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	<title>GDO News &#187; Cina</title>
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	<description>Grande Distribuzione Organizzata Novità Analisi e Dibattiti</description>
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		<title>Carrefour cresce nei mercati emergenti, ma non senza difficoltà</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2011 23:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carrefour]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Risultati dei gruppi]]></category>

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		<description><![CDATA[Come abbiamo già scritto, e come viene confermato in questi giorni dai risultati finaziari 2010, Carrefour vive un momento di stagnazione in europa da un lato e di ottima crescita nei mercati emergenti (Brasile +13,2% e Argentina +23,8%, Cina +14,7%). Non sempre però le cose vanno lisce come l’olio. In questi giorni ben 11 filiali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2282" title="carrefour" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/09/carrefour.jpg" alt="" width="140" height="109" />Come abbiamo già scritto, e come viene confermato in questi giorni dai risultati finaziari 2010, Carrefour vive un momento di stagnazione in europa da un lato e di ottima crescita nei mercati emergenti (Brasile +13,2% e Argentina +23,8%, Cina +14,7%).<br />
Non sempre però le cose vanno lisce come l’olio. In questi giorni ben 11 filiali del Gruppo francese in Cina sono finite nel mirino delle autorità locali impegnate a contenere un&#8217;inflazione che preoccupa (4,6% in dicembre, ma gli economisti concordano sul fatto che sia una sottostima). Nei negozi<span id="more-2606"></span> incriminati (ma è successo anche in 3 Wal-Mart) i prezzi sono stati trovati &#8220;illegalmente gonfiati&#8221;: sarebbero stati aumentati i prezzi di partenza per poi simulare un grosso sconto e attirare clienti.<br />
Ora la Commissione deciderà le sanzioni che si annunciano pesanti.</p>
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		<title>L’azienda non paga? Emanuele Plata bloccato in Cina. il caso Crai Beijing [AGGIORNATO]</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 23:23:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Restare bloccati per mesi in un Paese dall’altra parte del mondo a causa di debiti non pagati dall’azienda. E’ quanto sta accadendo a Emanuele Plata, presidente di Crai Beijing che dallo scorso aprile non può lasciare la Cina per colpa di passivi accumulati da Piazza Italia, food center italiano gestito da Crai Beijing. Plata è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2528" title="piazza italia" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/11/piazza-italia.jpg" alt="" width="250" height="167" />Restare bloccati per mesi in un Paese dall’altra parte del mondo a causa di debiti non pagati dall’azienda. E’ quanto sta accadendo a Emanuele Plata, presidente di Crai Beijing che dallo scorso aprile non può lasciare la Cina per colpa di passivi accumulati da Piazza Italia, food center italiano gestito da Crai Beijing. Plata è conosciutissimo nel mondo della GDO, è sempre stato considerato un manager di successo, direttore commerciale di Heineken Italia prima, poi Amministratore Delegato di Carapelli alla fine degli anni &#8217;90, per poi arrivare alla guida di CRAI sino a quando decide di mettersi a capo dell&#8217;ambizioso progetto Piazza Italia in Cina, evento che fu raccontato a suo tempo anche su Mark Up con un articolo del Direttore Luigi Rubinelli. Il caso, portato alla luce da ItaliaOggi, ha dell’incredibile.<br />
