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Si moltiplicano le inchieste sulla contraffazione dell’olio extravergine italiano

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Quasi tutto l’olio extravergine che esportiamo all’estero e circa la metà di quello che viene venduto sul mercato nazionale è tagliato con olio di provenienza diversa o di qualità inferiore rispetto a quanto dichiarato in etichetta. Non hanno dubbi gli 007 dell’agroalimentare che da più di un anno lavorano alla ricostruzione del traffico illecito di oro verde: migliaia di tonnellate di olio arrivano senza documenti nei porti pugliesi da Grecia, Tunisia, Marocco, Spagna, Siria, Turchia, su grandi navi che trasportano anche altre derrate alimentari, stipate in centinaia di container che riescono a eludere i controlli, e poi caricate su autocisterne che viaggiano soprattutto verso la Toscana, dove dentro giganteschi silos vengono miscelate a olio extravergine d’oliva e “magicamente” introdotte nel ciclo produttivo legale.

UNA VOLTA UNITE alla materia prima tracciabile, infatti, basta giustificarne la presenza barando sulle bolle di accompagnamento in caso di olio comunitario o sulla resa delle olive al frantoio in caso di prodotto Made in Italy: con una semplice autocertificazione si può far lievitare la quantità di olive raccolte e portate a spremere e soprattutto aumentare la loro loro resa, per esempio portando da 10-12 litri a 15 litri l’olio prodotto con ogni quintale di olive. Con questo trucco sulla carta l’olio di qualità superiore italiano può aumentare del 40-50% in modo molto semplice. Così in bottiglia al posto dell’extravergine che pensiamo di acquistare ci può finire olio d’oliva vergine, di sansa e persino lampante deodorato, cioè trattato chimicamente.

Poi capita un piccolo incidente, come è avvenuto a Chiusi la scorsa settimana, e si apre una falla nel sistema. A un signore che aveva acquistato un olio extravergine super scontato, a 5,98 euro per due bottiglie da 0,75 litri, è rimasta in mano l’etichetta, “Poggio d’oro extravergine”. Sotto ha trovato una sorpresa: un’altra etichetta, scritta in tedesco e arricchita dal logo Edeka, il più importante gruppo della grande distribuzione in Germania.

Immediatamente è scattato il sequestro del resto della partita: circa 4.000 bottiglie vendute in un centinaio di punti vendita tra Toscana e Umbria. Purtroppo altre 16.000 confezioni sono già finite a casa dei consumatori. Il rischio è che la partita di olio extravergine originariamente confezionato per Edeka e poi rietichettato sia stato rispedito al mittente dai tedeschi per qualche contestazione sulla qualità del prodotto, magari legata a un pericolo per la salute dei consumatori. Intanto la procura di Siena indaga sul titolare dell’azienda proprietaria del marchio “Poggio d’oro extravergine”, la Fiorentini Firenze Spa, fornitrice tra l’altro della partita di olio extravergine Primadonna di Lidl finita nel mirino di Guariniello.

LO SCANDALO CHE si sta abbattendo su alcuni dei nomi più noti del settore, insomma, sarebbe solo la punta dell’iceberg. In tutta Italia si stanno moltiplicando le inchieste sulle presunte frodi dell’olio d’oliva, a partire proprio da quella nata a Torino, grazie al pm Raffaele Guariniello e ai campionamenti dei Nas, che ha coinvolto 7 grandi marchi: Carapelli, Bertolli e Sasso, di proprietà del colosso spagnolo Deoleo, Santa Sabina, Coricelli, Primadonna di Lidl e Antica Badia di Eurospin. L’accusa per i responsabili degli oleifici che hanno confezionato i prodotti è proprio quella di aver venduto per extravergine un olio vergine di qualità inferiore e meno caro. Oggi i fascicoli che li riguardano sono stati trasferiti alle procure competenti per territorio, Firenze, Genova, Spoleto e Velletri, dove risiedono gli stabilimenti sotto accusa, e alla contestazione di frode in commercio è stata aggiunta quella per “vendita di prodotti industriali con segni mendaci atti ad indurre in inganno il compratore sulla qualità del prodotto”.

Ma i guai per i big dell’olio non sono finiti. A indagare sul loro operato c’è anche l’Antitrust. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in seguito alla segnalazione dell’associazione Konsumer Italia, ha avviato 7 istruttorie per presunte pratiche commerciali scorrette, nei confronti di altrettante aziende. In una nota l’Autority scrive: “Oltre a tre marchi del Gruppo Carapelli (“Carapelli Il frantoio”, “Bertolli Gentile” e “Sasso Classico”), gli altri sono “Carrefour Classico”, “Cirio 100%italiano”, “De Cecco Classico”, “Prima donna Lidl”, “Pietro Coricelli Selezione” e “Santa Sabina”.”. I nomi coinvolti sono gli stessi bocciati lo scorso maggio dalla rivista il Test, in seguito all’esame organolettico del Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Lo stesso panel test da cui è partito Guariniello, fortemente contestato dagli oleifici coinvolti per soggetività e non ripetibilità, ma con valore probatorio in base alla legge italiana. “Le caratteristiche organolettiche e chimiche dei campioni di olii sottoposti a verifica”, conclude l’Antitrust, “sarebbero risultate inferiori ai valori previsti per qualificare l’olio come extravergine”.

[via il fatto]

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