dall&#8217;altro la soddisfazione di chi lavora in imprese il cui fatturato è oggi tenuto in piedi proprio dalla produzione per uno o più Distributori Alimentari. Si è parlato ampliamente dell&#8217;effetto che può aver avuto il cambio della moneta (Lira/Euro) prima e la crisi poi nell&#8217;adeguamento del consumatore italiano a quello europeo nell&#8217;accettare l&#8217;offerta di Private Label, e sempre si è giunti alla medesima conclusione: sicuramente sia l&#8217;effetto Euro che la crisi hanno avuto la loro influenza nei cambiamenti delle attitudini al consumo, ma non sono state le cause. Bisogna fare una necessaria<span id="more-1174"></span> considerazione iniziale: allo Start Up la Private Label nel nostro Paese è spesso stata presentata dai Distributori in una forma distorta, ovvero come prodotto da considerarsi di primo prezzo nel mix assortimentale dell&#8217;offerta. Qualche nostro lettore ha fatto, con ragione, in un post una simile considerazione, ed in effetti  la Private Label non ha e non ha avuto questa esclusiva caratteristica in nessuna parte del mondo. L&#8217;evoluzione, ma prima ancora della domanda (del consumatore), soprattutto dell&#8217;offerta (del trade) ha fatto da volano alla crescita esponenziale della Private Label. Questa evoluzione ha portato ad una logica maturazione del consumatore che ha sua volta si è sentito così rassicurato e più deciso nell&#8217;attivare le medesime logiche di acquisto della Private Label anche per l&#8217;offerta Discount; un binomio solido e particolare ma illuminante di una strategia di successo: quello di farsi portatori di Brand (nel caso del format Discount si parla soprattutto di marchi di fantasia esclusivi) e quindi di analisi di capitolati in partnership con l&#8217;industria. Questo è il punto, il cambiamento concettuale della struttura dell&#8217;offerta, la cui origine risiede nel cambio delle struttura funzionale del management del Trade, cioè il passaggio da una filosofia di mero acquisto ad una di category management da un lato, e parallelamente lo sviluppo intenso dei format di grandi superfici a sostegno della conquista di quote di mercato, assieme al passaggio dai format medio piccoli con assortimenti essenziali a spazi medio grandi con assortimenti più profondi, hanno dato vita a nuove idee di affermazione del Brand d&#8217;insegna. La Private Label è infatti uno dei mezzi con cui il Retailer vuole conquistare un rapporto di fiducia esclusivo con il consumatore, che non è più fatto solo di cortesia e convenienza, ma anche di analisi di tendenze al consumo, analisi e concezione di offerta di prodotti di qualità a prezzi convenienti grazie all&#8217;apporto dell&#8217;industria (il copacker spesso è appartenente alla piccola e media impresa) che trasferisce il know-how necessario sui prodotti oggetto dell&#8217;offerta. La Marca Commerciale è quindi un indispensabile strumento di comunicazione, una comunicazione fattiva, che si sostanzia nell&#8217;offerta esclusiva di prodotti che devono trovare il gradimento del consumatore e quindi un rapporto di inevitabile relazione fiduciaria ed esclusiva. I dati procurati dal rapporto sulla PL (2007-2008), realizzato dal Comitato tecnico-scientifico di Marca e da IRI-Infoscan (vedi  GDONews questa settimana) ci danno una fotografia confortante dello stato dell&#8217;essere: la Marca Privata, nonostante la differenza strutturale della GDO nostrana rispetto a quella europea, cresce cercando di adeguarsi agli standard dei Paesi più maturi a livello di distribuzione alimentare ( oggi vediamo che si è attestata al 12,2% del fatturato totale GDO Italia), infatti è pur vero che la Private Label nel Regno Unito ha una quota di mercato superiore al 30,5 % ma la concentrazione delle insegne è molto più profonda rispetto al nostro Paese (78% contro il 55% dell&#8217;Italia), stesso discorso vale per la Spagna, che ha una quota di Private Label pari al 30% ma le prime 5 insegne superano il 60% , ed il 40% del 60% è