Tutto comincia nel 2007 quando, con l’interessamento dell’allora ministro delle politiche agricole, Paolo de Castro, nasce Tac (Trading Agro Crai), spa con soci tutti attivi nell’agroalimentare come i supermercati Crai, Consorzio Grana Padano, i produttori di vini Cavit, Conserve Italia, San Daniele<span id="more-2517"></span> Service, Frantoi artigiani d&#8217;Italia, Boscolo Etoile e lo stesso Plata. L’anno successivo Tac decide di investire nel mercato cinese costituendo la Crai Beijing, partecipata al 39% anche dal Simest, società italiana per le imprese all&#8217;estero controllata dal ministero per lo Sviluppo economico. Sul progetto si investe molto, ma i primi debiti e i costi di formazione del personale sono di gran lunga superiori al previsto. E così, dopo nemmeno due anni, i soci decidono di mettere in liquidazione Tac che a fine anno registra debiti per 4,3 milioni di euro. In liquidazione &#8211; scrive il quotidiano economico &#8211; finisce naturalmente anche la Crai Beijing, fonte primaria di tutti i guai della controllante. La situazione critica viene ben delineata dal liquidatore della Tac, Bruno Calzia che il 26 aprile 2010 rende nota anche la situazione di Emanuele Plata, costretto a rimanere in Cina. Secondo le leggi locali, infatti, finché la società non paga i creditori, i suoi manager non si possono muovere dal Paese. Tra i creditori di Tac, racconta Plata a ItaliaOggi, c’è il proprietario dell’immobile (tre piani e 3.600 mq a Pechino) “per svariati milioni di euro, dal momento che abbiamo 5 o 6 mesi di affitto in arretrato”.</p>
<p><strong>AGGIORNAMENTO DEL 30/11/2010</strong><br />
L&#8217;ufficio stampa di Crai ci ha comunicato che il Dott. Plata è rientrato in Italia nelle scorse settimane. Non ci sono però informazioni su come si sia evoluta la vicenda e come si sia sbloccato il contenzioso con le autorità cinesi. Non appena avremo informazioni al riguardo ne riparleremo.</p>
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		<title>Carrefour: dismissioni in Asia e risultati 2010</title>
		<link>http://www.gdonews.it/2010/09/carrefour-dismissioni-in-asia-e-risultati-2010.html</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2010 19:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acquisizioni e fusioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carrefour]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Risultati dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[Tesco]]></category>

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		<description><![CDATA[Carrefour ha da pochi giorni iniziato l’asta, che si concluderà a fine anno, per gli asset messi in vendita in Tailandia, Malesia e Singapore, che constano di circa 61 strutture di vendita. L’operazione dovrebbe portare nelle casse del colosso francese circa un miliardo di dollari. Lo riferiscono fonti vicine alla vicenda, citate dal Wall Street [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-844" title="carrefour" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2009/04/carrefour-300x201.jpg" alt="" width="240" height="161" />Carrefour ha da pochi giorni iniziato l’asta, che si concluderà a fine anno, per gli asset messi in vendita in Tailandia, Malesia e Singapore, che constano di circa 61 strutture di vendita. L’operazione dovrebbe portare nelle casse del colosso francese circa un miliardo di dollari. Lo riferiscono fonti vicine alla vicenda, citate dal Wall Street Journal. Tra i pretendenti figurano la francese Casino Sa, l&#8217;asiatica Dairy Farm International Holdings e soprattutto la britannica Tesco che mira a consolidare la sua presenza in Asia. Tesco, infatti, è già presente sia in Tailandia (13% di quota di mercato) e in Malesia (10% di quota di mercato).<br />
L’intenzione di Carrefour non è comunque quella di abbandonare i mercati emergenti asiatici.<br />
Il gruppo francese aprirà il suo primo outlet in India per novembre a Nuova Delhi e, al pari della statunitense Wal-Mart, mira a vendere direttamente nel subcontinente ma la normativa locale è molto restrittiva riguardo agli ipermercati di <span id="more-2246"></span>compagnie straniere, salvo quelli di prodotti monomarca. La legge indiana intende infatti tutelare i piccoli commercianti e le botteghe a conduzione familiare. Non avrà quindi vita facile.<br />
