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L’allerta della grande distribuzione: la ripresa non c’è

crisi-economica

A parità di rete i dati sono anche peggiori: -1,4% le vendite di grocery nella grande distribuzione e -2,6% per il discount. Gli ultimi dati sono stati forniti ieri in occasione della presentazione, a Milano, del Rapporto Coop 2016. I dati delle vendite di Nielsen sono peggiori di quelli, perfettamente confrontabili, rilevati da Iri (+0,3% nel semestre, a rete corrente) e da Istat (+0,4% a valore per il solo food), ma la sostanza non cambia: al di là dell’errore statistico, i consumi si muovono intorno allo zero virgola.

Sul trend dei consumi pesano evidentemente la crisi degli ultimi anni e alcune tendenze di fondo del nostro Paese, fotografate dall’analisi a tutto campo del Rapporto curato da Albino Russo, direttore dell’ufficio studi Coop: l’erosione dei redditi e del risparmio delle famiglie (dal 2007 a oggi il tasso di risparmio è calato di circa 3 punti percentuali); un tasso di disoccupazione giovanile elevatissimo (al 37,6% e quattro under 35 su cinque ammettono di sentirsi ai margini della società); la ricchezza finanziaria concentrata nel portafoglio degli over 65: 154mila euro contro i 18mila degli under 35.

Sui fattori strutturali si innestano le cento sfaccettature della rivoluzione silenziosa a tavola degli italiani: la spesa per alimentari è calata del 12% in un decennio; si sono tagliati i consumi di carni rosse, pasta, salumi, latticini, uova e dolciari; a fronte di più acquisti di frutta e verdura, pesce, prodotti bio e integrali, latte ad alta digeribilità, dolcificanti, tonno naturale, prodotti a base soia, riso e gluten free.

LA RIPRESA

I principali indicatori a confronto

In grande crescita anche il ricorso al cosiddetto “altro cibo”: beveroni, integratori e pillole generano un giro d’affari da 2,5 miliardi di euro in Italia, con un salto del 7,7% rispetto all’anno prima.

La ripresina delle vendite nel 2015 ha dato qualche sollievo ai bilanci boccheggianti delle catene commerciali: l’anno scorso le 9 grandi Coop hanno registrato ricavi per 11,2 miliardi contro 11,4 miliardi dell’esercizio precedente (11,94 miliardi l’intera rete, 11,93 miliardi nel 2014).

Le Coop hanno fatto peggio della media di un campione individuato dallo stesso ufficio studi sull’Ebitda (4% contro il 4,3%) e ancora di più sull’Ebit (0,4% contro l’1,9%); meglio sul risultato netto (1,3% contro 1,1%) grazie a una gestione finanziaria risalita dallo 0,9% all’1,6% dei ricavi. Coop conta su una raccolta di risparmio dai soci che l’anno scorso si è assestata a 10,65 miliardi dai 10,95 miliardi del 2014, mezzi che le assicurano la copertura degli investimenti. «Il calo della raccolta non ci preoccupa – ha rassicurato Stefano Bassi, presidente dell’Ancc -. Siamo tranquillissimi. Non spingiamo sulla raccolta e stiamo rafforzando le garanzie per i risparmiatori».

Come interpretare il margine industriale a lumicino di Coop? «L’anno scorso abbiamo investito 646 milioni nell’attività caratteristica – ha detto Marco Pedroni, presidente di Coop Italia – Abbiamo puntato sulla convenienza, registrando vendite a valore stabili e aumentando i volumi. Inoltre Coop ha una missione sociale che ci spinge a fare scelte anche onerose: per esempio la rinuncia totale all’olio di palma. Siamo stati la prima catena a deciderlo, anche se sappiamo che l’allarme scatta quando si assumono determinate quantità». Pedroni ha annunciato anche il rilancio sul prodotto a marchio, fatto di una rivisitazione delle oltre 3mila referenze già a scaffale e «il lancio di altre 4mila referenze per un fatturato di 3 miliardi e un’incidenza del 27% a valore e del 33% a quantità».

Bassi ha spiegato che se la redditività caratteristica è peggiore della media «ciò dipende anche dalla nostra volontà di rimanere al Sud senza licenziare nessuno e con contratti di lavoro onerosi (13,8% contro il 10,1% della media della Gdo ndr)». Anzi a proposito del rinnovo contrattuale Coop (in discussione da oltre un anno), Bassi ha avvertito che «per investire e mantenere l’occupazione dobbiamo liberare nuove risorse riducendo in generale i costi e tra questi, in occasione del rinnovo contrattuale, il differenziale troppo pesante che la distribuzione cooperativa sopporta rispetto all’impresa privata, senza voler omologarci a questa».

Infine Pedroni ha annunciato che, prima del Natale, a Milano Bicocca Village risorgerà il Supermercato del futuro realizzato per Expo con l’Mit senseable city lab di Boston e lo studio Carlo Ratti. Si tratta di circa mille mq, di cui 300 circa dedicati alla ristorazione. «Il nuovo Supermercato del futuro sarà un laboratorio dove Coop potrà testare sul campo le soluzioni più innovative del nostro settore».

[Via IlSole24Ore]

2 COMMENTI
  1. Claudio Bartolini

    Tutti dati veri, per carità ma, oltre al fatto che le abitudini alimentari degli italiani sono cambiate più di quello che sembra (e non solo per motivi economici) c’è da dire che la GDO Food è in crisi per colpa principalmente sua: non ha capito il cambio di cui sopra, tratta i lavoratori sempre peggio, non si differenzia dalla concorrenza né si specializza, non offre niente di particolare ai clienti (e solo il primo grafico mostrato già darebbe loro moltissime idee su dove lavorare se solo sapessero leggere e capire!), non offre servizi di delivery, di vera fidelizzazione (non i soliti cataloghi premi del menga), ha prima lanciato alla grande il private label per poi lasciare una differenza di prezzo minima rispetto ai brand tradizionali, quindi ha commesso tanti altri gravissimi errori che sembra non conoscere oppure fa finta di non conoscere, soprattutto non cambia perché non cambiano gli altri e tutti hanno una maledettissima paura di essere i primi a farlo. Altro che “crisi degli ultimi anni e alcune tendenze di fondo del nostro Paese”, non si è proprio capaci a capirlo il paese e a cavalcarla la crisi. Prima di prendersela con la solita kasta e governo ladro, una bella autocritica ci vorrebbe, perché nel loro caso dovrebbe essere molto ma molto grossa!

  2. Fabio Bragaglia

    Back to basics: in questo contesto non è accettabile perdere vendite perché non ci sono addetti al refilling e gli scaffali sono vuoti.
    Sfortunatamente, questi sono dati non misurabili se non andando “boots on the ground” sui punti di vendita.

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