costituito dalle insegne Francesi. Proprio in Francia i formati e la concentrazione permettono da diverso tempo un profondo sviluppo della Marca Commerciale (26% di quota). L&#8217;Italia sta facendo passi da gigante, grazie ai francesi che portano il loro 30% di quota sia sul versante Carrefour che su quello Auchan, però grazie anche alla Private Label di Coop Italia che a fine anno 2008 ha raggiunto la quota del 25,2%, a Conad Leclerc che ha superato il 15% lo scorso anno e quest&#8217;anno ha in mente l&#8217;offerta sui  layout di circa mille referenze nel non food a marchio d&#8217;insegna. Insomma tutto ciò denota come la Grande Distribuzione italiana ha poco da invidiare ai francesi e spagnoli. Diverso è invece il discorso per la Germania e il Regno Unito. La prima non ha una quota di mercato determinante se si considera la Marca Commerciale in senso stretto (12,7%) , ma questa esclude l&#8217;offerta dei Brand di fantasia esclusivi dei Discounter, altrimenti la quota crescerebbe immediatamente al 30% , infatti non vi sono dubbi nel considerare il consumatore tedesco un prototipo del consumatore moderno. Il Regno Unito rappresenta invero lo specchio di quello che saranno tra qualche anno le Private Label europee e mondiali. Nell&#8217;isola britannica il Retailer sviluppa una costruzione piramidale degli assortimenti a Brand d&#8217;insegna (Tesco docet) dove il concetto chiave viene espresso  attraverso una costruzione di assortimento di Private Label che abbia in se le declinazioni good-better-best ( buona-migliore-ottima), ovvero chiudendo il cerchio della scala delle categorie indipendentemente dalle Marche Industriali. Per capire la maturità del mercato inglese è sufficiente ricordare che davanti all&#8217;avanzare incessante del Discount tedesco nella propria terra nel corso dello scorso anno, che noi di GDONews abbiamo sempre tempestivamente documentato, Tesco  nel periodo settembre 2008 &#8211; febbraio 2009 ha attivato una nuova linea a marchio d&#8217;insegna Discount , denominata &#8220;Tesco Value&#8221; , perlopiù vestita di bianco, con circa 450 referenze solo nei primi mesi di start up. Pare che complessivamente, in un solo semestre, le vendite della nuova linea abbiano raggiunto, secondo quanto riferito dal Ceo Terry Leahy, un livello di incassi superiore al giro d&#8217;affari di Aldi Uk (a 2,9% di quota di mercato a metà aprile 2009, in rapida crescita). Il che equivale a poco meno del 10% del fatturato del leader. Il successo discount di Tesco, confermato dalla probabile apertura in Scozia di un Tesco Discount Store, andrà ora contestualizzato in ottica di sostenibilità e strategia di bilancio. Però questo è il punto: la Private Label, una volta matura nel suo rapporto con il consumatore, ha un potere comunicativo tale da richiamare a sé i consumatori nomadi riconquistando le eventuali quote perdute. In quest&#8217;ottica chiudo il mio pensiero riproponendo la domanda fatta da Luigi Rubinelli, direttore del nostro partner Mark up (vedi GDONews questa settimana): la Private label è in errore? Può fare di più?</p>
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		<title>Private Label Vs. Industria di Marca: i detersivi in polvere sotto i raggi X di Altroconsumo, che sorprese!</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 22:10:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo questa settimana una nuova analisi svolta dalla rivista &#8220;Altroconsumo&#8221; relativa al segmento detersivi. L&#8217;indagine, compiuta sempre &#8220;dalla parte del consumatore&#8221;, consapevolmente o meno tocca uno dei pilastri del category delle multinazionali. Infatti sulla detergenza si scontrano quotidianamente, in maniera orizzontale, i Big dell&#8217;industria di Marca, ed in maniera verticale le blasonate multinazionali della categoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1052" title="Detersivo Coop" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/06/detersivo-coop.jpg" alt="" width="250" height="156" />Pubblichiamo