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Caprotti condannato a un anno e mezzo? Per il pm organizzò la diffamazione contro Coop

caprotti

Il pm di Milano Gaetano Ruta ha chiesto una condanna ad un anno e sei mesi per Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, accusato di essere stato il “finanziatore” di una “campagna diffamatoria” contro la concorrente Coop Lombardia. E la stessa richiesta di condanna è stata formulata, nel processo con rito abbreviato davanti al gup Chiara Valori, anche per il direttore di Libero Maurizio Belpietro e per il giornalista Gianluigi Nuzzi, anche loro coinvolti in un’inchiesta con al centro l’acquisizione di un cd-rom contenente telefonate illecitamente registrate sulla linea del direttore della Coop di Vigevano (Pavia).

Caprotti, Nuzzi e Belpietro sono accusati di ricettazione aggravata per l’acquisizione del cd-rom. Il patron di Esselunga risponde, inoltre, di diffamazione. Mentre Nuzzi e Belpietro sono imputati anche per calunnia. Il processo è stato aggiornato al 15 marzo, quando potrebbe arrivare la sentenza.

Caprotti, il 90enne fondatore del colosso della grande distribuzione e ritenuto dalla Procura milanese il “finanziatore della campagna diffamatoria”, è accusato, in concorso con Nuzzi e Belpietro, di aver acquistato “un cd-rom contenente telefonate illecitamente registrate sulla linea telefonica di ufficio” del direttore della Coop di Vigevano, Maurizio Salvatori (si è costituito parte civile), “ceduto” dai titolari di una società, la Servizi d’Investigazione e Sicurezza (Sis), che “si occupava di gestione della sicurezza in Coop Lombardia”.

Un’operazione effettuata, si legge nell’imputazione, per consentire a Belpietro e Nuzzi di realizzare, nel 2010, “un servizio giornalistico sfruttando il contenuto delle suddette intercettazioni illecite” e screditare la concorrente di Esselunga. Nuzzi e Belpietro sono accusati anche di calunnia perché “sapendolo innocente incolpavano Daniele Ferré (anche lui si è costituito parte civile, ndr)”, direttore degli affari generali di Coop Lombardia, di aver violato la legge per aver ‘spiato’ i dipendenti attraverso telecamere nascoste e intercettazioni audio e ambientali “simulando le tracce del reato attraverso l’acquisizione e la pubblicazione sull’edizione di Libero del 14 gennaio 2010 di un documento falso riprodotto nella sua integrità”. La Coop non si è costituita parte civile nel procedimento.

 

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