In Cina Carrefour ha fatto causa alla catena cinese Anhui Jiale per violazione della concorrenza. La Anhui Jiale avrebbe usurpato il marchio di Carrefour avendo illegalmente usato il logo “Jialefu”, versione cinese di “Carrefour”. Il tribunale ha accettato l&#8217;esposto e il processo, iniziato il 18 agosto, è tuttora in corso. Carrefour ha chiesto alla Corte di ordinare alla Jiale di cambiare il logo e pagare a Carrefour 6 ilioni di yuan come risarcimento danni.<br />
Per quanto riguarda la situazione finanziaria generale, la catena francese è tornata in attivo archiviando il primo semestre con un utile netto di 82 milioni di euro. Nello stesso periodo dell&#8217;anno scorso Carrefour aveva accusato una perdita netta di 54 milioni. Il risultato è però inferiore alle attese degli analisti, che avevano messo in conto un utile di 292 milioni di euro. Il fatturato è cresciuto del 6% a 43,73 miliardi di euro.</p>
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		<title>NON FOOD: la Cina ed il suo strapotere nell’esportazione, siamo all&#8217;inizio della fine?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 22:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa C. Grillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>
		<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2011" title="cinaprod" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/05/cinaprod.jpg" alt="" width="175" height="175" />Un evento importante, ma apparentemente innocuo, sta accadendo in queste ore in Cina: due grossi impianti della giapponese Honda, nella provincia cinese del Guandong, sono chiusi a causa di uno sciopero degli operai, che chiedono migliori condizioni di lavoro e un aumento di stipendio. Dopo anni a lavorare 12 ore al giorno per sei giorni a settimana hanno deciso di incrociare le braccia.<br />
Cosa c’entra con la Grande Distribuzione?<br />
Nei supermercati di tutto il mondo i prodotti di provenienza cinese sviluppano fatturati straordinari occupando la maggior parte degli spazi del non alimentare (a partire da Wal Mart che acquista quasi esclusivamente il non-food in Cina) grazie soprattutto alla eccezionale competitività che scaturisce dal basso costo del lavoro, oltre che dalla qualità dello stesso. Ebbene questo avvenimento merita di essere citato perché potrebbe essere la miccia che fa esplodere una<span id="more-1987"></span> situazione oramai insostenibile; la maggior parte degli scioperanti della fabbrica Honda sono ventenni, rappresentano la nuova generazione di lavoratori appena usciti dalle scuole superiori. Gente che non era neanche nata quando l&#8217;esercito della Repubblica Popolare reprimeva nel sangue gli scontri di Piazza Tienanmen nel 1989, quando si chiedeva “soltanto” più democrazia. In Cina, nella Cina delle metropoli del Guandong, i giovani approdano da tutte le regioni del Paese per un futuro migliore: sono laureati, dinamici, organizzati e con una voglia matta di “occidentalizzarsi” anche senza Facebook (oscurato dal Governo cinese). Chi lavora con gli occidentali conosce tutto di noi, abitudini, guadagni, stili di vita, e non accetta la sua condizione. Il dettaglio è che oggigiorno moltissimi giovani trapiantati per motivi di lavoro in quelle regioni, che lavorano con aziende produttrici per multinazionali straniere, non accettano più le loro condizioni lavorative e iniziano, silenziosamente ma non troppo, a ribellarsi. E&#8217; di questi giorni la notizia che in un&#8217;altra nota fabbrica della stessa area, la Foxconn, che produce iPhone e iPad per Apple, ci sarebbero stati addirittura una decina tentativi di suicidio da parte di giovanissimi dipendenti stressati dalle condizioni di lavoro.<br />
Il Governo, nel caso Honda, ha preferito diffondere la notizia dello sciopero contro una multinazionale giapponese, Paese ancora rivale per motivi storici, ma adesso ha chiuso alla stampa ogni possibilità di raccontare ciò che sta succedendo per non fomentare la situazione, già compromessa dall’inflazione galoppante non compensata dagli adeguamenti salariali. Sarà troppo tardi? Chissà se è l’inizio della fine, della fine dello strapotere cinese, ma allo stesso tempo l&#8217;inizio di una nuova era: il ritorno all&#8217;Europa ( e per alcune merceologie alla Turchia) come regione dai costi generali più convenienti, oppure lo sviluppo di una nuova area produttiva come l&#8217;Africa, attraverso l&#8217;aiuto di capitali cinesi?</p>
