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Pasta, un’industria al collasso: “Il rischio è la polverizzazione”

pasta semola 2

Luigi Consiglio, presidente di Gea, denuncia la grande fragilità del settore. Negli ultimi 11 anni la quota di mercato nazionale della produzione è diminuita del 6%, passando dal 30% al 24%. E quella dell’export è passata dal 59% al 47% (-12%)

Esiste una regola ferrea che stabilisce la qualità della pasta: più è alta la percentuale proteica, tanto più è buono il prodotto finale che compriamo allo scaffale per consistenza, colore ed elasticità nella cottura. Una regola che, se rispettata, rappresenta una garanzia per il consumatore. Il problema è che questa “ricetta” vincente ha sempre meno le stigmate tricolori, nonostante ancora oggi un piatto su quattro di pasta mangiato nel mondo, e tre su quattro in Europa, continui a parlare italiano.

A certificarlo sono i numeri: 4,1 milioni di tonnellate di frumento duro coltivato nei nostri campi ha oggi una quantità proteica mediamente del 12,3%, cioè un livello qualitativo di quasi 2 punti superiore rispetto a quello stabilito dalla normativa vigente (10,50%). Ma due punti in meno, e in alcuni casi anche più di 4, rispetto alla qualità del frumento duro prodotto in altre parti del mondo: Francia (14,4%), Canada (14,9%), Usa (15,2%), Australia (15,7%).

“Di fronte ad uno scenario di questo tipo, il rischio è che l’intera filiera della pasta italiana venga in pochi anni polverizzata”, spiega Luigi Consiglio, presidente di Gea, società di consulenza di direzione che opera in tutti i settori chiave del made in Italy tra cui l’alimentare. “Il problema di fondo – aggiunge – è che oggi 1 Kg di pasta secca viene venduta allo scaffale ad un prezzo irrisorio per colpa della guerra promozionale cui è costretta la Gdo. Ma questa corsa al ribasso incide in modo negativo a monte per chi produce grano duro, e a valle per chi lo trasforma”.

Il risultato finale, secondo Consiglio, è che l’intero sistema dei mulini-pastai ha oggi un alto indebitamento, e in molti casi altissimo, e che solo pochissime aziende produttrici di pasta come Barilla, che è diversificata ed internazionale, riescono a tenere testa alla concorrenza straniera e a stare in piedi sul mercato globale. Le altre aziende del settore sono tutte in grande difficoltà.

Non a caso, uno studio realizzato da Gea sulla situazione economico-finanziaria del comparto mette a nudo proprio la grande fragilità dell’industria italiana della pasta. Perché se è vero che il nostro Paese resta il primo al mondo sia per consumi che per esportazioni, è altrettanto vero – riporta lo studio – che negli ultimi 11 anni la quota di mercato nazionale della produzione di pasta secca è diminuita del 6%, passando dal 30% al 24%. E la quota di mercato dell’export globale è passata dal 59% al 47% (-12%).

“Se la Gdo ha le sue colpe – osserva Consiglio – gli altri fattori a mettere in ginocchio il comparto sono la cronica frammentazione della nostra filiera della pasta e la bassa qualità del grano duro seminato in Italia, che costringe i pastifici ad una crescente importazione dall’estero e alla ricerca del prodotto di qualità elevata venduto a prezzi più competitivi. Qualità che viene esaltata dalla molitura ‘all’italiana’ e dalla pastificazione a bassa temperatura”.

Per evitare la tempesta perfetta, una via d’uscita c’è. Ma a indicarla, secondo l’esperto, dovrebbe essere il governo: “Sarebbe necessario aprire, quanto prima, un tavolo di confronto a livello nazionale tra tutti gli attori della filiera con l’obiettivo di aiutare chi produce la materia prima, cioè il grano duro, di vendere il proprio prodotto a un prezzo giusto, consentendogli di avere margini operativi sani, cioè in grado di generare ricchezza – osserva Consiglio -. Questo permetterebbe, innanzitutto, di aumentare gli investimenti sul grano duro e pasta, di crescere dal punto di vista dimensionale e di aumentare il livello qualitativo della materia prima, che di riflesso diventerebbe anche più competitiva sul mercato globale”.

Fino ad oggi, però, questo non è accaduto alimentando una spirale perversa che ha ridotto la profittabilità dei pastifici e dei molini italiani facendo schizzare verso l’alto il loro indebitamento. Nel primo caso, lo studio di Gea – che ha preso a campione 15 pastifici nazionali, il cui giro di affari è pari al 40% del fatturato totale – rileva che il tasso di crescita dei ricavi diminuisce negli ultimi 3 anni (5,1% verso 7,7% negli ultimi 5 anni).
La profittabilità è bassa: l’Ebit medio 2015 è pari a 3,4% ed in calo, rispetto alla media degli ultimi anni che è pari a 3,9%. Idem per l’Ebitda che in media è del 7,5% nel 2015 contro il 7,9% degli ultimi anni. Il tutto si traduce in un indebitamento che è aumentato di 114 milioni di euro nell’arco di 5 anni, cresciuto ad una velocità superiore rispetto ai ricavi. Ad oggi, fa notare lo studio, il livello di indebitamento dei pastifici italiani è pari a 4 volte il rapporto Pfn (posizione finanziaria netta)/Ebitda.

La situazione è altrettanto critica per i molini che registrano un altissimo indebitamento e una bassa profittabilità, nonostante la crescita dei ricavi riportata negli ultimi 3 anni (+10%). Crescita che comunque tende a diminuire se confrontata con gli ultimi 5 anni (10% vs 13,5%). La profittabilità è molto bassa, con un Ebit medio al 1,7% che rimane stabile negli ultimi anni. Mentre l’Ebitda si attesta all’1,9% nel 2015 vs il 2,8% medio degli ultimi 5 anni. Indebitamento totale altissimo nel 2015 pari a 11,3 milioni di euro. E Pfn/Ebitda media pari a 6,8, in calo rispetto agli ultimi anni per effetto della crescita dell’Ebitda in valore. Ma la situazione rimane comunque critica, conclude lo studio: non a caso, alcuni molini registrano un indebitamento maggiore a 20 (Pfn/Ebitda).

[via repubblica]

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