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Il “manifesto” di Adm: “Commercio, regole uguali per tutti”

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Ecco le 5 richieste chiave della Distribuzione moderna alla politica: concorrenza, legalità e certezza del diritto, rilancio dei consumi, politiche volte a favorire gli investimenti e la competitività, semplificazione del quadro normativo

C’è problema che più di altri tiene la grande distribuzione italiana sulla graticola: si chiama concorrenza. Un problema che a cascata se ne porta dietro altri – altrettanto ingombranti – come legalità e certezza del diritto, rilancio dei consumi, politiche attive per favorire investimenti e competitività, semplificazione del quadro normativo.

Problemi che Adm, l’associazione della distribuzione moderna – costituita da Federdistribuzione, Ancc Coop e Ancd Conad – ha illustrato un mese fa durante un’audizione al Senato e che ora ha tradotto in 5 richieste in vista delle prossime elezioni politiche. Si tratta di una sorta di “manifesto elettorale”, così lo definisce il presidente Giorgio Santambrogio, per capire chi – tra le forze politiche in campo – ha intenzione di sposarlo e di inserirlo nel proprio programma di governo.

Sono richieste sulle quali l’associazione, che riunisce circa 900 imprese che operano nella grande distribuzione organizzata (Dmo) in Italia, chiede “risposte certe” per poter garantire al settore una crescita costante e duratura nei prossimi anni. Adm scende in campo mettendo sul piatto i numeri, certificati da Ernst&Young, del “valore esteso” che la distribuzione moderna produce oggi per il sistema-Paese: 114 miliardi di euro di fatturato complessivi (food e no food), generati da 60 milioni di persone che ogni settimana acquistano nei super e ipermercati diffusi capillarmente su tutto il territorio nazionale.

Il contributo al Pil della Dmo è di 101 miliardi di euro (7%), di cui 63 miliardi realizzati indirettamente lungo la filiera, dando lavoro quasi esclusivamente a migliaia di imprese italiane – il 78% Pmi – che ogni giorno riforniscono gli scaffali dei punti vendita. La distribuzione moderna rappresenta, quindi, un polmone per l’economia del Paese perché nel contempo sostiene il 9% dell’occupazione italiana con 2 milioni di posti di lavoro tra indiretti, indotto e diretti (il 91% di questi ultimi a tempo indeterminato), investe 3 miliardi di euro sulla rete vendita e soprattutto versa alla Stato tasse per un valore di 30 miliardi di euro.

Forti di questi numeri, Adm alza la voce. La tempistica dell’affondo, però, non è casuale ma arriva alla vigilia del Black Friday, la giornata dei super sconti tipicamente statunitense, che cade sempre il venerdì successivo al giorno del Ringraziamento, cioè l’ultimo venerdì del mese di novembre. Appuntamento che solitamente viene preceduto una settimana prima dalla famosa “Black Week”, settimana nera, quando i big dell’e-commerce come Amazon e Ebay iniziano a fare degli ottimi sconti. “Sta qui il primo elemento di discriminazione: chi opera solo via e-commerce beneficia di un trattamento diverso rispetto a quello dei negozi fisici. Non ci sono regole comuni per tutti”, accusa Santambrogio.

In realtà, il Black Friday è solo la punta dell’iceberg di uno spinoso problema che ha una natura bifronte: “Da una parte la legge italiana sul sottocosto vincola i negozi fisici con la possibilità di vendere al ribasso 3 volte l’anno con 50 referenze specifiche, dall’altra parte c’è un colosso come Amazon che è libero di vendere centinaia di prodotti sottocosto il ‘venerdì nero’ e tutte le volte che vogliono perché la legge glielo consente”, rincara la dose Francesco Pugliese, ad di Conad e vice presidente di Adm. “La concorrenza si costruisce su regole, ma se queste regole non vengono attualizzate è un problema”, taglia corto.

In effetti, il problema esiste. E non riguarda solo l’ambito commerciale, ma soprattutto quello fiscale. Come dimostra la sanzione Ue di poco più di un mese fa inflitta ad Amazon, dopo 3 anni di indagine, del valore di 250 milioni di euro per ripagare l’Unione di tasse non versate. L’esecutivo Ue si è dato tempo fino alla primavera del 2018 per presentare una proposta finale per tassare l’economia digitale, a partire dai grandi rivenditori che hanno beneficiato in questi anni della rapida crescita degli affari su Internet. “Tra il 2008 e il 2016, i ricavi dei primi 5 rivenditori di e-commerce sono cresciuti mediamente del 32% all’anno – riporta un documento ufficiale della Commissione -. La crescita dell’intero settore nello stesso periodo è stata in media dell’1%”.

Dall’Europa all’Italia la musica non cambia. In più, riporta il “manifesto elettorale” di Adm, ci sono altri “vulnus” che oggi frenano la crescita del Paese e di riflesso della distribuzione moderna: contraffazione, abusivismo, evasione fiscale – “che oggi in Italia vale 150 miliardi di euro l’anno”, puntualizza Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione – burocrazia asfissiante e non armonizzata da regione a regione. Infine, la spada di Damocle – la tassa più odiata dalle imprese italiane -: l’Irap. “Una tassa stupida – conclude Pugliese – che anziché premiare quei settori o quelle imprese che producono lavoro, li punisce in modo crescente al numero di dipendenti che hanno”.

 

[via repubblica]

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