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		<title>La GDO asiatica apre al Made in Italy alimentare in Cina</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 15:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Food]]></category>

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		<description><![CDATA[I prodotti del Made in Italy avranno più spazio sulle tavole cinesi, grazie all’accordo di distribuzione firmato il 15 marzo dall’italiana Agenzia per la Cina, agenzia pubblico-privata senza fini di lucro, e Tianjin Foodstuff, colosso della distribuzione cinese quotato in Borsa con un fatturato di 800 milioni di euro. Per Agenzia per la Cina «è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1704" title="made in italy" src="http://www.gdonews.it/wp-content/uploads/2010/03/made-in-italy.png" alt="" width="160" height="190" />I prodotti del Made in Italy avranno più spazio sulle tavole cinesi, grazie all’accordo di distribuzione firmato il 15 marzo dall’italiana Agenzia per la Cina, agenzia pubblico-privata senza fini di lucro, e Tianjin Foodstuff, colosso della distribuzione cinese quotato in Borsa con un fatturato di 800 milioni di euro. Per Agenzia per la Cina «è stato fatto un ulteriore decisivo passo sulla via del rafforzamento dei canali di distribuzione attraverso i quali i prodotti dell’agroalimentare italiano potranno arrivare sulle tavole cinesi. Ora infatti il Made in Italy agroalimentare può contare su una capillare piattaforma distributiva multicanale dai supermercati ai ristoranti su tutto il territorio cinese. Nella prima fase birra, vino, spumante e prosciutto faranno da apripista alle altre eccellenze della cucina italiana».<br />
In realtà per il Prosciutto di Parma &#8211; spiega il Consorzio &#8211; a poco più di un anno dall’apertura del mercato cinese «il bilancio delle vendite è ancora esiguo, perciò ben vengano iniziative volte a favorire la distribuzione del prodotto». «Il fatto è che manca la cultura del prodotto &#8211; aggiunge il Consorzio -, in Cina non si consuma il pane né si usa<span id="more-1703"></span> mangiare carne cruda. Va fatta promozione, abbiamo già partecipato alle maggiori fiere alimentari cinesi ma bisogna ancora lavorare molto. Con questo accordo ci sentiamo un pò più supportati». «Sono soddisfatto &#8211; commenta il ministro Zaia &#8211; che il lavoro di dialogo e collaborazione che abbiamo avviato con le autorità cinesi nel campo della qualità agroalimentare stia portando ai primi risultati concreti».</p>
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		<title>Cina: scenari del prossimo futuro</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 15:08:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Prospettive della GDO]]></category>

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		<description><![CDATA[Parlando di NON FOOD: alzi la mano chi non compra in Cina. Tutte le aziende, dalle multinazionali ai piccoli produttori, per non parlare dei distributori hanno contatti (spesso aziende in proprietà) e relazioni importanti con la Cina. Il motivo è lapalissiano, è legato al costo della mano d&#8217;opera principalmente. Ebbene il Paese dei giochi olimpici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlando di NON FOOD: alzi la mano chi non compra in Cina. Tutte le aziende, dalle multinazionali ai piccoli produttori, per non parlare dei distributori hanno contatti (spesso aziende in proprietà) e relazioni importanti con la Cina. Il motivo è lapalissiano, è legato al costo della mano d&#8217;opera principalmente. Ebbene il Paese dei giochi olimpici sta vivendo un periodo di contraddizioni e tensioni interne spaventose, ma anche di emergenti problemi economici che possono cambiare l&#8217;ordine dei fattori che sino ad oggi hanno visto aumentare le relazioni tra aziende italiane ed aziende cinesi.<br />
