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Boom dei celiaci per moda: oltre 6 milioni di italiani consumano alimenti privi di glutine (senza avere intolleranze). Nei supermercati impennate delle vendite fino all’80%

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Non giova alla salute e neppure al portafoglio, eppure il “no glutine” attira proseliti a ritmi impressionanti, tanto da far conquistare all’ Italia la fascia di reginetta del “gluten free” per moda. Se i casi di celiachia diagnosticati sono 190.000, i “malati immaginari”, quelli cioè che fanno autodiagnosi o semplicemente considerano gli alimenti senza glutine un volano per avere la pancia piatta e il cuore sano, superano i 6 milioni.

Una tendenza importata dagli Stati Uniti, dove – scrive il New York Times – un cittadino su tre acquista cibi per celiaci senza una diagnosi dell’ intolleranza e proliferano i marchi che, fiutando il business, si sono lanciati nella produzione di alimenti che bandiscono la famigerata proteina presente nel grano e in quasi tutti i cereali. Non stupisce che il libro di ricette di Gwyneth Paltrow, l’ attrice da Oscar con la passione dei fornelli, sia diventato un bestseller: promette benessere, energia e perfetta forma fisica in cambio della rinuncia al glutine.

Una prospettiva allettante, se non fosse che a rovinare la favola ci si mette la scienza. L’ Istituto Zooprofilattico di Torino ha condotto il primo studio su un campione di alimenti senza glutine per valutarne composizione e valori nutrizionali. «A parità di prodotto – spiega la direttrice Maria Caramelli – quelli senza glutine hanno una concentrazione maggiore di zuccheri, additivi e olii (compreso il famoso olio di palma). Non sono componenti in sé pericolosi, ma bisogna stare molto attenti all’ l’ effetto accumulo».

A mettere un punto fermo sulla questione è anche Giuseppe Di Fabio, presidente dell’ Aic, l’ Associazione italiana celiachia. «Nessuna ricerca – sottolinea – ha finora dimostrato qualsivoglia effetto benefico per i non celiaci nell’ alimentarsi senza glutine, anzi.
Gli studi scientifici stanno ampiamente dimostrando che in chi non è celiaco l’ esclusione del glutine è inutile».

Nella migliore delle ipotesi, dunque, nessun effetto positivo sulla salute. Per quanto riguarda il portafoglio, invece, gli effetti negativi sono ampiamente dimostrati con la prova sul campo. Abbiamo acquistato cinque prodotti ad ampio consumo – pasta, biscotti, pizza margherita surgelata, tre birre da 33 cl e una confezione di pancetta – per verificare le differenze di prezzo tra i generi alimentari con glutine e quelli senza.
Il conto alla cassa non lascia adito a dubbi: il primo scontrino segna 9,86 euro, il secondo 15,31, con una maggiorazione del 55,2%.

Secondo i dati diffusi in occasione della Settimana nazionale della celiachia, ( dal 13 al 21 maggio), in Italia si sprecano ogni anno 105 milioni di euro per l’ acquisto di cibi senza glutine non necessari. Ma quali sono le ragioni di un divario di prezzo così elevato?

«Le aziende giustificano gli incrementi con le particolari tecnologie utilizzate per produrre gli alimenti senza glutine, ma è più plausibile che sia la richiesta a dettare il prezzo». Insomma, “business is business”, e quando una nuova tendenza chiama, il mercato risponde. «E pensare che fino a qualche anno fa – riflette Caramelli – la pastina glutinata e i biscotti ricchi di glutine erano alimenti pregiati e richiesti per via del notevole apporto proteico. Adesso sono considerati demoni». È la legge delle mode, che a volte, come in questo caso, rischiano di provocare un doppio danno: alla salute e alle finanze.

È sempre più facile trovare sia ristoranti che pizzerie che si premurano di offrire un’ alternativa «senza» e siamo primi in Europa tra i consumatori di prodotti gluten free. Può suonare strano, ma la patria indiscussa di pasta e pizza è anche il paradiso di chi deve cancellare il glutine dalla dieta: Malta e Italia sono infatti gli unici Paesi che per garantire ai celiaci «un’ alimentazione equilibrata» danno un sussidio per l’ erogazione gratuita dei prodotti gluten free.

Nel 2001 il Registro nazionale dei prodotti celiaci contava 281 alimenti, dieci anni dopo erano poco meno di tremila. Tra il 2012 e il 2016 sono triplicati: secondo l’ ultimo aggiornamento, pubblicato a novembre dello scorso anno, sono circa 6.500. Si può spaziare tra 300 biscotti, 600 diversi tipi di pasta e 50 di taralli. I prodotti con la spiga barrata si sono moltiplicati, così i produttori: le aziende autorizzate a vendere i propri prodotti in farmacia sono più di 300.

Nonostante il boom del mercato celiaco, che coinvolge anche chi una diagnosi vera e propria non ce l’ ha, il 75 per cento dei prodotti viene comunque acquistato in farmacie e negozi specializzati, istituiti con il decreto Veronesi del 2001. A pagare è lo Stato: il celiaco dispone di un bonus mensile di circa 140 euro, che può spendere nella sua Regione per i prodotti sostitutivi. C’ è un ma. I prodotti in Italia costano di più che all’ estero, e sono più cari nelle farmacie che al supermercato. Nonostante siano molte le Regioni che si sono dette pronte ad adottare una carta da spendere sia nelle farmacie che nei supermercati di tutta Italia, la sperimentazione funziona a pieno regime solo in Lombardia.

Anche la grande distribuzione si è accorta in fretta del mercato della celiachia, dal 2012 a oggi cresciuto di oltre l’ 80 per cento. Le vendite a valore sono passate da 57 milioni di euro a oltre 105 milioni in tre anni. In un’ indagine Coop sulle categorie con le performance migliori, al primo posto ci sono i prodotti celiaci. Se a controllare il 46 per cento del mercato è la tedesca Dr. Schär, sono diversi i marchi italiani che hanno inaugurato linee “amiche” dei celiaci, come la pasta Garofalo, entrata nel mercato nel 2013 con lo slogan “Il gusto è un diritto” e la Buitoni, con pizza surgelata e pasta sfoglia.

Tra i marchi della grande distribuzione più attenti al tema c’ è la Coop, che permette di “spendere” i buoni statali anche nei supermercati di Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. «I trend di vendita dei prodotti senza glutine sono in continua crescita, con un più 18 per cento registrato nel 2016 – spiega Enrico Nada, responsabile delle attività sociali di Novacoop -.

Tre le tipologie di cliente che cercano tra gli scaffali la spiga barrata: ci sono i celiaci certificati, chi invece tollera male le normali farine e si “auto-diagnostica” la celiachia. E poi c’ è chi è particolarmente attenta alla dieta e all’ etichetta e di tanto in tanto rinuncia al tradizionale frumento».

 

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  1. Raffaele

    Ho letto l’articolo sul boom della celiachia. Segnalo che la Dr. Schär è un’azienda italiana dell’alto Adige e non tedesca

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