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Parmalat e la governance alla francese: che fine farà il gruppo parmense?

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In Parmalat, i padroni francesi di Lactalis hanno un’ idea di «governance» particolare. I consigli di amministrazione del colosso italiano del latte durano meno dei «Governi Balneari» del’Italia democristiana degli anni ’70. Cinque «ribaltoni» e quattro consigli in cinque anni. Un record: praticamente una media di un nuovo board ogni dodici mesi o poco più.

La vita del colosso del latte, uscito dal disastroso crack di Calisto Tanzi (14 miliardi di euro e migliaia di truffati) e da dieci anni di amministrazione straordinaria con Enrico Bondi, è ormai una girandola di assemblee, in un eterno «dejà vù» di blitz di Lactalis e battaglie legali delle minoranze, capeggiate dal fondo Amber. Il 2016, che nei disegni di molti è candidato a essere l’anno dell’addio alla Borsa di Parmalat, per ora sta riproponendo un film già visto molte volte negli anni scorsi. Arriva l’ennesima «crisi di governo» a Collecchio e fioccano gli esposti in Consob e le denunce (proprio quando sembrava che la guerra giudiziaria fosse ormai finita).

Due settimane fa tutti i consiglieri Lactalis in Parmalat, partire dall’ad Yvon Guerin si sono dimessi in blocco. È la seconda volta che succede: stesso copione nel 2014. Allora Parmalat era in piena bufera giudiziaria tra la Procura di Parma e Lactalis, per la controversa operazione Lag. E con le dimissioni giocò d’anticipo sui pm che chiedevano l’azzeramento del board (poi c’è stata una vittoria di Parmalat) . Stavolta Lactalis azzera il Cda in polemica contro l’ostruzionismo delle minoranze.

Il 2016 è stato finora uno stillicidio di dimissioni: a metà febbraio due dei quattro consiglieri indipendenti. Poi l’addio, molto più problematico, del presidente del collegio sindacale, che è espressione delle minoranze. Dovrebbe subentrargli Marco Pedretti, sindaco supplente ma soprattutto ex presidente di Azione Parmalat, uno dei più feroci critici di Lactalis. L’idea di avere uno storico oppositore a capo di un ruolo così delicato non fa impazzire a Collecchio. Infine, l’azzeramento dell’intero board, con l’ennesima tornata assembleare. Lunedì prossimo scade la presentazione delle liste per il board e a fine mese si andrà a un voto che si preannuncia turbolento.

A ogni nuovo cda, con annessa assemblea, i francesi danno un giro di vite allo statuto. L’ultimo affondo, di appena 2 giorni fa, punta a spostare la sede legale a Milano (decisione apparentemente solo burocratica, ma dai possibili risvolti perché l’azienda ha ancora aperti una serie di procedimenti); e sopratutto una modifica che riduce a solo 1 i rappresentanti di minoranza (oggi ne sono possibili due), scatenando le ire di Umberto Mosetti, il consigliere dell’opposizione. Va detto che Parmalat ha uno statuto fuori dal comune: emergendo dopo il più grande dissesto societario della storia in Europa, le è stato cucito un testo iper-garantista verso le minoranze, e più “stringente” di quelli standard. Lactalis giustifica le sue decisioni come un semplice adeguamento alle «best practice» di mercato. Cosa vera, ma che, nel caso di Parmalat, significa ammorbidire lo statuto.

La questione del cda tuttavia è poca cosa rispetto al nodo del collegio sindacale, dove la battaglia sarà infuocata. Ancora un «dejà vu»: nel 2013 era successo lo stesso e allora la Consob impedì a Lactalis di votare per il presidente dei sindaci. Adesso la situazione è ancor più incandescente: Azione Parmalat, in un ennesimo esposto, il terzo da inizio anno, accusa Parmalat addirittura di voler costituire una «lista civetta» per impedire l’elezione di Pedretti. Per farlo, rincara la dose l’associazione, i francesi avrebbero contattato alcuni proxy advisors (tra cui, si dice, Georgeson), ma senza risposta. Ieri sera, non è stato possibile ottenere un commento da Parmalat in merito.

Caso o coincidenza, la stessa cosa è accaduta in Ansaldo Sts: anche lì il cda si è dimesso con analoghe motivazioni, ossia l’impossibilità di governare l’azienda. Cosa che, nel caso di Parmalat, suona curioso visto che i francesi hanno l’80%. Ma a scavare si apprende che il comitato per le operazioni con parti correlate è composto interamente da indipendenti (tra cui proprio Mosetti), uno snodo strategico nel caso in cui Lactalis stesse effettivamente studiando un delisting di Parmalat.

L’addio al listino, invocato da tempo dal mercato, piace molto anche ai francesi. La famiglia non ama la Borsa: i Besnier non hanno mai depositato un bilancio negli ultimi 10 anni. Abituati a gestire le aziende lontano dai riflettori, senza far sapere nulla. Già una Parmalat quotata è un fastidio; figurarsi avere in cda minoranze critiche. Ma ora potrebbe essere la volta buona: a fine 2015 sono scaduti, dopo 10 anni, le opzioni (in gergo warrant) che Bondi aveva assegnato ai truffati come risarcimento. Finchè non si chiudeva il lunghissimo capitolo dell’amministrazione straordinaria, impossibile pensare a qualsiasi mossa. Ma le minoranze sono un grosso macigno sulla strada del delisting, come proprio il caso Ansaldo sta dimostrando.

[Via IlSole24Ore - Simone Filippetti]

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