In Italia, chi compra si sarà accorto che il prezzo dei prodotti è aumentato negli ultimi 8 mesi di percentuali che variano dal 20% al 80%, sino ad oggi pur aumentando i nostri listini di pochissimo (massimo 5%) si è potuto resistere all&#8217;urto degli incrementi, ma se gli stessi continuassero a questo ritmo per altri 2 anni cosa succederebbe?<br />
Perché questa situazione?<br />
L&#8217;inflazione cinese è stata del 7,1%, e del 7,7% in maggio. Ma resta alta, nonostante il governo tenga fermi i prezzi di alimenti, carburante e altri prodotti essenziali. Inoltre i prezzi per i produttori sono cresciuti dell&#8217;8,8% a seguito degli aumenti di materie prime ed energia, record da oltre 10 anni, e si teme che questi maggiori costi saranno poi traslati sui consumatori. La Cina sta attraversando la peggior crisi energetica della sua storia dopo che nel 2007 sono state chiuse una miriade di piccole miniere di carbone che, però, producevano il 38% del fabbisogno per la produzione di elettricità. I costi dell&#8217;energia elettrica sono raddoppiati negli ultimi mesi. Di questa situazione ne risentono ovviamente le aziende ed i loro costi, ma anche le famiglie che non vedono i loro salari aumentare in proporzione. Danny Lau, presidente della Associazione delle piccole e medie imprese di Hong Kong, prevede che le ditte di Hong Kong potrebbero chiudere o spostare altrove 20mila delle 70mila fabbriche che hanno nel Guangdong. La produzione di merci per l&#8217;esportazione dà lavoro ad almeno 45 milioni di cinesi.  Li Xiaochao, portavoce dell&#8217;Ufficio statistico nazionale, osserva che comunque i prezzi &#8220;sono ancora a un livello troppo alto: se i prezzi resteranno alti a lungo&#8230;, sarà colpito il benessere della popolazione, soprattutto quella con basso reddito&#8221;. La maggioranza della popolazione spende per mangiare oltre la metà del reddito e il governo teme che eccessivi aumenti inneschino proteste di piazza, che vuole evitare durante le Olimpiadi. Oltre ad alimenti ed energia aumenta il costo delle abitazioni, cresciuto a giugno dell&#8217;8,2% nelle 70 maggiori città<br />
Soluzioni: le aziende cinesi già oggi si stanno organizzando, ed iniziano a ridisegnarsi il loro ruolo: ovvero si propongono come mediatori tra le aziende italiane, loro clienti sino ad oggi, ed aziende cinesi situate in zone meno &#8220;tese&#8221; sotto il profilo dell&#8217;insoddisfazione della popolazione. Oppure, come afferma Danny Lau, presidente della Associazione delle piccole e medie imprese di Hong Kong, le stesse aziende cinesi approfondiranno il filone (già iniziato) di terziarizzare la mano d&#8217;opera in Vietnam, il vero paese emergente. Ma esiste sempre un costo di transazione. Che fare? Se l&#8217;industria italiana non vuole essere fagocitata dall&#8217;ondata inflattiva cinese deve organizzarsi adesso e non aspettare che gli eventi siano già tali da dover giocare in difensiva senza applicare le migliori strategie.</p>
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		<title>Dove deve investire la GDO? Interessantissima indagine pubblicata dal “Sole 24 Ore” on line</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 15:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>

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		<description><![CDATA[Il risultato, a prima vista del tutto sorprendente, ma che a meglio guardare si fonda su solide basi, è quello dell&#8217;edizione 2008 di Emerging opportunities for Global retailers, lo studio che ogni anno la società internazionale di consulenza A.T.Kearney effettua per valutare le potenzialità di mercato dei vari paesi. Quest&#8217;anno, il solito testa a testa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il risultato, a prima vista del tutto sorprendente, ma che a meglio guardare si fonda su solide basi, è quello dell&#8217;edizione 2008 di Emerging opportunities for Global retailers, lo studio che ogni anno la società internazionale di consulenza A.T.Kearney effettua per valutare le potenzialità di mercato dei vari paesi. Quest&#8217;anno, il solito testa a testa tra Cina e India non c&#8217;è stato per la semplice ragione che questi due paesi, pur occupando le prime posizioni