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Gli stabilimenti dell’alimentare tornano in Italia

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Produrre all’estero non conviene più. Non si tratta di una verità assoluta, ma di una consapevolezza che si sta facendo strada in vari ambiti della produzione, dato che ormai la competizione globale si gioca solo in piccola parte sulla variabile del prezzo e sempre più sulla qualità dei manufatti, sulla velocità di sbarco sul mercato e sulla sicurezza degli approvvigionamento.

La ricerca. Secondo una ricerca realizzata da Technical Hunters, società italiana di head hunting, dopo anni di delocalizzazioni, un’azienda su tre del comparto alimentare ha chiuso i propri stabilimenti esteri, dove il costo del lavoro era meno gravoso, per ottimizzare e implementare al massimo quelli presenti in Italia. Come conseguenza, il 40% dei dipendenti di questo settore sta rientrando in patria, dopo essere stato operativo all’estero per anni, con un trend che cresce del 10% ogni anno, negli ultimi tre anni.

L’export si programma in patria. Questo non significa rinunciare alle potenzialità dell’export, ma gestire diversamente il processo di distribuzione. Del resto, lo scorso anno le esportazioni italiane dell’alimentare sono cresciute del 5,5% grazie anche al traino di Expo, come ricorda Flavia Liguori, manager di Technical Hunters. “Questo è dovuto alle capacità anticicliche italiane di andare in controtendenza, oltre che ai costanti investimenti effettuati sia di processi che di prodotti che hanno reso l’Italia competitiva con buoni margini, garantendo un trend positivo. L’industria alimentare, inoltre, ha compreso che puntando su tradizione e qualità dei prodotti italiani ormai è possibile superare anche l’ostacolo del costo elevato del lavoro in patria”. Anche i candidati intervistati da Technical Hunters affermano che il 2015 è stato l’anno della svolta, con una crescita di consumi di (+0,3%) e di produzione (+1,1%).

Retribuzioni a partire da 50mila euro. In Italia, segnalano gli autori della ricerca, lo stipendio medio di un responsabile di produzione all’interno di imprese del settore alimentare parte in media dai 50 mila euro lordi annui per le aziende più piccole, fino ad arrivare a 70 mila euro per quelle più conosciute e grandi. La conoscenza dell’inglese è necessaria, aggiungono, poiché la produzione italiana vive anche un forte export ormai pilastro del settore alimentare e non solo. “I professionisti che fanno ritorno in Italia si trovano a occupare ruoli un po’ diversi”, conclude Liguori, “la posizione che andranno a ricoprire è più confinata, in quanto gli stabilimenti in Italia sono più strutturati o più padronali, mentre all’estero i ruoli erano più trasversali e di gestione”.

[via Repubblica]

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