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Gdo francese, manovre sul bio

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Avanti, avanti a tutto bio! Dopo anni di distrazione, o meglio di sottovalutazione del fenomeno, legato ai progressivi cambiamenti degli stili di vita e delle abitudini alimentari, le grandi catene dei supermercati francesi, da Carrefour a Leclerc, ad Auchan, a Casino, si lanciano con energia, e con molte risorse economiche come si conviene ai giganti (Carrefour, per dire, è la seconda catena al mondo con 77 miliardi di fatturato e 2 di utile netto), nel più che promettente mercato dei prodotti biologici. Pomodori bio, frutta bio, latte bio, formaggo bio, carne bio, insalate bio: ormai non c’è supermercato che non abbia il suo reparto specializzato o i suoi corner dedicati, ma quello che si annuncia alla «rentrée», alla ripresa autunnale è molto di più di un ampliamento di un reparto, è un vero e proprio cambio di strategia, come spiega Didier Perréol, presidente dell’Agence Bio, una delle prime società di consulenza nate una decina d’anni fa proprio per studiare questo settore.

Un cambio di strategia che prevede, per esempio, la creazione di catene e d’insegne dedicate come sta facendo Carrefour con i suoi sei negozi parigini Carrefour Bio (che diventeranno dieci entro la fine dell’anno), oppure forti investimenti su un reseau commerciale completamente nuovo e distinto dalla casa madre com’è nei piani del gruppo Auchan (controllato dalla famiglia Mulliez, seicento tra cugini e parenti di vario grado riuniti nell’Association familiale Mulliez, 54 miliardi di fatturato e 518 milioni di utili) che, in gran segreto, prepara il lancio dell’insegna «Cœur de Nature» dopo averne sperimentato la potenzialità nel suo (finora) unico punto vendita qui a Parigi.
Insomma, come accade sempre in tutti i nuovi mercati, dopo i pionieri, le avanguardie (che in questo caso sono le piccole catene specializzate come Biocoop, Vie Claire, Bio c’bon, Naturalia), è arrivato il momento dei colossi che ora «veulent leur part de gateau», vogliono la loro fetta di torta. Che tradotto in quote di mercato significa superare il 36% attualmente in mano al canale specializzato, il 14% delle vendite dirette, il 5% delle vendite online. In altre parole, superare la soglia del 50% delle vendite di prodotti bio e andare oltre.

Magari si perderà un po’ di specializzazione, il fascino dei negozi e dei mini-market dove tutto, ma proprio tutto, è biologico, dalle mele al «beurre de baratte», il burro prodotto alla vecchia maniera dai «maître beurrieur» con 17 ore di lavorazione, ma almeno, grazie ai volumi venduti, si abbasseranno i prezzi a tutto vantaggio dei consumatori.
I puristi del bio avranno da dire, ma fuori dalla gdo il mercato del bio sarebbe ancora fermo ai due miliardi di fatturato del 2007 mentre oggi è tre volte tanto, a quota 6 miliardi e da qui al 2020, dicono gli esperti dell’Agence Bio, supererà i 10.
Il bio nel circuito della gdo crescerà anche per acquisizioni esterne, non solo per crescita interna a perimetro invariato, come s’è visto nei casi di Carrefour e Auchan. È la strada che ha scelto, per esempio, il gruppo Casino, che già si presenta con un pay-off suggestivo «Nourrir un monde de diversitè» (nutrire un mondo di diversità), 46 miliardi di fatturato e 1,4 di utili: attraverso la sua controllata Monoprix ha acquistato la catena dei piccoli supermercati Naturalia (135 punti vendita, 34 solo a Parigi).

Il gruppo Leclerc, un gruppo cooperativo come il nostro Conad (ma con 44 miliardi di fatturato), si muove in gran segreto così come in gran segreto (cioè senza grande battage pubblicitario) ha aperto, a giugno, un grande ipermercato bio alle porte di Nizza e lo ha chiamato «Leclerc Riviera Bio Italie» tanto per far capire che la garanzia della bontà e della «biologicità» dei suoi prodotti – e ce n’è davvero una grande quantità sugli scaffali – veniva dai suoi fornitori (agricoltori) italiani.
Una mossa commerciale astuta perché Nizza, come si sa, è quasi una città italiana con gusti (anche culinari) e stili di vita da Belpaese. Leclerc sa bene che mangiar bene, mangiar bio è la carta vincente di un mercato che oggi vale appena il 4% di tutti i consumi alimentari in Francia. Insomma, c’è posto per tutti e bon appetit.

 

[via Italia Oggi]

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