della classifica, hanno leggermente rallentato la loro crescita e cominciano anche ad accusare un maggior affollamento di retail. Il Vietnam, invece, presenta tutte le caratteristiche ideali per un retailer globale: consumi in grande sviluppo, costi immobiliari bassi, scarsa presenza di competitor. L&#8217;indice con cui A.T.Kearney stila la sua graduatoria è un mix di quattro fattori: il rischio Paese, l&#8217;attrattività del mercato (la propensione all&#8217;aumento dei consumi degli abitanti), la saturazione (presenza di retailer) e il fattore tempo (cioè la necessità di entrare il più rapidamente possibile sul mercato). Il Vietnam ha vinto perché il reddito pro capite dei suoi abitanti sta crescendo più rapidamente degli altri paesi del Sud Est Asiatico, grazie all&#8217;aumento esponenziale delle industrie, in parte delocalizzate dalla Cina, dove il costo del lavoro sta diventando troppo alto per produzioni a basso valore aggiunto e dove i maggiori controlli sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche rischiano di far traslocare i produttori con meno scrupoli. Sta crescendo, inoltre, una fiorente imprenditoria locale.<br />
Asia<br />
Continua la crescita a ritmi sostenuti di tutto il continente, con aumenti medi del Pil intorno al 7%. Il Vietnam è un mercato da 20 miliardi di euro, una cifra ancora molto bassa, ma che cresce ogni anno a due cifre e oltretutto con bisogni soddisfatti da retailer di Filippine, Thailandia e Malesia. Il primo ingresso di retailer internazionali si è avuto con una joint venture tra Metro, Casino e Parkson, che hanno dato vita a Best Denki. Con una crescita prevista per il 2007 del 7% l&#8217;enorme mercato indiano (511 miliardi di dollari il valore del commercio) mantiene intatte le sue prospettive, anche se le major della distribuzione mondiale (come Wal-Mart, Tesco e Carrefour) sono già presenti, sia pure con programmi d&#8217;affiliazione, sul territorio. A differenza della Cina, dove il divieto di avere più di un figlio per coppia rischia di portare a seri problemi demografici nei prossimi decenni, l&#8217;India ha un&#8217;impressionante percentuale di giovani: un terzo degli abitanti oggi ha meno di 15 anni. La Cina rimane ancora una grande opportunità, perché solo il 5% degli acquisti è oggi effettuato presso strutture della gdo internazionale; si tratta, però, di un mercato molto frammentato e con diseguaglianze sociali ed economiche.<br />
Medio Oriente<br />
Il futuro, probabilmente, vedrà un balzo in avanti dei paesi beneficiati dalle quotazioni sempre più elevate del greggio: Marocco, Tunisia, Arabia Saudita e Algeria vedranno nell&#8217;analisi di A.T.Kearney un aumento della loro attrattività. In particolare, le prospettive appaiono brillanti per l&#8217;Arabia Saudita: la crescita dell&#8217;immobiliare e del turismo porterà presumibilmente i retailer internazionali a puntare su questo paese. Oggi sono già presenti Casino e Carrefour, ma i 35 pdv che complessivamente detengono appaiono ben lontani dal soddisfare le esigenze del paese. Ottime prospettive anche per l&#8217;Egitto, che sta dando vita a una serie di riforme del modello economico e a nuove infrastrutture.<br />
Sud America<br />
Buona la situazione economica nel Sud America, soprattutto per i produttori di materie prime energetiche; la nazione più interessante è il Brasile, passato in un solo anno dalla ventesima alla nona posizione. Qui i consumi appaiono in crescita soprattutto grazie alle politiche sociali propugnate dal presidente Lula e per il massiccio arrivo d&#8217;investimenti stranieri, saliti nel 2007 del 100% rispetto all&#8217;anno precedente. I retailer internazionali ci sono ma controllano solo il 25% del mercato. Analoga la situazione del Cile, che oggi interessa i retailer soprattutto perché ha un basso rischio paese e una situazione economica completamente sotto controllo.<br />
Est Europa<br />
