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L’equazione irrisolta dell’Università italiana

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Numero chiuso SI o NO? Da giorni il manicheismo italico ha trovato un “nuovo” tema su cui impegnarsi.

A mio avviso si tratta più che altro di un PARADOSSO.

Da una parte continuiamo a sentire dire come il nostro Paese abbia disperato bisogno di laureati (i confronti statistici con altri Paesi OCSE sono impietosi) dall’altro molte Università ricorrono al numero chiuso per gestione corsi precludendo così a molti il primo passo.

Mi chiedo se la “capienza” delle Università sia in linea con le esigenze del Paese o se si tratti, più che di un problema quantitativo, di un problema QUALITATIVO, cioè di allocazione degli studenti (potenziali futuri laureati) nei diversi corsi.

Certo le nostre Università hanno ampi margini di miglioramento in termini di efficienza ed efficacia (ed apertura al “mercato”; ho detto forse una parola vietata?), ma credo anche che in Italia si dia poco valore allo STUDIO.

Ceteris paribus siamo più disposti a spendere per l’ultima release di uno smartphone o in un CORSO DI CUCINA FUSION piuttosto che INVESTIRE nell’educazione dei figli.

Ma ho anche un’altra, cruciale, perplessità.

Il Paese chiede laureati, ma poi a questi giovani cosa offre? Una lunga sequenza di STAGE, contratti a tempo determinato o comunque mal retribuiti (questo è mal comune per tutti i lavoratori…) dove non li si mette nelle condizioni di imparare per crescere.

Poi ci stupiamo che in tanti decidano di CRESCERE E DARE FRUTTI in altri Paesi (perché il laureato è una pianta che va fatta crescere con sapienza e tenacia, anche potando se necessario).

Insomma, c’è qualcosa che non torna in questa equazione.

Tratto da New Marketing Retail

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