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Export agroalimentare, la Francia doppia l’Italia nei mercati dei Paesi extra Ue

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Cibo e bevande Made in Italy hanno perso il ritmo e procedono ad andamento lento sui mercati esteri. Di sicuro la crescita delle esportazioni è in frenata e nel primo trimestre di quest’anno ha segnato un aumento di nemmeno un 2 per cento. Colpa della concorrenza agguerrita di francesi, americani e persino tedeschi, che sta erodendo quote di mercato a livello globale. Ma anche dei mali tipici del nostro sistema imprenditoriale fatto di realtà troppo piccole, della mancanza di catene italiane della grande distribuzione che operino all’estero e poi di una frammentazione delle strategie di internazionalizzazione.

Le nostre imprese, 2 milioni circa quelle che operano nell’agroalimentare occupando 3,8 milioni di addetti, sono dunque preoccupate, anche se tutte insieme macinano somme di tutto rispetto: 130 miliardi di euro di valore aggiunto e 47 miliardi di export, se si tiene conto di tutta la filiera, a partire da chi sta nei campi fino a chi gestisce gli scaffali o di chi opera nella meccanica, settore indispensabile per il Food&Beverage. Però quell’obiettivo che il sistema agroalimentare voleva raggiungere, quei 50 miliardi di export entro il 2020, è ormai un traguardo che sembra essersi spostato a non prima del 2024.

Sono queste le previsioni che emergono dalla piattaforma Agrifood Monitor, lanciata dall’istituto di ricerca Nomisma e da Crif. “Per crescere di più dovremo investire in modo deciso su mercati a più alto tasso di crescita economica come quelli asiatici”, afferma Andrea Goldstein, managing director di Nomisma. Poi ricorda: “Nei mercati extra-europei, il nostro export alimentare pesa meno della metà di quello francese e addirittura un ottavo di quello statunitense”. Oggi invece siamo troppo concentrati sull’Europa. Qui vengono realizzati il 63 per cento dei ricavi derivati dalla vendita estera di prodotti alimentari. Il 57 per cento dei fatturati ottenuti con l’export delle macchine agricole e il 35 per cento di quelli ottenuti con le esportazioni di macchinari per il Food&Beverage.

agroalimentare export

Fuori dal Vecchio Continente, e in particolar modo su alcuni mercati, siamo quasi assenti. Negli Emirati Arabi, la quota dei prodotti italiani è ancora inferiore al 3 per cento delle importazioni alimentari complessive, eppure il reddito pro-capite dovrebbe passare dagli attuali 40mila dollari ad oltre 53mila nel giro di dieci anni. “Inoltre questo paese – spiega Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B, la società del gruppo Crif specializzata in business information – è una porta su tutta l’Asia sud-occidentale che apre grandi prospettive alle imprese italiane, e non solo in vista di Expo 2020”. Secondo il manager però, la qualità dei nostri prodotti non basta da sola per affrontare mercati lontani come quelli asiatici, se non si costruiscono rapporti commerciali e finanziari sicuri. Se tanto c’è ancora da fare per migliorare l’export, qualche passo avanti in questi anni le aziende italiane lo hanno fatto. L’industria agroalimentare ha investito tanto in internazionalizzazione e l’andamento del credito alle esportazioni erogato alle imprese del settore lo conferma: da un 16 per cento di imprese che utilizzavano finanziamenti all’export nel 2013, si è arrivati oggi al 41 per cento.

[Via Repubblica]

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