Per la Russia è boom. Il paese occupa la terza posizione della classifica, scavalcando la Cina; è ancora una destinazione di primario interesse per i retailer, dato che il 60% dell&#8217;incremento del Pil (8% annuo) finisce direttamente nel commercio al dettaglio. Ci sono però alcuni fattori negativi: l&#8217;inflazione, che deriva in parte proprio dal boom del commercio, e l&#8217;opacità del mercato immobiliare. Molto meno brillante, invece, appare il futuro per le repubbliche nate dalla diaspora dell&#8217;Urss, compresi i tre stati baltici.</p>
<p>[da <a HREF="http://www.b2b24.ilsole24ore.com/articoli/0,1254,24s2403_ART_91174,00.html?lw=2403;1">ilsole24ore.com di Gino Pagliuca</a>]</p>
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		<title>Alleanza nella GDO contro i dazi su eco lampadine cinesi</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 14:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Alessandro Foroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Tesco]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di giganti della grande distribuzione europea si sono coalizzati insieme per spingere l’Unione europea a eliminare i dazi sulle lampadine fluorescenti compatte o Cfl (Compact fluorescent lamps) provenienti dalla Cina. Un’azione, spiegano, che potrebbe contribuire ad abbassarne i costi del 66 per cento (tanto, infatti, incidono le tariffe Ue sul costo finale delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un gruppo di giganti della grande distribuzione europea si sono coalizzati insieme per spingere l’Unione europea a eliminare i dazi sulle lampadine fluorescenti compatte o Cfl (Compact fluorescent lamps) provenienti dalla Cina. Un’azione, spiegano, che potrebbe contribuire ad abbassarne i costi del 66 per cento (tanto, infatti, incidono le tariffe Ue sul costo finale delle lampadine ecoefficienti).<br />
Una tale mossa potrebbe dare un importante contributo alla politica europea sul taglio delle emissioni climalteranti e fare risparmiare alle famiglie 2 miliardi di euro sulle bollette elettriche se solo ciascuna di esse ne utilizzasse una al posto dei vecchi “bulbi” a incandescenza.<br />
Nell’alleanza figurano la britannica Tesco, la svedese Ikea, e la danese Philips, quest&#8217;ultima direttamente interessata in quanto tra i massimi produttori europei di lampadine<br />
Le tariffe “anti dumping” sulle lampadine a basso consumo energetico sono state introdotte nel 2002 per proteggere i produttori di lampade fluorescenti compatte. Il fatto è che la maggior parte delle lampadine provenienti dalla Cina sono prodotte da aziende europee che hanno delocalizzato nella Repubblica Popolare. Perciò, chi come la Philips, si oppone ai dazi sostiene che sono ormai anacronistici.<br />
Altri, invece, come il colosso tedesco Osram, della Siemens, che ha puntato soprattutto sulla produzione domestica, hanno interesse a mantenere le misure protezionistiche di Bruxelles.<br />
Insomma, sembra di capire che dietro questa battaglia, più che la difesa dell’ambiente ci sia la difesa di interessi commerciali fortissimi.</p>
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		<title>ASDA richiama migliaia di alberi di Natale</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2006 17:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>M. Pautasso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[Non Food]]></category>

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		<description><![CDATA[Le migliaia degli alberi di Natale venduti dal gruppo inglese Asda stanno rientrando alla base a causa di un guasto elettrico potenzialmente mortale rilevato nelle loro luci. Asda ha chiesto ai suoi clienti di rinviare più di 10.000 alberi che ha venduto nei negozi in tutto il paese. Inoltre ha ritirato gli altri 50.000 dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le migliaia degli alberi di Natale venduti dal gruppo inglese Asda stanno rientrando alla base a causa di un guasto elettrico potenzialmente mortale rilevato nelle loro luci. Asda ha chiesto ai suoi clienti di rinviare più di 10.000 alberi che ha venduto nei negozi in tutto il paese. Inoltre ha ritirato gli altri 50.000 dalle mensole e dai magazzini. Un portavoce del gruppo ha detto che quattro clienti avevano restituito gli