questa settimana una nuova analisi svolta dalla rivista &#8220;Altroconsumo&#8221; relativa al segmento detersivi. L&#8217;indagine, compiuta sempre &#8220;dalla parte del consumatore&#8221;, consapevolmente o meno tocca uno dei pilastri del category delle multinazionali. Infatti sulla detergenza si scontrano quotidianamente, in maniera orizzontale, i Big dell&#8217;industria di Marca, ed in maniera verticale le blasonate multinazionali della categoria e (in questo caso) la povera Grande Distribuzione. Ebbene, nessuno ci crederà, all&#8217;inizio nemmeno lo scrivente, ma le Private Label della GDO ne escono a testa altissima mettendo così in evidente imbarazzo i Brand blasonati.<br />
Detersivi in polvere per lavatrici<span id="more-1033"></span>: classifica per qualità:</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1046" title="tabelledetersivi" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/06/tabelledetersivi.png" alt="" width="500" height="416" /></p>
<p>L&#8217;indagine, come si evince dalla tabella di cui sopra, analizza una serie di parametri che misurano l&#8217;efficacia del prodotto.  La prima cosa che si nota in maniera evidente è che nei primi tre posti in graduatoria di qualità ci sono tre marche del distributore, nell&#8217;ordine Coop, Auchan ed Esselunga offrono al consumatore, secondo Altroconsumo , un prodotto qualitativamente superiore a tutti; dei tre il detersivo Coop è il miglior prodotto, cade solo nello scolorimento, parametro dove cadono praticamente tutti. Gli ultra blasonati Dixan e Dash (con il vincente e convincente slogan &#8221; più bianco non si può&#8221;) non superano il test di pulizia dei polsini e collo. Naturalmente il prezzo MEDIO in euro è fortemente a vantaggio dei tre prodotti di Private Label che sono tra loro allineati (0,18 € per lavaggio), la forbice che li distacca dai due Brand è del 37% nel caso di Dixan ( 0,29 €), del 25% nel caso di Dash (0,24 €). Il miglior acquisto risulta il prodotto a marchio di fantasia Dexal di Eurospin, che non è efficace come i tre sopraccitati ma ha un rapporto qualità prezzo formidabile ( 58% sotto Dixan e 33% sotto le tre PL leader). Il prodotto Eurospin, sul prezzo, viene battuto solo da Lidl (0,11 € per lavaggio) che, però, offre un prodotto qualitativamente basso. Fanalini di coda di questa classifica stilata da Altroconsumo sono nell&#8217;ordine Sole, Scala e Spuma di Champagna. Se questa classifica oggi venisse letta prima di un rinnovo contrattuale, o semplicemente durante una fase di contrattazione di acquisto per semplice approvvigionamento, l&#8217;industria si potrebbe trovare in difficoltà. E&#8217; vero che gli investimenti pubblicitari ( il cui costo si può evincere dai prezzi appena esposti) danno i loro risultati indipendentemente dalle tabelle di Altroconsumo, sempreché queste rimangano sconosciute ai più. In uno dei post dei nostri lettori è stato scritto a proposito della  &#8220;cattiva gestione della pl dal trade, all&#8217;inizio il messaggio era stato quello di prodotto a basso costo, messaggio inconscio di qualità inferiore rispetto alla marca, resisi conto dell&#8217;errore hanno provato a riposizionare l&#8217;immagine, ma come sempre vale il detto che hai una sola opportunità per fare una buona prima impressione&#8221;. Il nostro acuto lettore mi trova completamente d&#8217;accordo, se non si fosse fatto questo errore iniziale oggi il potere contrattuale nei confronti dei Brand potrebbe essere differente. Nel prossimo numero GDONews inizierà una profonda analisi della Private Label assieme al partner MARK UP, parallelamente continuerà a mettere sotto la lente di ingrandimento gli studi analitici di Altroconsumo per capire, tutti insieme, a che punto del guado è arrivata la gestione della Private Label italiana. Nel comparto detersivi in polvere, roccaforte dei Brand, la PL come si è visto a fatto passi da gigante.</p>
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