alberi di plastica protestando perchè alcune delle lampadine erano già state danneggiate prima di essere comprate. Questi alberi già danneggiati e messi in area vendita pare fossero pericolosi in quanto capaci di causare una scossa elettrica mortale se toccati una volta accesi. &#8220;Non abbiamo trovato affatto lampadine fracassate negli alberi che abbiamo controllato dentro i depositi ed in area vendita ma questo è quanto ci hanno riferito i clienti che li riportano”. “Escludiamo di vendere neppure un albero in grado di dare a qualcuno una scossa elettrica mortale perchè li abbiamo controllati tutti&#8221;, ha detto. ASDA, in ogni caso, ha ritirato i 50.000 prodotti dalle relativi mensole e depositi e sta offrendo un rimborso ai clienti che li restituiscono. Asda ha poi aggiunto che nessuno cliente era rimasto ferito. Il portavoce ha detto: &#8220;Malgrado i nostri canoni di qualità rigorosi, Asda ha verificato che le luci che illuminano gli alberi di Natale in vendita non rispondono ai nostri alti livelli, pur non essendo nemmeno mediocri&#8221;. Ha aggiunto che gli alberi, fabbricati in Cina, sono stati trasportati branded Asda, sono in verità prodotti e distribuiti da un&#8217;azienda asiatica.</p>
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		<title>Wal Mart affonda in Cina…ed in Europa?</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Oct 2006 23:35:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Andrea Meneghini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Risultati dei gruppi]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Wal Mart]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mercato che in prospettiva mondiale è ritenuto il più interessante e strategico è, manco a dirlo, quello della Cina. L’ultimo affare in ordine di tempo messo a segno in questo immenso territorio è stato compiuto dalla Wal Mart. Infatti ha siglato di recente un accordo per acquistare la catena cinese di ipermercati Trust-Mart per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mercato che in prospettiva mondiale è ritenuto il più interessante e strategico è, manco a dirlo, quello della Cina. L’ultimo affare in ordine di tempo messo a segno in questo immenso territorio è stato compiuto dalla Wal Mart. Infatti ha siglato di recente un accordo per acquistare la catena cinese di ipermercati Trust-Mart per circa un miliardo di dollari. Grazie a cui diventerà il primo gruppo straniero del comparto in Cina. La catena di Taiwan Trust-Mart ha cento punti vendita in Cina e nel 2005 ha registrato un giro d’affari di circa 13,2 miliardi di yuan, pari a 1,67 miliardi di dollari, che si andrà ad aggiungere a quello realizzato da Wal Mart, 9,9 miliardi di yuan. In questo modo la catena americana potrà scalzare dal primato i francesi di Carrefour, che hanno concluso il 2005 con un fatturato di 17,4 miliardi di yuan, e consolidare il primato nei confronti della tedesca Metro (7,5 miliardi di yuan). In Europa Wal Mart è presente ma non è leader da nessuna parte. Il mercato italiano è in grosso fermento intorno alla vicenda Esselunga, non solo, i numeri della Gdo nel nostro Paese sono molto allettanti: un fatturato che sfiora gli 80 miliardi di euro, per un settore che dà lavoro a 400mila dipendenti con un leader fortissimo nei propri confini ma poco significativo nel mercato europeo, prima ancora che mondiale. In Inghilterra la lotta Asda (Wal Mart) la sta facendo con Tesco, se andasse in Francia la farebbe con Carrefour, in Germania il mercato è molto particolare e diverso da tutti gli altri data la particolarità dei consumatori (che preferisco concetti di marketing molto essenziali con etichetta nazionale), ma in Italia il discorso sarebbe diverso, soprattutto se in vendita non c’è uno dei tanti piccoli gruppi ma il gruppo con la miglior redditività per metro lineare nel proprio territorio e quinto in europa. Allora la domanda viene spontanea: se Tesco e Esselunga sono stati definiti incompatibili dal patron Caprotti, come potrebbero essere in rapporti con Wal Mart?</p>
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